La pazza gioia, sani di diventa

Incastonato negli anni ’60 (la gloria del cinema italiano) come spirito giocoso e matto epazzagioia3 allo stesso tempo estremamente consapevole dell’oggi, il cinema di Paolo Virzì è meraviglioso proprio per il suo prendere insieme in un applauso a fine proiezione i ventenni e le signore coi capelli grigi. Insomma un classico senza polvere capace di emozionare senza ricattare.

La pazza gioia è la storia di due donne che fanno amicizia in una comunità terapeutica. Una viene da un ambiente ricco e ipocrita, l’altra da una gravidanza con un uomo sbagliato e un bambino in affido. Entrambe con molti problemi a comunicare con gli altri forse perché nessuno ha trovato la chiave giusta per parlare con loro.pazzagioia1

L’occasione di una fuga dalla comunità terapeutica è occasione per un viaggio di conoscenza reciproca, affetto tra donne che cresce e (ri)soluzione delle questioni in sospeso, di conti da chiudere con uomini assenti e incapaci.

Sorretto come sempre da una grande solidità della scrittura (Virzì qui si fa aiutare da Francesca Archibugi che di psicoterapia un po’ se ne intende), quel che rende però questa storia formidabile è l’amore del regista per i suoi personaggi, valorizzando appieno Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti (in due pazzagioia2parti molto a rischio), con un controllo, una empatia, un amore che pochi registi italiani hanno avuto per le donne senza filmarle con desiderio (il pensiero va ovviamente a Pietrangeli ma il riferimento più immediato per Virzì è ovviamente Monicelli).
Una macchina da presa che, come in Monicelli, corre libera fregandosene di sbavature e imperfezioni, più preoccupata di non perdere uno sguardo, un frammento del percorso delle due matte che di aggiustare il tiro, generosa e grata, sorpresa e stupita. E onesta, oserei dire, ed è questo che il pubblico – che poi è quello per cui Virzì come Monicelli faceva il cinematorgafo – apprezza.

Niente piagnistei o commozione ricattatoria, Virzì non è uomo del sud, le sue donne non sipazzagioia4 piangono addosso ma vogliono cambiare, cadono (e quanto letteralmente cascano Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti!) ma si rialzano, con la voglia di aggiustare le cose che non sono a posto. E che forse mai si metteranno a posto, perché la vita è imperfetta, noi siamo anche gli sbagli che facciamo, come madri e come figlie, come esseri umani alla ricerca del nostro posto nel mondo. Non è detto che lo si trovi, non è detto che si guarisca. Ma proviamoci, suvvia!

Pubblicato in cinema 2016, classici, le cose migliori, maschi e femmine, scrittura | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Il Dottor Solomon e io #11

Mi chiamo Pascal e sono uno scienziato, dirigo un Dipartimento all’università e nel mio lavoro sono ordinato, razionale e preciso. La mia vita personale è caotica, disordinata e depressa dopo alcune vicende affettive. Sto affrontando con scetticismo, volontà e curiosità un viaggio per capire come uscirne. Mi aiuta l’analista più improbabile che potessi trovare.

(Gli episodi precedenti sono qui : uno, due, trequattro cinque sei, sette, otto, nove, dieci)

Da quando frequento lo studio del Dottor Solomon, al terzo piano della palazzina liberty nel centro della grande città, mi è capitato di rado di sedermi nella sala d’aspetto.

Questo pomeriggio però lo studio sembra ancora occupato; anche se la porta è socchiusa, segno che posso entrare (e così faccio di solito) sento delle voci una delle quali non appartiene al mio immenso terapeuta.

Siedo su una delle sedie che mi sembrano essere tutte ugualmente scomode, il che mi dà l’idea che siano ben poche le persone che il Dottor Solomon fa aspettare davanti alla porta di noce del suo studio. Oppure non gli interessa l’arredamento della sala d’aspetto. 

