Person of interest, c’è altro dietro il procedurale

Ora che si è chiusa possiamo dirlo. Person of interest è stato uno degli esordi migliori della stagione televisiva americana (ora è arrivata anche in Italia).
Ingiustamente trascurata dal culto mediatico che ha raccolto immeritatamente Alcatraz, Person of interest si è conquistata l’affetto della nicchia che ama i procedurali con qualcosa in più.
Un abbaglio, questo per Person of interest che toccò anni fa a Southland (giunto alla quarta stagione) una delle serie poliziesche più interessanti.

Non abbiamo citato Alcatraz a caso naturalmente. Come la serie della Fox, anche dietro Person of interest (Cbs) c’è J.J. Abrams, l’uomo che ha avuto una sola idea ma è stato capace di splittarla ovunque.
Mentre di Alcatraz Abrams era produttore, di quest’ultima serie è anche autore del soggetto insieme a Jonathan Nolan (fratello di).
Il marchio c’è e si vede subito. Alcatraz ci annunciava che quello che sapevamo del popolare carcere e di come si era chiuso nel 1963 non era vero, Person of interest si apre con l’inquietante “You are being watched” . Siete tutti osservati.
Harold Finch, un signore elegante e misterioso, ovviamente zoppicante, mago dell’informatica ha creato una potentissimo computer antiterrorismo per il Governo. La macchina (The Machine) scovava anche crimini che coinvolgevano persone comuni, anche se questo aspetto non interessava Washington. Così lui ha deciso di essere Dio, ed agire per proteggere le vittime e assicurare i criminali alla giustizia. Per farlo si serve di un ex agente segreto, John Reese, che fugge da una vita che non gli appartiene (più). Due loner e in parte looser. Le persone da aiutare vengono “chiamate” dalla macchina che fornisce semplicemente un numero di previdenza sociale. Le vittime o i carnefici vengono sorvegliati fino all’intervento risolutore, con(tro) o senza l’intervento della polizia.

Ogni episodio un nuovo numero, una nuova storia da raccontare, come si diceva nei polizieschi anni ’70. Il rischio “procedurale” tanto odiato dal pubblico giovane, c’era. Così come era evidente il pericolo che il meccanismo diventasse ripetitivo.
Person of  interest che invece si è portata a casa 23 episodi costruendo nel corso delle puntante un rovesciamento di interesse. Chi spiava viene spiato, e il segreto della “macchina” non è più al sicuro. La “macchina” da espediente narrativo per il poliziesco, da motore della storia (fornisce un nuovo social security number e parte un nuovo episodio) è divenuta, nel sorprendente finale, personaggio, cui ci si rivolge direttamente. Lo sguardo  in camera di John Reese segna lo spostamento di sguardo,  l’uomo torna al centro dell’azione e dice alla macchina quello che deve fare.
La straordinarietà di Person of interest è stata quella di usare lo schema del procedurale per farne centro di riflessioni metafisiche sul diritto di modificare la Storia, gli eventi, intervenendo nella privacy delle persone e salvando vite che non verrebbero salvate. Sottilmente, episodio dopo episodio, si insinua il dubbio. Se la violazione del IV emendamento era forse giustificata dalla prevenzione del terrorismo, si può sacrificare il diritto alla riservatezza per prevenire il crimine comune? E, sopratutto, lo si può fare fuori dalle istituzioni? Insomma i grandi temi che appassionano molto gli americani: farsi giustizia da sé, fine giusto con mezzi sbagliati, l’essere controllati, il potere di “sentirsi Dio”.

Infine, una riflessione laterale ma presente sottopelle, a mio parere in tutta la serie. Ha senso ancora lamentare (lamentarsi) una violazione della privacy, quando costantemente vi rinunciamo nel nostro rapporto quotidiano coi social media?

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Chronicle, il lato oscuro del teen superhero

Qui non si scrivono recensioni, si scrivono pezzi di vita o pezzi di torta, fatta in casa naturalmente. Così se devo raccontare a chi capita da queste parti Chronicle, l’esordio di di Josh Trank – figlio d’arte – scritto da Max Landis – figlio d’arte (nel mondo dei media si entra per cooptazione) comincerò da Dane DeHaan. Chi è? diranno i più attenti tra voi.

