Vancouver journal #3

Iniziamo con una rettifica che faccio volentieri su sollecitazione del Consolato, spinto dalle  cortesi richieste e da una foglia d’acero mozzata trovata sul letto. I negozi di liquori sono forse un po’ tristi ma non è vero che il vino si trova solo col tappo a vite. Ci sono ottimi vini  con il loro bel sughero. Dai 18 dollari in su.
Ma voltiamo decisamente pagina e parliamo del tempo, come facciamo tutti in ascensore,lookout specie se l’ascensore è a strapiombo, tipo se sali sulla Vancouver Lookout, la torre panoramica con ascensore esterno (indicato dalla freccia nella foto qui a fianco) che ogni volta ce ci passo davanti penso a Die Hard. Non so, mi immagino un terrorista che spara sulla cabina da un elicottero e Bruce Willis che ci salva prima che precipitiamo. La mia immaginazione corre quanto le mie vertigini. 

C’è una cosa che ha sconvolto recentemente la popolazione di Vancouve. No, non parlo delle elezioni dove tutti i sondaggi davano per vincente il Nuovo Partito Democratico, e invece i conservatori di destra hanno vinto ancora (per la quarta volta). A proposito, vi ricorda qualcosa?
Comunque, la cosa che ha sconvolto la popolazione è l’apparizione del sole. Alcuni scienziati sono intervenuti immediatamente per rassicurare la cittadinanza; la popolare palla di fuoco è lassù nel cielo da (quasi) sempre e sempre (o quasi) ci resterà. La  comparsa del colorato giallone, come è stato subito ribattezzato dai bambini che lo hanno disegnato su enormi fogli di carta, è durata poco. Sono ritornate subito le rassicuranti nuvole, soffice tetto che protegge i grattacieli. Ok, stiamo scherzando, ma qui il freddo continua.birrificio
Quando fa freddo è piacevole fare due cose: bere una buona birra stando nel caldo rassicurante di un locale e andare al cinema comodamente seduto in una poltrona reclinabile: check and check.
Il birrificio di Granville Island è stato il primo microbirrificio della città, offre una notevole varietà di birre che variano con la stagione, se fai un piccolo tour dello stabilimento, che oramai produce poco dato che il grosso si è spostato altrove, qui rimane spazio per qualche sperimentazione (e un po’ di fuffa per turisti ma è piacevole lo stesso); non solo scopri quante operazioni stanno dietro a un boccale di birra, ma ti godi anche un assaggio. Le tre birre gustate sono state piacevoli e due di queste me le sono portate a casa.
L’altra cosa da fare quando piove è ficcarsi in un cinema, magari a vedere, che so, dico a caso, Star Trek in 3D + IMAX. Una esperienza che se anche il film fosse stato brutto (e non lo era) avrei ripetuto, cioè se mi avessero detto: puoi restare a rivederlo, l’avrei rivisto.biglietto
Lo schermo, il suono perfetto, la sensazione di essere davvero avvolto dal film. 19 dollari, certo, ma se li è guadagnati. Sala con pubblico grato, in religioso silenzio, avvinto e plaudente alla fine. Grazie.
Di Star Trek ne riparleremo quando uscirà in Italia, mentre non parleremo più del distributore di burro fuso che si può usare dopo avere acquistato i pop corn al cinema. Premi e il fiume di grasso animale scende copiosamente a irrorare i tuoi pop corn nel sacchetto formato elefante. Ora sei pronto per vedere il tuo film. Alla prossima.

Pubblicato in cinema 2013 | Lascia un commento

No, l’efficacia senza enfasi del cinema di Larraìn

Si resta sempre un po’ felicemente stupefatti e storditi di fronte al cinema del giovane cileno Pablo Larraìn (classe 1976) che non ha nessun interesse per un racconto meramente didattico, lineare (buoni/cattivi, bianco/nero) e assolutorio, né per l’enfasi roboante di panoramiche, carrelli, fotografia posh, musiche-di-john-williams, inquadrature da ricordare e mettere sui social network. larrain1

Questa sua ultima opera, No, che dovrebbe chiudere la trilogia sulla dittatura cilena di Pinochet (dopo i magnifici Tony Manero e Post Mortem) ci racconta i giorni della campagna referendaria del 1988 che cambiarono (?) il Cile, ponendo fine alla dittatura di Pinochet e aprendo il paese alla democrazia.