Per passare il tempo giro lo sguardo un po’ ovunque e non posso fare a meno di notare il segnalibro posato sul tavolino accanto alla mia sedia, è decisamente fuori posto. A differenza dello studio dove i libri occupano ogni posto possibile e anche quelli meno probabili, nella sala d’aspetto non c’è nemmeno una rivista.
Sul segnalibro c’è scritto: “Non è mai quello che tradisce ad andare all’inferno: è sempre quella che è tradita”. Sto cercando di capire dove l’ho già sentita quando mi sento osservato, una cosa che mi crea sempre disagio. Alzo lo sguardo furente ma non vedo nessuno. La porta è sempre socchiusa, anche se un po’ meno di prima, le voci sono cessate. Mi alzo ed entro.

Il Dottor Solomon è seduto nella poltrona che riesce miracolosamente a contenerlo tutto, alza la testa dal libro in cui è immerso e mi lancia uno sguardo sorridente, uno di quelli capaci immediatamente di calmarmi.

– Oh, Pascal, eccola qui, credevo avesse saltato l’appuntamento.
– Beh in realtà stavo aspettando qui fuori da qualche minuto.
– Le ho detto tante volte che se vede la porta socchiusa può entrare.
– Ho sentito delle voci, pensavo avesse un paziente. Non è uscito nessuno però.
– Perché non c’era nessuno. Sarà stata la radio. Non importa, si metta sul divano che cominciamo.

Preferisco non pensare che il maledetto grassone abbia architettato quella messinscena, sono troppo preoccupato per arrabbiarmi. Mi siedo sul divano fin troppo morbido e vorrei sdraiarmi. Di solito non lo faccio se non in quei casi in cui ho bisogno che sia il Dottor Solomon ad avere il controllo. Oggi però si parlerà di Fran, di come lei abbia messo fine alla nostra storia, oggi si deve andare avanti. Il Dottor Solomon parla.

– Si metta comodo caro Pascal, si sdrai, avrà notato che le ho messo apposta il cuscino in quella posizione.

Non me lo faccio  ripetere. Sdraiato, comincio a respirare più lentamente, chiudo gli occhi sentendo lo sguardo del Dottor Solomon su di me. Non mi dà fastidio questa volta, sono pronto.

– Prima che cominciamo Pascal, vorrei raccontarle la breve storia di una mia paziente. Appena ventenne sentendosi soffocare in una vita cui sentiva di non appartenere più, lasciò la sua terra e la sua famiglia per emigrare in un altro continente, un viaggio lunghissimo, una vita completamente diversa. I primi anni in quel nuovo posto furono una grande sofferenza, la donna continuava a pensare alla sua terra natale e a quello che aveva lasciato, sebbene il posto dove era giunta era pieno di promesse e ricco di quelle opportunità che il restare a casa non le avrebbe mai regalato.

Il Dottor Solomon si interrompe per bere un sorso d’acqua, poi aspira un barile d’aria e lo ributta fuori lentamente. So che non c’è nessuna paziente, che quella probabilmente è la trama di un libro o di un film, ma sospendo la mia incredulità e mi lascio condurre. L’incredibile terapeuta riprende.

– Nella sua nuova terra la donna conosce addirittura l’amore e tutto sembra pieno di speranze e nuovi percorsi di vita. La nostalgia del suo passato però preme forte e la nostra emigrata, richiamata in patria da un lutto familiare torna a casa. Il rientro dopo diverso tempo le fa apprezzare quegli odori, quei colori che rendono la sua terra d’origine così bella e forse le balena la possibilità di riprendere la storia d’amore con i luoghi da cui era andata via. Dura poco però, succede qualcosa che le fa ricordare perché era partita, le ragioni per cui lì non poteva funzionare.
La donna riparte, questa volta per sempre, verso la sua nuova casa.
La terra in cui è nata rimarrà dentro di lei, la amerà sempre ma quel rapporto si è interrotto, è finito per sempre, e ricominciare altrove è l’unica cosa da fare. Trovare un nuovo posto che chiamiamo casa è sempre possibile, dipende da noi intraprendere il viaggio.

I miei occhi sono sempre chiusi ma sono costretto ad aprirli perché le lacrime me li stano irritando. Incrocio lo sguardo del Dottor Solomon e cerco di mettere a fuoco l’oggetto che ha nella mano tesa verso di me. Sembra una ciotola.