Se foste dei fan di In Treatment avreste capito subito. Il giovane Dane (classe 1987) si è fatto conoscere come Jesse, l’adolescente gay in terapia dal Dr Weston (David Byrne) dove ha stupito tutti per la potenza della sua interpretazione, guadagnandosi notorietà e il posto da protagonista in questo film low budget (15 milioni di dollari) dove probabilmente tutti hanno lavorato a paga sindacale e il grosso dei soldi se ne è andato negli stupefacenti effetti speciali.
Grazie a Dane, di cui ricevo gli aggiornamenti su Facebook ho saputo del film diversi mesi fa. Uscito a maggio 2012 in USA ha già incassato worldwide più di 120 milioni di dollari, ripagando ampiamente i finanziatori e assicurando un futuro al regista e allo sceneggiatore, oltre che al nostro Dane che speriamo lo capitalizzi bene (per il momento lo vedremo in un film sulla beat generation dove Daniel Potter Radcliffe fa Ginsberg – aiuto). 

Insomma un successo e siamo sicuri che Max Landis avrà chiesto qualche consiglio a papà John per imbastire uno script che capitalizza tutti i topoi del genere e sa dove andare a parare per chiudersi nel modo dichiarato all’inizio (il che vuol dire, nell’ottica industriale americana, nel modo giusto).

Allora, il nostro giovane e bel Dane è Andrew, un adolescente nerd, si sente sfigato ha la madre bloccata da una malattia e il padre alcolizzato che lo picchia. Suo unico amico è il cugino Matt (Alex Russell, già super hot protagonista del magnifico Wasted on the young), che è invece bello e popolare. Andrew non fa che riprendere gli altri con una videocamera vintage per rivedersi pezzi di vita altrui (la vita che vorrebbe vivere) in televisione (e qui tralasciamo tutti gli ovvi discorsi sui social network, sul solipsismo, sulla vita vissuta in differita, sui dialoghi solo in chat, sulla difficoltà di comunicare se non manifestando se stessi). 
Come nei classici di fantascienza Andrew, Matt e un amico di quest’ultimo, già candidato a presidente del consiglio studentesco o whatever, scoprono una caverna, ci si buttano dentro e vengono investiti di una serie di superpoteri (telecinesi e volo) in stile Superman.
Accantonata la iniziale fase ludica (giochiamo a fare i supereroi per divertirci) si sa che da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Andrew, il nostro protagonista però non è Peter Parker, piuttosto il lato opaco della medaglia.
Più che nascondere la sua identità, vuole esibirla, più che aiutare gli altri desidera capitalizzare se stesso. Adolescente dei suoi tempi, vuole apparire per essere e ne ha le facoltà. Chissà se ora che può fare cose fighe le ragazze gliela daranno, chissà se ora che può distruggerli gli adulti lo ascolteranno?
L’aspetto che mi ha colpito è che la rabbia di Andrew diretta a che il mondo si accorga di lui non ha dietro nulla. Andrew non ha particolari qualità né pare diretto a ottenere alcuno scopo se non quello di essere notato (e di riflesso apprezzato pro forza). In questo senso l’obiettivo, condiviso coi due compagni di avventure, di ritirarsi in Tibet per scoprire la meditazione e l’alienazione dal mondo, è semplicemente una posa, una moda, labile e vacua come uno status su Facebook, alla quale non crediamo nemmeno per un secondo.

I due autori – regista e sceneggiatore – classe 1985, paiono suggerirci che la rabbia giovane è potente, incontrollata e inarrestabile.

Landis e Trank lavorano su metafore consolidate, con un apparato iconico tradizionale, non rischiano molto se non nelle sottigliezze che regalano al pubblico più attento e portano a casa la pagnotta, evitando discorsi troppo profondi e complicazioni filosofiche, lasciando che la pura meraviglia visiva e i combattimenti fumettosi si mangino a volte la solidità dell’assunto. Però in questi casi verrebbe da dire ai giovani registi italiani 27enni come i due autori, citando il De Fornari:  vedetelo e vergognatevi.
Il nostro adorato Dane è bravo e lo attendiamo in nuove prove e in futuri servizi fotografici in cui posa, bello e tenebroso, per le riviste cultural chic.

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Una spia non basta, il mainstream conservatore

Ah, che nostalgia degli scontri maschio-femmina filmati da Hawks, che rimpianto per la perfidia delle battute dei film di Cukor. 
Quando ci si trova davanti a Una spia non basta (in USA intitolato in modo più fumettoso This Means War) si preferirebbe essere nati nell’epoca della censura, che partoriva copioni di maggiore sapidità.