René Saavedra (Gael Garcia Bernal), il nostro protagonista è un pubblicitario, cui i larrain3promotori del NO si rivolgono per aiutarli ad uscire dalla solita campagna di sinistra un po’ troppo seria, respingente (come tutte le campagne del PD in Italia, diciamolo) per “vendere” il prodotto referendum e la vittoria del No, puntando sull’allegria e l’ottimismo del cambiamento democratico.
Il capo dell’agenzia Lucho Guzman (Alfredo Castro) sta dall’altra parte del fiume, e verrà tirato dentro anche lui nel marketing del referendum, ma dalla parte del Sì.

Lo scontro politico  (e il racconto cinematografico, ça va sans dire) si gioca con gli stilemilarrain5 del racconto pubblicitario, alla ricerca dello slogan più efficace (La alegria ya viene) e del marchio vincente (un arcobaleno). Le atrocità della dittatura inchiodate alla necessità della penetrazione del messaggio (trasmettere ottimismo, speranza, non veicolare la paura o la rabbia).

Il nostro René vende ai clienti (i partiti a sostegno del No) il suo spot come poco prima ai clienti dell’agenzia aveva venduto lo spot per una bibita rinfrescante; è giovane, è sicuro del suo valore, pare non avere interesse politico (all’inizio) ed è più cinico sull’effettivo cambiamento.
Lucho ricorre ai metodi della pubblicità comparativa (evidenziando le ambiguità e i trucchi comunicativi del competitor) ma quasi con rassegnazione, il capo che si arrende al suo allievo giovane e più capace.

Larraìn e lo sceneggiatore Pedro Peirano abbandonano la pìece di Skarmeta da cuilarrain2 traggono la storia (modificandone radicalmente il suo protagonista) per concentrarsi sull’ambiguità; quella del messaggio pubblicitario – scevro dalle sovrastrutture ideologiche che appesantiscono l’obiettivo di comunicazione e necessariamente agnostico –  e quella del destino politico del Paese. Davvero la fine della dittatura ha determinato la svolta democratica? Davvero il Cile ha abbandonato (meglio: superato) il suo passato o tutto è cambiato perché nulla cambi? 
Nel nuovo (?) Cile democratico, mentre il nuovo presidente democraticamente eletto stringe la mano a Pinochet, legittimandone il passato, René, dopo un viaggio dell’eroe che si chiude al punto dove era iniziato, accanto al suo capo nella sua agenzia multinazionale a vendere pessimi prodotti usando la stessa tecnica pubblicitaria risultata così efficace per la vittoria del No. Da mettere nel curriculum.larrain4
L’ambiguità del messaggio (politico e/o pubblicitario), il suo agnosticismo, il suo (apparente) distacco, sono felicemente resi a livello filmico dall’utilizzo da parte del regista di una videocamera anni ’80 che ha reso fluido il matrimonio tra immagini “di repertorio” e finzione.
Lo sguardo di felicità mista a spaesamento di René in mezzo alla folla esultante per il risultato referendario è forse quello della generazione di Larraìn, che non ha vissuto pienamente gli orrori (e l’ambiguo fascino) del regime, come i genitori del regista. 
Una generazione contenta per la svolta, dubbiosa che sia mai avvenuta, felice di tornare a vendere bibite rinfrescanti, perché il popolo cileno è pronto per il cambiamento. 

Pubblicato in cinema 2013, commercial, le cose migliori, media, politics, scrittura | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Interior. Leather Bar, Cruising è il McGuffin

Nel progetto di James Franco e Travis Matthews, il tentativo di ricostruire i 40 minuti di interior6Cruising, il capolavoro di Friedkin tagliato dalla censura, è un puro pretesto, il soggetto di qualcosa d’altro, la scusa per Franco e per Matthews di parlare di temi cui tengono molto, in cui, potremmo dire sono “attivisti” cinematografici. Interior. Leather Bar è una grande metafora.