– Lei è un uomo intelligente Pascal e anche se voi uomini di scienza fate fatica con le metafore sono sicuro che questa l’ha compresa. Tenga, prenda un orsetto gommoso, sono tutti verdi questa volta. So che le piace il verde.

Pubblicato in cinema 2015, Dottor Solomon, scrittura | Contrassegnato , | Lascia un commento

Al di là delle montagne, il cinema limpido di Jia Zhang-Ke

Esce miracolosamente dopo un anno dalla proiezione cannense questo formidabile film che vedemmo a giugno 2015, durante la rassegna milanese dei film del Festival. Riproponiamo quanto scrivemmo allora.

Al di là delle montagne (Mountains may depart nel titolo internazionale) viene dal regista di Still Life, Jia Zhang-Ke che ad alcuni è sembrato poco “autoriale” (se mai questa parola abbia mai avuto senso) sol perché il regista cinese ha la giusta ambizione di non volere parlare (solo) ai suoi connazionali ma raccontare la Cina e i suoi cambiamenti a tutto il mondo.mountains2

Cinema in tre atti (1999, 2014 e 2025) il film è la storia  di 3 amici, due uomini che desiderano la stessa donna, Shen Tao. Il primo, Lianzi, lavora in una miniera di carbone nel momento meno felice per tale risorsa. Il secondo, Zang ha un distributore di benzina. Il primo non ha ambizioni se non quelle di vivere dignitosamente, godersi dei ravioli al vapore fatti in casa dalla donna che ama e sperare di sposarla. Il secondo vuole arricchirsi come molti connazionali nel periodo. Zang comprerà proprio la miniera dove lavora Lianzi che sarà spinto a licenziarsi e andare a cercare fortuna fuori da Fenyang, la città dove vivono tutti e tre. Alla fine Tao sposerà Zang. 
Nel 2014 Lianzi tornerà a Fenyang con una moglie e un figlio, e incontrerà di nuovo Tao che ora è ricca, divorziata e sola. Zang è emigrato in Australia col figlio Dollar. mountains1
Nel 2025 siamo in una Australia popolata da cinesi che parlano solo inglese, e Dollar è in rotta col padre, i due non riescono più a comunicare e il figlio accarezza l’idea di tornare in Cina insieme alla donna più grande che ha conosciuto. Ma non accadrà.

Diviso temporalmente e stilisticamente in tre atti diversi, il melodramma di Jia Zhang-Ke si apre si chiude con Go West dei Pet Shop Boys (che splendido coraggio) ed è una nuova potente dichiarazione sulla perdita di identità della Cina, travolta dal denaro (chiamare un figlio Dollar segna la sottomissione all’icona economica americana e ai suoi stilemi) e da una globalizzazione che annulla lingua e tradizioni.

La terra è madre, la lingua è madre. E l’una e l’altra sono abbandonate. Dollar, oramai unmountains3 cinese australiano, riesce a comunicare col padre solo attraverso una interprete. Non si tratta solo di conflitti generazionali, è una generazione che ha perso la propria identità senza conquistarne un’altra.
Il sogno di Dollar di riabbracciare sua madre (e quindi metaforicamente, la terra, la lingua) si perde nella dolente realtà del non possibile. Mentre la madre continua a fare i ravioli al vapore e a ballare Go West, come la Cina, che schiacciata tra voglia di Occidente e tradizione, sta perdendo se stessa.

Mountains may depart è cinema limpido che scende a compromessi con la sperimentazione per parlare a tutti in modo diretto, melodramma asciutto e nostalgico, epica della sconfitta del sogno.