Il film diretto da McG già noto per avere portato in scena le Charlie’s Angels (quantomeno con una ironia e incredulità sconosciute a questa pellicola) parte da un soggetto potenzialmente esplosivo: due agenti della Cia, giovani e belli, amici per la pelle SOno Chris fisicazzo Star Trek Pine e l’inglese Tom Hardy), in modo fortunoso si innamorano della stessa donna, ennesima replica della Liz Lemon di 30Rock (in carriera, intelligente, bella che nasconde il potenziale, lavoratrice indefessa, mangiatrice di schifezze e single che non trova un uomo nemmeno col lanternino) cui Reese Whiterspoon tenta di dare spessore.
I due useranno tutte le armi (segrete) a loro disposizione per farsi belli con la tipa, che dovrà scegliere il migliore. 

Purtroppo, il copione troppo “serio” (perché troppo maschile, le donne sanno essere decisamente più ironiche) butta nel cesso un soggetto potenzialmente esplosivo aiutato dal regista che (a differenza di quanto aveva fatto con Charlie’s angels) non lavora su sottigliezze ironiche (siamo ancora alle battute sulla dimensione del pene), non aiutato nemmeno dal cast, cui manca l’armatura iconica necessaria a occupare la scena come Bugs Bunny.

Al di là del casting, che è sempre una incognita, della necessità di accontentare il pubblico maschile che se non vede un po’ di azione si annoia (ma quanto erano action gli inseguimenti in Twentieth Century?), quello che sconcerta in questi prodotti è il loro conservatorismo. 
Se con Cukor (ma anche con Hawks) potevi godere della modernità delle figure femminili, donne “scandalose” che conducevano il gioco, in questo film che ammicca ai cartoon Warner fin dal titolo (originale) senza averne la dirompente anarchia, tutto è un inno alla conservazione: della famiglia dell’agente Tuck, separato ma in odore di riconciliazione, del corpo della nostra donna in carriera (che accoglie un uomo solo, altro che trasgressione) della istituzione matrimoniale (l’amica che la spinge a osare iscrivendola a un sito di ricerca anime gemelle – vedi alla voce scrivimi fermo posta – nonché a scoparsi entrambi i pretendenti, ma che si gode la tranquilla e poco erotica trasgressione matrimoniale).
E i due amici per la pelle in lotta per la donna (ma questo non cambierà la nostra amicizia!) non sono nemmeno capaci di giocare con allusioni bromance, credibili come quelle che potrebbero scambiarsi Stallone e Chuck Norris.

Perché vedere una tale ignobile e noiosa storia? Perché il cinema mainstream, anche film insulsi come questo, possono raccontare molto, non della storia del cinema, ma della storia della nostra epoca. Ah! se ci fossero stati Kate Hepburn e George Cukor, il diavolo e la femmina, quante gliene avrebbero cantate.

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Riposizionare il brand, da cheap a chic

Milano, esterno giorno. Un ristorante su un terrazzo, ora di pranzo. Un posto elegante dove una insalata non costa meno di 18 euro. Ai tavoli bella gente vestita bene, aria di chi pranza lì tutti i giorni per lavoro o per piacere, tra una seduta in palestra e una dal parrucchiere. 

Un ragazzo giovane e bello sta ordinando, appunto, una insalata, perché vuole “qualcosa di naturale”, probabilmente si sta concedendo l’unico pasto sano della sua settimana. La sua ordinazione riflette quella di chi mangia sano più per moda che per convinzione. “Pomodorini freschi, olive e basilico. Mi ci mette anche due zucchine dell’orto?” (sic!). Olio extravergine mi raccomando, chiosa alla fine, con l’aria di quello che non si fa mica fregare e una recitazione da “grosso cane”.

E da bere?, chiede il cameriere con quella eleganza complice che hanno i camerieri dei posti fighetti. 
La scena si blocca. Un fermo immagine molto anni ’90 immobilizza cose e persone. Panico? Il ragazzo non sa chiedere una minerale?
Meno male che viene in suo soccorso quella bella ragazza che già da prima lo aveva adocchiato, forse stregata da quella sua ordinazione “bio”.
“Da bere Estathé!” afferma lei convinta.
E prima che lui possa connettere ed eventualmente obiettare, lei ha già messo la nota bevanda Ferrero sul tavolo di lui, mentre il cameriere sorride e la vita intorno a loro riprende felice.