Un attore amico di Franco di lunga data, Val Lauren, viene reclutato per fare Al Pacino einterior3 recitare la ri-costruzione di quei minuti ad alto tasso di sesso ed esibizione nel bar Leather caduti sotto la mannaia della censura, che altrimenti avrebbe bollato Cruising con una X (pornografico) distruggendone le possibilità economiche. L’attore è molto preoccupato di interpretare un film “gay”, di essere coinvolto in scene di sesso, in qualcosa di porno e si trova a disagio per tutta durata delle riprese. Alla fine delle quali però, anche lui, come Pacino in Cruising, sarà cambiato

Da qui parte l’altro film (nel film e nel film) che si sposta (ci sposta) lo sguardo in diverse interior2direzioni, che apre e chiude (?) tre temi e si rivela oggetto prezioso. Cercherò di riassumerli, conscio che un film ricco di spunto come questo meriterebbe di più ma consapevole anche della limitata pazienza del lettore.

Primo tema. La rappresentazione del sesso esplicito al cinema e quella del sesso gay in particolare. La cosa sta molto a cuore a Franco: un po’ stufo delle stereotipizzazioni del mainstream, egli vorrebbe fare entrare il sesso esplicito nella produzione per la massa.
Il sesso etero è più facile da ve(n)dere di quello gay, ma il sesso in genere, specie quello esplicito, non trova spazio al cinema, viene bollato come “pornografico” (anche dalla critica, e spesso dai blogger). Franco dice cose che pensiamo tutti, come ad esempio quanto sia facile vedere al cinema teste mozzate e braccia amputate senza che nessuno batta ciglio, ma un pene succhiato scatena la riprovazione e la censura. La sua è prima di tutto una presa di posizione artistica, poi produttiva infine culturale, e il fatto che venga da un attore etero la rende ancora più forte. interior5
Il dialogo tra lui e l’amico Val Lauren che non comprende il perché dell’operazione in cui Franco lo ha coinvolto, è il manifesto politico-artistico dell’attore e rimarca i suo lavori da regista arty precedenti, la sua attenzione per la comunità queer e la necessità che lo sguardo altro sia portato dentro, e non lasciato in the closet. Con questo lavoro Franco, forse anche grazie alla presenza di Matthews, ha mostrato una maturità sorprendente rispetto ai precedenti.
C’è poi l’attore James Franco. Le cose che dice non sono originali, le abbiamo dette ancheinterior noi spesso sia qui sia a cena con gli amici cinefili e Bruce LaBruce, regista indie che conoscono quattro gatti, ci lavora filmicamente da anni. Ma le dice un attore da blockbuster che è riconosciuto anche dalle massaie del Texas, e non ha paura di prendere posizione, dando loro quella forza mediatica necessaria, quantomeno per aprire un dibattito.
L’ulteriore scarto è dato dai riflessi sulla vita privata di Franco che gli sta procurando la sua ricerca. Giusto per confermare uno stereotipo, tutti pensano che lui sia gay perché gli interessa il mondo gay, va al Pride, filma corti a tema, ecc. Non può semplicemente essere interessato da qualcosa che è altro da sé? A quanto pare no. Ed è questo la prima barriera da abbattere, il (pre)giudizio che anche il suo amico Lauren non riesce ad evitare.

Secondo tema. Lo sguardo. Non è solo l’industria a considerare il sesso esplicito alinterior4 cinema come “pornografia”, a trovarsi a disagio con il sesso gay, è anche il pubblico. Val Lauren, il nostro Al(tro) Pacino, è uncomfortable nell’essere nel film, nell’assistere alla scena di sesso tra due attori, in imbarazzo davanti al fetish e alla pelle, culi, cazzi eretti, baci, sfioramenti. Il suo disagio, su cui la mdp di Franco e Matthews insiste molto, in particolare  mentre guarda i due attori che fanno sesso esplicito, è quello del pubblico, cui mancano non tanto i codici cinematografici per elaborare ciò che vede, quanto quelli culturali, sociali. Come Pacino in Cruising, anche Lauren – maschio etero felicemente sposato, come lui stesso dichiara – finirà per subire la fascinazione di questo altro mo(n)do di vedere. Forse gli sta spuntando quell’interesse che James Franco gli ha dichiarato di avere durante la loro chiacchierata.