Pubblicato in cinema 2016, le cose migliori, nostalgia canaglia, politics, scrittura | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Brooklyn, un’anima divisa in due

Sentirsi “a casa” è difficile quando vorremmo essere in due posti contemporaneamente, quando lasciare casa e trovare casa da un’altra parte inevitabilmente farà soffrire qualcuno.
Il partire da un piccolo posto in cui ci si sente stretti, soffocati dalle infinite chiacchiere subrooklyn1.jpg di noi e sugli altri, per raggiungere un altro posto – magari un altro Paese – è una sensazione che tutti coloro che si sentono diversi e inadeguati hanno provato, compreso Colm Tóibín, l’autore del romanzo da cui è stato tratto questo delizioso film diretto da John Crawley e sorprendentemente sceneggiato da Nick Hornby.

Insomma, sentiamo nostri i sentimenti di Ellis Lacey (1) che parte per Ney York (a Brooklyn ci sono tanti irlandesi, è come essere a casa), quel che sente lei negli anni ’50 lo abbiamo sentito noi che siamo partiti molti anni dopo per altri luoghi, da altri luoghi.
Brooklyn è il formidabile viaggio di una ragazza che cerca di trovare la via di casa.

Homesickness is like most sicknesses – it’ll make you feel wretched, and it’ll move on to somebody else.

Non è facile lasciare una madre vedova e una sorella che ami molto (e che ti ama così tantobrooklyn6 da volerti realizzata lontano dal paesello), ma Ellis è determinata a trovare qualcosa di meglio per la sua vita. E lo trova.
Quasi come fossimo un una didattica favola interrazziale, Ellis finisce per innamorarsi di un italiano, un gran lavoratore solido e onesto, come lo furono quegli uomini irlandesi (ma non solo) delle precedenti immigrazioni, quelli che costruirono ponti, strade, edifici e ora sono i senzatetto che Ellis si trova a servire il giorno di Natale per aiutare il prete che l’ha fatta venire in America e le ha fatto avere un lavoro in un grande magazzino nonché l’iscrizione a una scuola serale per contabili, quel che sarà il futuro per una ragazza che non vuole fare la commessa tutta la vita.

Come in tutti i viaggi dell’eroe, anche Ellis si trova ad affrontare la sfida decisiva, il bivio brooklyn2da prendere, il ritorno breve in Irlanda per un lutto, allontanando le trappole del cammino (la migliore amica le presenta un ottimo ragazzo e per un momento Ellis pensa che questa casa sia meglio dell’altra casa, il pensiero di poter essere felice anche qui la sfiora come le onde del vento e del mare d’Irlanda). 
Ma un guardiano di soglia inaspettato – l’orrenda proprietaria del negozio di alimentari in cui Ellis lavorava prima di partire – le dà il migliore consiglio che potesse ricevere ricordandole quel che aveva dimenticato, l’aria terribile del paesello dove le chiacchiere uccidono sogni e speranze, è giunto il momento di andarsene per sempre.
No, Brooklyn non è come casa, ma è la nuova casa (2).

One day you’ll catch yourself thinking about something or someone who has no connection with the past, and you’ll realize that this is where your life is.

(1) Ellis naturalmente come Ellis Island, la porta d’ingresso negli Stati Uniti per gli emigranti in arrivo a New York, giusto per calarci addosso il peso della metafora. La pronuncia è diversa ovviamente e questo se vogliamo aggiunge ulteriore sostanza.
(2) Diverte, a questo proposito, pensare che il film. girato in una Montreal che sembra Brooklyn, sia una coproduzione canadese, irlandese e britannica.
Pubblicato in cinema 2016, le cose migliori, libri, maschi e femmine, scrittura | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Room, la stanza non funziona

Qui dobbiamo necessariamente partire dalla fine di Room di Lenny Abrahamson e dire che no, proprio non ci piace quando in chiusura la macchina ci offre un dolly a salire mentre la musica invade prepotentemente l’inquadratura e poi parte pure la neve e tu non vedi l’ora che partano i titoli di coda.

Sono quelle pagine in più dello script che qualche regista più accorto decide di tagliare ma room1che ai produttori e al pubblico piacciono molto, servono finalmente per tirare il fiato emotivo della storia, fare pace col proprio cuore e prepararsi ad uscire rassicurati.