Quello a cui avete appena assistito è il formidabile tentativo di rendere chic una bevanda cheap, quella che ti bevi al mare per disperazione, quella che consumi durante la gita in campagna per comodità, quella che a un certo punto la Ferrero aveva abbinato in un packaging da film horror (tutto in un unico contenitore!) alla Nutella e ai grissini. 

Dove osano i pubblicitari noi non oseremmo mai. La bevanda con vero infuso di thé e un esaltatore di sapidità per dare gusto a quello che non ne ha, si veste firmata per agguantare la clientela chic. E non è detto che non riesca. Se mangiare sano e naturale è di moda, perché non dovrebbe esserlo anche bere? Poi che Estathé sia “naturale” e ideale accompagnamento di una insalata è questione estetica ed etica che lasciamo ai lettori.

Qui lo spot

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Edoardo II, venti anni dopo

Edoardo II ha compiuto 20 anni. Venti e un pezzetto, d’accordo. Il film è del 1991 ed è il culmine del Jarman più “commerciale” (se mai questa parola si può usare nel suo caso), meno ostico, punk, criptico, ma ugualmente furioso.
Jarman prende il testo di Marlowe e ne mette in scena l’essenza, figurativamente e politicamente.
La scenografia, spoglia, elisabettiana richiama volutamente il mondo esterno come teatro. L’assenza di elementi scenografici ulteriori impedisce di distrarsi dal testo e dalla sua rappresentazione.
L’inserimento di elementi scenici contemporanei avverte lo spettatore dell’assolutismo storico della vicenda. Non ti sto raccontando una storia antica, la storia, questa Storia è qui, ora.
L’aspetto principale dell’opera che interessa Jarman è la storia d’amore amicizia e comunione tra Edoardo e Gaveston, due uomini non possono amarsi, sopratutto se uno è il Re. La società pretende un matrimonio, la discendenza, una vita regolare.
E l’affermazione “politica” del regista è il rifiuto del compromesso, sbattere in faccia al pubblico (e quindi al mondo) la propria condizione, la voglia di essere se stesso accompagnata dalla consapevolezza della inevitabile morte (per sé e per il suo amante) che l’ipocrisia avrebbe forse consentito di evitare.
E insieme la voglia di combattere per un cambiamento della società e per ciò in cui si crede, per (ri)fondare, (ri)dipingere la tela usando colori diversi.
Jarman è diretto, quasi brutale nell’affermare con immagini, in questo sposando l’etica di Marlowe (molto più diretto rispetto al contemporaneo Shakespeare).
La brutalità della polizia inglese, la ferocia unita all’indifferenza dei giornalisti, la punizione finale che attende il Re dopo la sua deposizione (impalato, così impara il frocio), tutto è esposto senza ambiguità e senza correttezza politica.
Jarman era politicamente attivo nella vita e nel suo cinema.
Il suo è stato da sempre cinema pittorico, in cui la composizione del quadro sostituisce lo script quasi sempre frutto di improvvisazione e ispirazione, come le pennellate sulla tela. L’amore di Jarman per il Super8 e la sua profondità di campo, il suo mettere tutto a fuoco, e quindi dare pochi problemi tecnici all’artista che si sente completamente libero – rispetto al 35 mm – di impugnare la mdp come un pennello.