Terzo tema. Il racconto della coppia. Nel film la scena di sesso esplicito è girata da unainterior7 vera coppia gay che non ha mai fatto nulla di BDSM. L’argomento interessa molto il regista Travis Matthews che già in I want your love (1) ci aveva raccontato l’intimità di coppia, l’esplorazione. Anche per loro, come per il protagonista si tratta di entrare in contatto con una realtà diversa, spaventati e affascinati. La scena, straordinaria, una volta filmata e montata darà un altro effetto, coerente col fake film che si sta girando, durante le riprese diventa momento di affettività, di sesso gioioso di una coppia leather, e il metacinema si impossessa di noi e ci fa quello che vuole, legandoci al letto. Questa scena è un momento fondante del lavoro Franco/Matthews. Ci dice che il sesso esplicito rappresentato al cinema non è poi così male né fastidioso per il pubblico, se lo si sa girare. E aggiunge: il leather non è una perversione, il BDSM non è trasgressione, sono modalità di gestire e godere della varietà della sessualità, sguardi altri, che, e questo film lo (di)mostra, possono essere naturalmente mostrati.

(1) A conferma di quanto si diceva, I want your love fu bloccato dalle autorità australiane per i suoi contenuti di sesso esplicito.

Pubblicato in cinema 2013, politics, scrittura, vizi e virtù | Contrassegnato , , , , | 4 commenti

Vancouver journal #2

Before taxes and tip. Prima delle imposte varie e “mancia”. Il mondo della transazioni commerciali da queste parti consente un viaggio affascinante nelle incognite del prezzo. Quello che vedete scritto negli store o sui menu dei ristoranti non è mai quello vero.

Alle merci in vendita nei negozi vanno aggiunte le tasse e se trovavate quel prodotto conveniente, l’espressione del vostro viso after taxes potrebbe cambiare. grocery
Qui tasse non significa solo imposte, tipo l’Iva, ma anche, nel caso dei containers, tassa sul riciclo e tassa sul deposito; in Italia si discute da millenni se mettere il deposito su alcuni contenitori ma l’idea è stata sempre ritenuta ambientalmente inutile.
E lo è anche nella British Columbia dato che praticamente NESSUNO restituisce i vuoti, per la felicità delle centinaia di senzatetto che affollano il centro e che sopravvivono grazie alle tasse sul deposito.

La mancia nei ristoranti è una questione più delicata. La paga dei camerieri è da fame per cui è grazie alle mance che alzano lo stipendio a un livello tale da consentirgli la sopravvivenza in uno dei posti più cari al mondo (il caro vita di Vancouver è oggetto di dibattito tra i partiti in questo clima elettorale – vedi oltre).panorama
C’è un delizioso ristorante giapponese dove vado spesso col mio compagno. Lì si ordina stando in piedi, si paga in anticipo e poi ci si siede. Acqua e tè gratis ad libitum. Oh, che simpatia. La mancia in questo caso la decidi prima. Cioè dai un riconoscimento per un servizio ben fatto sulla fiducia. E io che, come Blanche Dubois mi fido sempre degli sconosciuti, approvo.
Sì, ma quanto dare? Di solito si dà il 15%, i ricchi danno il 20%, il do generalmente il 10%. La mancia la si dà anche nei pub. Due pinte 12 dollari più 2 di mancia. Lo so, è più del 10%, ma dovevate vedere il barman.