In modo particolare quando la storia è quella di una adolescente rapita e rinchiusa in una casa in giardino e abusata per anni da un pervertito che la mette incinta. La prima volta che la vediamo in quella abitazione composta da una stanza in cui c’è tutto già più grande con un figlio di 5 anni, Jack il cui mondo conosciuto è quello chiuso dalle pareti di quella prigione. Un lucernario dà una idea del mondo fuori, il mondo altro, quello della tv sempre accesa là dentro, quello della finzione che sua madre ha costruito per lui e che decide di rompere quando decide di usare il figlio per provare a scappare.

Il piano di fuga avrà successo grazie al piccolo Jack e il ritorno nel mondo vero per i due sarà un lento cammino di accettazione, recupero, conoscenza.

Costretta dalla scenografia stretta dell’ambiente in cui si ritrova a crescere un figlio a unaroom2 grammatica del racconto particolare, il confronto col mondo vero spiazza le dinamiche comunicative tra madre e figlio, il secondo più pronto a salvare la madre, nuovamente.

Dramma di famiglia monogenitoriale in un interno, stanza è il mondo, la sindrome di Stoccolma applicata al carcere non al carceriere, la cosa più interessante del film che avrebbe meritato destino migliore.

La drammaticità della vicenda è indubbia e il regista – peraltro autore del notevole Frank – non calca la mano sul morboso, ma certe evidenti metafore (il bimbo che costruisce la casa coi Lego e poi la distrugge) un tono da tv movie che gli attori cercano di riscattare e qualche enfasi di troppo non ci hanno fatto amare questo film quanto avremmo voluto.

Pubblicato in cinema 2016, scrittura | Contrassegnato , | 2 commenti

Lo chiamavano Jeeg Robot, eroe di genere

Cosa ci dice Lo chiamavano Jeeg Robot, il bel film del 40enne Gabriele Mainetti che abbiamo visto in un pomeriggio piovoso in cui pensavamo che solo il cinema ci avrebbe salvato?

Che l’unico modo per fare buon –  anzi: ottimo – cinema di genere in Italia non è solo usarejeeg1 la testa (il minimo sindacale) ma (ri)partire dal linguaggio.

Ribadito – lo si ripete da sempre – che non è traducendo con google stilemi americani che si fa un cinema nazionale con una identità di sguardo credibile ed esportabile, l’opera di Mainetti scritta dai quasi coetanei Guaglianone e Menotti ci dà una grossa mano a ribadire il concetto.

Lo chiamavano Jeeg Robot parte dal dialetto romano della periferia lurida e delinquente, prende un teppistello con gravi problemi di socialità che si sega coi porno e mangia solo budini, lo immerge nel liquame tossico del Tevere e lo fa risorgere eroe per caso indistruttibile, gli affianca un villain spettacolare, scoria sopravvissuta degli anni del craxismo nostalgico (Anna Oxa, Domenica In) mischiati con l’odierna rappresentazione social del sé, cattivissimo e vigliacco, zozzo ma con un background da riviste popolari che lo eleva di fronte alla rozza camorra napoletana che incontra sul cammino.

E poi l’eroe incontra l’Ingenuità fatta ragazza, nutrita di cartoni giapponesi recuperati dajeeg3 un passato di entusiastico ottimismo illusorio e ingiustificato di cui tutti, eroi e villain hanno molto bisogno.

Jeeg Robot è un eroe vintage, fuori moda, che parla sia agli ex ragazzi come me ne lo hanno visto in tv a fine anni ’70  sia a chi sarebbe nato 10 o 15 anni dopo, perché è l’eroe di pezza (e a pezzi) del gioco fatto in casa, l’avventura che ci appare epocale e mitica anche se giocata nella sporcizia di un quartiere romano degradato e schiavo di una piccola criminalità che diventa anch’essa pupazzetti da muovere sotto la pioggia.

Lo chiamavano Jeeg Robot ci ricorda di cosa è fatto  il cinema di genere italiano, una regiajeeg2 attenta che non fa svolazzare la macchina da presa, accuratezza del suono, e, più di tutto, una solida scrittura.