L’altro aspetto che interessa il regista in Edoardo II è la distruzione dell’Arte e della sua libertà da parte del governo britannico conservatore.
Gaveston e il suo Re vogliono godere le cose belle, divertirsi, amarsi e stare nella pace. Al contrario, la Regina, il suo amante e i Baroni che tramano contro il Sovrano sono gretti, incolti, avidi, incapaci di comprendere il linguaggio dei due amanti il loro messaggio di pace, la guerra, il conflitto come necessità ed espressione di virilità, il nemico da individuare come esercizio del potere.
L’educazione, fin da piccoli alla virilità espressa attraverso l’uso della forza è tema molto sentito da Jarman, che era figlio di un militare e che nell’infanzia e adolescenza aveva subito le pesanti conseguenze dell’educazione familiare e di quella scolastica del collegio che non tolleravano il suo essere diverso.
Jarman, alcuni anni prima con The Last of England (1) aveva raccontato in modo magistrale la distruzione dell’Inghilterra ad opera del thatcherismo, l’arte abbandonata, lo sperimentalismo lasciato spegnersi lentamente, come i fuochi che si scorgono ogni tanto, segnalati da rivoli di fumo.
E poco prima di Edoardo II abbiamo l’importante The Garden dove il privato del regista diviene pubblica affermazione della propria lotta contro l’aggressività dei media e della società mischiando docu e fiction.
Edoardo II prosegue in questo discorso e si fa più mainstream, meno volutamente criptico perché è necessario che tutti comprendano.
Perché parlare di Edoardo II dopo 20 anni? Per ricordare a chi non lo ha visto un gran pezzo di cinema da recuperare e per sottolineare con una certa malinconia che il suo messaggio non è invecchiato.
Il Potere si nutre di una sola virilità, pretende un unico stile di vita, non concede nulla a chi si (di)mostra diverso.
I media si nutrono del diverso finché fa vendere copie, poi passano ad altro, il potere lo cancella, lo anestetizza nel ricondurlo alla Regola, lo ingabbia come eccezione depotenziandone la portata rivoluzionaria (l’innocuo sissy) e se Egli si ribella, se vuole farsi Altra Regola, lo sopprime.
E l’Arte gode dello stesso trattamento, ingabbiata dalla sua rappresentazione mediatica, smussata, addolcita, levigata per non pungere. Innocua perché non scuote. Se si piange o si dichiara di averlo fatto, è pianto comandato dalle regole del marketing del pianto.
L’affermazione della Alterità, la rivendicazione di un posto sul palco della rappresentazione rimane impossibile, confinata ancora negli spazi che il mainstream le concede. Fate quello che volete, basta che lo facciate a persiane chiuse. La regola di governo dell’eterosocietà non può essere cambiata. Nemmeno da un Re.

(1) The film is like no other; occupying its own space; usually when you’re told this it’s a publicity stunt; but with this film it’s true; but don’t think I feel novelty a virtue. The Last of England is exciting because it makes all recent British Cinema look very tired. It makes the work of my contemporaries pale into conformity.
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Young adult, i 40 sono solo l’inizio

Avete mai pensato che la provincia con la sua ipocrisia, la mentalità chiusa, il non c’è nulla da fare se non andare al solito bar per le solite chiacchiere con le solite facce, sia meglio della città dove sei davvero libero di essere chi vuoi essere, hai mille stimoli culturali e seppure la fraternità non sia al primo posto tra le opzioni dei tuoi vicini, hai tutte le possibilità per vivere davvero?

Noi no, ma Mavis Gray ci crede, dopo un divorzio e una carriera di ghost writer di libri per giovani adulti in declino, ha idea che tornare a casa, Mercury, Minnesota, nello squallore che aveva abbandonato anni prima, per (ri)cominciare la sua vita, sia la soluzione, una ripartenza che quando si è verso i 40 molti considerano possibile. 
Ora ho più esperienza, gli errori fatti non li rifarei, ah! se avessi ancora 25 anni con la maturità dei 40!
Cosa cerca Mavis, tornando nel suo paesino vicino a Minneapolis? La famiglia che non è riuscita a costruire? Il figlio che non ha mai avuto? La casetta con la staccionata bianca e i bambini che giocano sul prato? E magari fare il tutto con la vecchia fiamma del liceo, che ora si è sposato e ha una figlia?
Diablo Cody, che scrive il film pensando un po’ a se stessa (che poi è la cosa migliore se si ha un talento non enorme, raccontare la nostra vita) usando ma non abusando di stereotipi consolidati, non riesce a sviare l’attenzione del pubblico più attento da quello che vuole dire, e che poi la nostra Mavis capisce nel prefinale, e cioè: ma vaffanculo a voi e alla vostra vita di provincia.
La Cody che evidentemente detesta quel mondo che ha lasciato senza (troppi) rimpianti, rende poco attraenti le opzioni che si presentano a Mavis, costruendole intorno la strada verso la banale consapevolezza che c’è chi è nato per fare figli e affondare nella casetta col prato e la staccionata, c’è chi è fatto per le cene precotte in appartamenti in disordine, le serate nel rutilante mondo dell’editoria e la grande città che rischia ogni minuto di divorarti, ma Dio se ti fa sentire viva.
Non che Mavis non debba prima rendersi ridicola, tentare di sedurre la vecchia fiamma finendo per troieggiare un po’ troppo, annegare nell’alcol per quel romanzetto rosa per adolescenti che non riesce proprio a (ri)scrivere.
Ma Reitman alla regia e Cody alla scrittura insieme alla fotografia che dice tutto di Eric Steelberg, non fanno tante concessioni all’etica ed estetica del fallimento. Mavis Gray non è una fallita, è solo che ci mette un po’ a capirlo.
Il suo diventare adulti è realizzare che la famiglia, i figli, la noiosa tranquillità dei sobborghi non le appartengono.
E sia lodata la Cody per non cadere nella trappola del perdono conciliatorio. No, Mavis li detesta tutti, nel punto più alto del suo infantilismo ha rovinato il battesimo della figlia del suo sogno infranto del liceo, ma da lì è tutta discesa, o meglio: risalita verso la consapevolezza di sé. Lei vale e lo sa.