A proposito di bevande, è affascinante notare il desiderio bruciante dei canadesi (e dei nordamericani in genere) per l’additivo. Un esempio tipico è il latte, mi sembra di essere uno dei fattoni di Arancia meccanica col lattepiù. Più vitamine, o cacao, o vaniglia, o fragola, o cannella, o qualsiasi altra cosa gli venga in mente. Latte e basta, no. La scoperta più straordinaria l’ho fatta col sale da cucina. Addizionato con zucchero. Sai com’è.

Ma si parlava di elezioni (si vota il 14 maggio). In una Provincia come questa non puògreen_party mancare il partito dei verdi che becco fare propaganda in Davie Street coi cartelli. Teneri. Per par condicio ricordiamo che ci sono anche il BC Conservative Party, il BC Liberal Party, il BC Excalibur Party (esordiente del 2013, la Lega aveva la spada di Alberto da Giussano, loro quella di Re Artù), il BC NDP (sono New Democratic, che mi ricordano qualcosa… qualcosa di italiano… qualcosa di sinistra…), e il BC Marijuana Party. Tralascio le altre numerose forze minori (ma le segnalo a chi si lamenta della frammentazione partitica in Italia…).

Venerdì spazio ai documentari. Al cinema Rio due appuntamenti per i quali abbiamointerior già i biglietti: I am Divine di Jeffrey Schwarz, che spero ci racconterà bene la vita spettacolare di uno degli attori più straordinari del cinema weird; e Interior. Leather bar di James Franco, che prova a immaginare i famosi 40 minuti tagliati di Cruising, il capolavoro di Friedkin. Franco, che anche se gay friendly non è gay, si è fatto aiutare dal regista Travis Matthews, applaudito regista di I want your love, esordio che si è fatto tutti i festival importanti – riempiendo sempre la sala – ed è stato lanciato in dvd all’inizio del 2013.

Buon cinema, alla prossima puntata (dove probabilmente vi racconteremo il nuovo Star Trek, che esce il 17 maggio e che vedremo in una sala IMAX).

Pubblicato in scrittura, Vancouver journal | Contrassegnato , | Lascia un commento

Leviathan, quando il racconto (s)fugge (d)all’autore

Finalmente riesco a vedere questo documentario del 2012, Leviathan, che tutti i cinefili, appassionati e accreditati, hanno visto ai Festival di Locarno e Torino e tutti gli altri ciccia. Lo ho recuperato alla cineteca di Vancouver.

Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel i registi/autori hanno seguito per alcune settimane una ciurma di pescatori d’altura al largo del Massachusetts nel tentativo di raccontare l’industria della pesca, l’eterna lotta dell’uomo contro la natura, la caccia al “leviatano” senza però troppi echi melvilliani. Uccidere pesci è un lavoro – impressionanti le scene di taglio e sistemazione del pesce ancora vivo, impeccabilmente professionali – non una questione personale. leviathan01

Un horror, oseremmo dire se volessimo appiattire il lavoro dei due registi, costringendolo in gabbie che non gli appartengono. Un horror deprivato del compiacimento estetico, del gioco su e con il genere, formidabilmente vero nella sua (ri)costruzione, quanto la fiction risulta inevitabilmente falsa.

La descrizione documentaristica delle giornate di pesca, dei riti, della fatica, laleviathan02 drammatica violenza delle inquadrature, esaltata da angolazioni di ripresa letteralmente in balia dei flutti, danno la sensazione che l’ambiente abbia preso presto il sopravvento sull’Autore, che il racconto si sia presto liberato dalle necessità strutturali del genere e sia stato lasciato libero dai suoi creatori, di muoversi portato dal mare o dal vento, come i gabbiani che vigilano, spazzini del mare, sugli scarti della pesca rigettati in mare dalla barca. 
L’imprevedibilità delle giornate in mare (quanto pescheremo?, torneremo vivi?) sposa????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????? quella della messa in scena, che rifiuta una dogmatica e riconoscibile impaginazione alla National Geographic, forse più che per precisa scelta autoriale a priori, per successiva imposizione necessaria data dagli eventi.