A questo si aggiunge naturalmente un cast scelto con cura. Claudio Santamaria giustamente imbolsito e sfatto si lascia efficacemente trascinare dal suo personaggio ma quello che ci appare irresistibile è Luca Marinelli, perché un film di supereroi deve tutto al suo cattivo.

Pubblicato in cinema 2016, comics, infanzia, le cose migliori | Contrassegnato , | Lascia un commento

Truth, o della apodittica verità

Insomma, è l’anno dei giornalisti, dopo i reporter del Boston Globe e la loro caccia ai preti pedofili, ecco che arriva con l’impegnativo titolo di Truth il film scritto e diretto da James Vanderbilt sull’inchiesta che il programma 60 Minutes della CBS fece sul servizio militare del presidente Bush figlio, il quale, come molti rampolli texani all’epoca anziché essere spedito in Vietnam come i suoi connazionali si fece la leva nelle più comode file della Guardia nazionale del Texas impegnato ad addestrarsi come pilota.truth1

Il giovane Bush – ora in corsa per la Casa Bianca contro Kerry, siamo nel 2004 – fu raccomandato grazie all’intervento di suo padre?

Truth – Il prezzo della verità (così il programmatico titolo italiano) racconta l’inchiesta del gruppo di 60 minutes, inchiesta voluta fortemente dalla producer del programma Mary Mapes che coinvolge poi il più autorevole e famoso anchorman della CBS Dan Rather che darà faccia e credibilità all’inchiesta.

Avute le conferme dalle fonti, pur sapendo di avere in mano fotocopie e non originali,truth2 convinti della verità dei documenti e forti delle dichiarazioni di alcuni testimoni, il gruppo realizza il programma che va in onda. Le critiche non tardano ad arrivare, viene messa in dubbio la veridicità dei documenti, qualche fonte poi ritratta, e il gruppo di 60 minutes finisce sotto una inchiesta interna. Vengono licenziati o spinti a dimettersi. Dan Rather riceve un grande danno di immagine è costretto a scusarsi in diretta col pubblico e alcuni mesi dopo, nel 2005, lascerà la CBS con uno dei commiati più famosi della storia della televisione americana. Lo trovate qui.

Se c’è una cosa che gradisco dei film “politici” che si occupano di giornalismo è che non siano pedanti, si mostrino incerti, prendano posizione ma con tutti i dubbi, le incertezze i balbettii che derivano dal non (volere) essere di parte. Tutto questo purtroppo manca in Truth, e il titolo così apodittico è ironicamente dà il senso di tutta l’operazione.

Testo e sottotesto fanno a pugni: una inchiesta giornalistica ai nostri occhi frettolosa etruth3 approssimativa viene cinematograficamente santificata suonando stridente, il punto di vista è univoco e indubbio, Mary Mapes ci appare così arrogante dal passare ai nostri occhi dalla parte del torto, specie quando, difendendosi davanti alla Commissione ribadisce che le sue opinioni politiche non hanno mai condizionato il suo professionismo. Si fa fatica a credere a quel personaggio.

E allo stesso tempo ci rendiamo conto di quanto il film sarebbe stato più interessante se avesse indagato con maggiore precisione e decisione sulla “Verità” e sul suo racconto, sulla differenza tra opinioni e fatti, su quanto l’arroganza giornalistica di chi sa di essere bravo (Mapes era reduce da una magnifica inchiesta sulla prigione di Abu Ghraib) faccia a volte perdere di lucidità.

Si esce da Truth con la sensazione di avere visto il rovescio della medaglia ditruth4 Spotlight. Due modi (e due mondi) diversi di fare inchiesta. Tanto i giornalisti del Boston Globe sono pieni di dubbi e fragilità, determinati e prudenti, quanto quelli di 60 Minutes vivono di apodittiche certezze e di una furia che poco ha a che fare con l’amore per la notizia.

Robert Redford è un Dan Rather sorprendente per aderenza (visto in originale), Cate Blanchett è una grande professionista. Al film sono mancati un regista (anche sceneggiatore) che prendesse una direzione coerente.

Pubblicato in cinema 2016, politics, televisione | Contrassegnato , | Lascia un commento