Passa la notte da un ex compagno di scuola, quello sciancato e brutto, cinico come lei ma come lei consapevole del suo valore.
Lo straordinario ribaltamento. La più bella del liceo che si dà al “perdente”, e qui la metafora è un po’ più scoperta. Quando si è adulti si va oltre il fisico e l’attrazione non risponde solo a curve e spalle larghe. 
In quel sesso che più che lussuria è incontro di anime che in contesti geografici e culturali diversi, in fondo sono simili, inizia la risalita per Mavis, senza cedute a quella fraternità di provincia che non e appartiene.
Il mattino dopo fa colazione con la sorella del compagno di liceo. Ed è da questa ragazza che da sempre ammirava la più in gamba della scuola, che Mavis riceve conferma di quanto vale. E quando la donna le chiede piena di speranza di portarla con sé a Minneapolis, Mavis, con la gratitudine di un sasso chiosa “Mia cara, il tuo posto è qui”. E possiamo abbandonarci felici ai titoli di coda ringraziando Charlize Theron per la sua bella interpretazione. 

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1000 di questi FilmTv

Quando 20 anni fa comprai il primo numero di FilmTv, un po’ stufo come alcuni amici della piega che aveva preso Ciak, fu immediato amore. Si trattava di una rivista indubbiamente cinefila, sorprendente, pareva costruita all’arrembaggio, con il fiato dei tipografi sul collo.

Si sa, quando si hanno 20 anni tutto sembra più bello di come in realtà fosse. Sarà anche così ma non riesco a dimenticare quella rivista, a volte dimessa nella grafica, nello sprizzare un entusiasmo adolescente ed editorialmente a volte ingenuo, ma ricca di sapidità per la varietà delle posizioni dei suoi collaboratori, lasciati liberi di scorrazzare tra idee e parole da una direzione volutamente non troppo attenta. In più si trattava del primo settimanale di cinema.

Una libertà del genere, uno spirito libero e “fuori mercato” delle idee all’ingrosso, non poteva vivere nel mercato editoriale. A questo si unì una gestione managaeriale della proprietà della rivista che non aiutò e FilmTv si trovò a cambiare rotta e direttore.

L’obiezione che viene fatta è che la rivista era abbandonata a se stessa, che non si rinnovava (come del resto altre riviste “cinefile”) e che occorreva dare una svolta che significava uscire dalla nicchia e rivolgersi a un mercato più vasto. Così è stato fatto.

Ho comprato FilmTV fino ai primi mesi del 2008, quando Emanuela Martini al timone da oltre 10 anni (spiace non trovare nemmeno un ricordo nel numero 1000) e altri collaboratori lasciarono la rivista.

Il mio non fu un atteggiamento per partito preso. Sapevo che con la direzione di Fittante la rivista da femminile, attenta e curiosa alle diversità del cinema e della vita, sarebbe divenuta maschia per la felicità di tutti quei lettori che trovavano “inquietante” Pier Maria Bocchi e volevano una rivista che senza menate cinefile parlasse al lettorato dominante.

Per dire, la guida morale della rivista è Clint Eastwood. Fose stata Ezio Alberione avremmo avuto un altro tipo di giornale.

Furono un po’ antipatiche le vicende del cambio di direzione e il tono con cui Fittante si presentò ai lettori. E quel “avremo nuovi collaboratori (e collaboratrici)” scritto in questo modo già prefigurava un atteggiamento verso le donne della redazione in qualche misura diverso da quello precedente.
Ricordo il biasimo di molti amici cinefili per quell’editoriale infelice (non l’unico se si pensa all’infortunio polemico con gli edicolanti).