Il film sembra così farsi da sé, privo di un forte punto di vista autoriale, per sposarne diversi (o nessuno?) e slegato dalla necessità di una impaginazione standard, incerto nei risultati come la pesca, il caso che (ri)scrive la trama, solida come le reti tirate a bordo. 
Un prodotto nato probabilmente come documentazione del lavoro faticoso e incerto nei risultati dei pescatori, diviene fortunatamente qualcos’altro; diario sensoriale di lancinante penetrazione emotiva senza necessità di mediazioni, senza enfasi posticcia. Definirlo cinema immersivo, stavolta non è una esagerazione.

Pubblicato in cinema 2013, le cose migliori, scrittura | Contrassegnato , | Lascia un commento

Vancouver journal #1

Questo blog si è trasferito. Beh, non proprio lui, naturalmente, la persona che lo scrive. La foto in testata può dare una idea del posto dal quale scriviamo queste note, ma decisivo è il titolo di questo post. Il primo di una serie, brevi note su quello che ci accadrà, quello che vedremo e ciò che proveremo.lions_gate
Sperando di suscitare un certo interesse, non per le povere vicende di chi scrive, ma per le cose che ci capiterà di vedere, ascoltare, leggere. 

Siccome però questo è un inizio, ci permettiamo di dare qualche nota sulla città che ci ospita. 
Ho sempre sorriso sentendo dire “ti seguirei in capo al mondo”. Poi quando lo fai veramente, per amore e solo per amore, ti rendi conto di quanto folle e bello sia stato farlo, e  spaventevole, e divertente. 
Vancouver è stata definita un grande mosaico, dove ogni identità viene rispettata. La differenza col crogiolo americano è decisiva. Te ne accorgi dalla pazienza che tutti hanno con chi non padroneggia al meglio la lingua inglese. Considerato che molte delle persone che vivono qui da decenni hanno le stesse difficoltà, si comprende come sia una pazienza necessaria, seppure gradita.digital_orca

La città è molto cara, ma chi è abituato ai prezzi di Milano non trova troppe differenze. Tranne per il vino, costosissimo e con tappo a vite, sconosciuto o quasi il sughero. Come da tradizione britannica (siamo o no nella British Columbia?) gli alcolici sono venduti in appositi negozi, dove, in una atmosfera triste, i carbonari dell’alcol prendono la confezione da sei di birra guardandosi intorno con aria colpevole. Puritani.
Per altri versi invece la città ospita manifestazioni in favore della cannabis, un atteggiamento gay friendly che sorprende (i matrimoni gay sono legge dal 2003 da queste parti), e ha una popolazione più liberal di chi la governa.

La cosa davvero straordinaria di questo posto è che se ti giri da una parte vedi l’oceano immenso, con i cargo placidamente a mollo al largo e le barche a vela più vicino; se ti volti dall’altra vedi le montagne innevate. Una città di cemento e (sopratutto) vetro, incastrata nella natura selvaggia.

Il verde è ovunque, l’idroelettrico impazza, l’elettricità costa quindi relativamente poco e si cucina sulle piastre elettriche. Chi è fortunato può trovare nella casa che ha preso in affitto una cucina degli anni ’50.cane_sunset_beach
I ciclisti sono felici. E anche i cani. Le nuvole coprono il cielo primaverile quasi tutti i giorni, ma anziché regalare quella malinconia da cielo bigio milanese, offrono la metallica e bellissima violenza che affascina il provinciale col naso all’insù per guardare i grattacieli che lo circondano.
La numerosa presenza di senzatetto in downtown, a caccia di vuoti a rendere (qui si paga il deposito per ogni contenitore) completa il quadro regalando le contraddizioni di quasi tutte le città industriali.idrovolanti

Ma parliamo di cinema. E parleremo di cinema. La programmazione canadese non è quella americana. E nemmeno quella europea. I film in uscita non sono sconvolgenti opere di nicchia. Ci pensano i festival, piuttosto numerosi durante l’anno a recuperare al cinefilo la sua dose di cinema di qualità. 
In particolare la Cineteca di Vancouver (http://www.thecinematheque.ca/) ha una programmazione interessante e mai ripetitiva. Non è sicuramente Torino, ma è meglio di Milano. 

Ma parleremo di cinema. Di film nuovi e meno nuovi, a modo nostro. Cioè parlando (anche) d’altro. Come abbiamo fatto ora. 

Pubblicato in le cose migliori, pensieri, scrittura, Vancouver journal | Contrassegnato , | 6 commenti

Dentro la casa di Ozon

Feticisti della parola scritta, accorrete. Con la sua nuova operazione cinematografica, Dans la maison (Nella casa) il regista francese François Ozon ha compiuto una operazione straordinaria. Ci ha raccontato, attraverso il solito formidabile uso della macchina cinema cui ci ha abituati, la seduzione della parola scritta.Ozon2

Voyeurismo letterario raccontato dal cinema, impresa difficilissima, nella quale il regista, a suo agio, come d’abitudine, tra i vari registri cinematografici – dramma, farsa, commedia, thriller – gioca coi suoi personaggi e i suoi attori, non a caso avvalendosi ancora di Fabrice Luchini che aveva abilmente usato in Potiche, altro gioco narrativo e cinematografico col genere: lì il gioco era col cinema e i suoi stereotipi, qui con la Letteratura/letteratura, e le sue trappole.Ozon5

Germain (Luchini) professore di lettere in un liceo, scrittore fallito e intellettuale snob sposato con una donna che pensa di saperne di arte solo perché gestisce una galleria, incoraggiato da un racconto del suo alunno Claude (Ernst Umhauer) – che trasforma il banale tema sul “cosa avete fatto nel weekend” nel racconto sul suo ingresso nell’intimità della famiglia di un suo compagno di classe – lo spinge a scriverne ulteriori puntate, individuandone il talento, o forse solo morbosamente attratto, come in un romanzo d’appendice, da tutti i trucchi letterari che l’adolescente usa per attrarre il lettore (noi, il suo docente, sua moglie).Ozon8
I racconti descrivono con malignità e sarcasmo la famiglia del suo compagno di classe, media borghesia illetterata, e soddisfano lo snobismo del professore, che come una qualsiasi lettrice di Barbara Cartland si appassiona alla banalità di quel gruppo di famiglia in un interno.
Il giovane alunno è bello ed è consapevole della sua acerba bellezza, del suo fascino, come lo ha la letteratura più facile, coi suo scoperti inganni cui si fatica a sottrarsi (“non ti leggerò più” dice il docente. Ma non ce la fa).Ozon6
Sono molte le suggestioni che solleva un film denso e complesso (e allo stesso tempo messo in scena in modo così leggero) come questo. L’indubbia seduzione della gioventù sull’età adulta, la morbosa curiosità per le vite degli altri (entrare in casa di altri) che prende chiunque, il rapporto tra fiction e realtà, quanto della vita vera debba entrare in un romanzo (in un film), l’obbligo di uno scrittore di raccontare solo quello che conosce e sperimenta.Ozon9

Ma c’è un aspetto che qui ci preme sottolineare. Mentre Ozon pare prendersela con la banalità e l’incultura della classe media, sferra in realtà un formidabile attacco agli pseudo intellettuali delle classi più agiate, all’ipocrisia di chi consiglia Tolstoj e Flaubert e poi si lascia travolgere da un romanzo di appendice, da un thriller stereotipato, da una banale storia d’amore. E con loro a noi spettatori, assetati di colpi di scena, di un finale che ci sorprenda ma che non ci stupisca, che pretendiamo originalità dalla trama e non ci accorgiamo della banalità dell’intreccio.Ozon7
Germain, il professore di liceo che disprezza l’analfabetismo dei suoi allievi, sedotto dalla parola scritta del suo allievo Claude. Come noi tutti, che inevitabilmente ci ritroveremo seduti sulla panchina insieme a Claude, a guardare un edificio, vogliosi di sapere da Claude cosa succede, in ognuna di quelle case.

Pubblicato in cinema 2013, scrittura, vizi e virtù | Contrassegnato , | 4 commenti