Le conferme arrivarono con i numeri successivi. Era – parlo per me – scomparso quel piacere della lettura che mi aveva accompagnato per più di 15 anni.

Si era passati da un FilmTv/Vanity Fair a un FilmTv/GQ. Che ci sta, è in linea col mercato (i “cinefili” sono uomini) ma non è più il mio giornale.

A merito di Fittante va detto che ha riportato in carreggiata una rivista che stava affogando nella sua nicchia, ha assunto diversi giovani, ha fatto crescere il pubblico catturando quel popolo generalista di cui la rivista aveva bisogno per sopravvivere.
Manca forse quel multisguardo che c’era prima, manca un Bocchi, qualcuno che possa vedere film diversi da quelli che vede Giona A. Nazzaro o gli stessi ma raccontandoli con uno sguardo diverso opinioni diverse e un occhio attento ad altre cose. Ecco, manca uno sguardo diverso.

Oggi non potrebbe più comparire la recensione di film porno (memorabile pezzo di Bocchi volutamente provocatorio che scatenò le ire di molti lettori) e Alverman che si occupa di televisione non ha la sapidità e il background culturale di De Marinis. Labranca si è attirato spesso le antipatie dei lettori e si offre solo ogni tanto.

In questo speciale n. 1000 si indicano i 10 nuovi volti attoriali su cui scommettere: 7 sono donne e 3 uomini.

La locandina in regalo in questo numero è il manifesto italiano di La vera gola profonda, un film di cui oramai si potrebbe parlare nei salotti tv. E il box “A luci rosse” che ci offre altri esempi di porno al cinema citando Lars Von Trier, giustamente (ma dimenticando che la sua casa di produzione ha sfornato anche porno gay non solo etero), tralascia chi da anni fa una battaglia estetica e politica sullo “sdoganamento del cinema porno, e cioè Bruce LaBruce.

Il marchio della rivista rimane lo spazio dedicato ai palinsesti, unico nel suo genere. Oggi forse ha meno senso di ieri, ma il valore aggiunto più che nel “cosa vediamo stasera” sta nelle brevi note per ogni film, spesso più efficaci di una lunga recensione.

Lo spazio dedicato ai lettori, omaggiandoli di una pagina per le loro recensioni (tratte dal sito Film.tv.it) è stata una grande invenzione di Fittante, occorre dirlo, un esercizio di (finta) democrazia in grado di fidelizzare il lettore e creare un legame con il sito di FilmTv che in passato non dialogava con la rivista. E apre la questione sulla (in)utilità della critica professionale. Toglie l’aura che circonda chi scrive di cinema e viene pagato per farlo, e apre una breccia anarchica tutta da verificare.

Sui lettori. In 20 anni è cambiato il modo di vedere il cinema ed è cambiata la società. A leggere il sito di FilmTv e le lettere dei lettori (letture sporadiche e sicuramente parziali, metto le mani avanti) mi pare che però il pubblico non sia cambiato. Speravo che i 20enni che navigano sul sito della rivista e scrivono al giornale, i suoi lettori giovani fossero più liberi di come lo eravamo noi negli anni ’90, schiacciati dalla impossibilità della visione, dalla speranza che uscisse il vhs, che Vieri Razzini o Enrico Ghezzi ci facessero vedere cose mai viste. Oggi che l’accesso è praticamente a tutto, il conservatorismo reazionario di questi giovani, che in fondo non dispiace al Direttore, pare più vecchio di noi che alla loro età sfogliavamo il primo numero di FilmTv.

Mi si dice – con qualche ragione – che FilmTv rispetto al suo passato, ha saputo miscelare pagine “cinefile” con contenuti più leggeri. E questo è un indubbio suo merito.
Ma, come si dice dei film, non è solo quello che racconti che importa, è come lo racconti, che impronta decidi di dare al tutto. Un po’ come il tono che si usa quando si risponde ai lettori.
E il tono del mio FilmTv era più pink, più punk.
Conosco diverse persone che lavorano a FilmTv. Sono tutte persone deliziose e alcune di loro sono anche appassionati e competenti, e scrivono molto bene.

Rimane quella (tutta mia) generale insoddisfazione, quella sensazione, tutta di pancia che corre verso la testa, di una scomparsa empatia. FilmTv non mi parla più.

Detto questo, lunga vita a FilmTv, ai suoi collaboratori e ai suoi lettori, sempre più numerosi. E buon viaggio verso altri 1.000 numeri.

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