Quando suonavamo i Rockets (1)

Giulio non sapeva nemmeno chi fossero i Rockets, voleva solo stare con Marcello e Gianclaudio. Era il 1979 e mentre i suoi compagni ascoltavano i Pink Floyd, i Kiss e i Rockets, lui ascoltava Mina, Ornella Vanoni, Gloria Gaynor, e Luigi Tenco nei cui amori infelici già inconsapevolmente si identificava. Aveva 9 anni.

E poi aveva passioni nascoste per Miguel Bosè le cui foto sforbiciava dalle riviste di musica, o per Leif Garrett, che ogni volta che compariva in tv Giulio correva in cameretta per vederselo da solo, che era bello Leif Garrett, che poi poveraccio come è finito.

Dieci anni dopo Giulio avrebbe sognato Mark Owen dei Take That.

Gli anni della sua adolescenza avrebbero portato Battiato e la Rettore e la Bertè, insieme alla consapevolezza di essere definitivamente precipitato fuori strada. E ricorderà sempre quel Sanremo in cui il coattello romano cantava eciseiiiiiadessotuuuu, e lui che se lo sognava tutta la notte. Era bello Eros in quel Sanremo lì.

Avrebbe voluto parlare a Marcello e Gianclaudio di questi suoi gusti musicali, ma sapeva che non doveva. Non capiva bene perché, ma non doveva. Sapeva che avrebbe fatto meglio ad ascoltare i Pink Floyd nel mangiadischi portatile arancione di Stefania e fingere di essere innamorato di lei. E forse un po’ lo era.

Gli piaceva vedersi dopo la scuola con Marcello e Gianclaudio. Soprattutto con Gianclaudio. Era forse innamorato di Gianclaudio? Non lo sapeva bene. A 9 anni non si chiedeva se era giusto o sbagliato essere innamorato di Gianclaudio, sapeva però che a lui non doveva dirlo, che era un segreto, che non lo doveva scoprire nessuno.

Amore? Amicizia? E non è una forma di amore quella amicizia che nasce da bambini per il compagno di classe preferito?

A lui semplicemente piaceva stare insieme a Gianclaudio, stare ad ascoltarlo parlare per ore di calcio, di cui lui era così appassionato; con chiunque altro sarebbe stato noioso, ma Giulio era contento di stare lì a gambe incrociate con il mento in su a guardare le guance di Gianclaudio che prendevano colore mentre si appassionava nel descrivere una azione, un rigore negato, un tiro andato incredibilmente a segno.

E così quando Gianclaudio chiese a Giulio se voleva fare il tastierista dei Rockets, Giulio disse di sì. Poi corse in un negozio di dischi per vedere chi fossero questi Rockets. Scoprì che facevano una musica strana, un po’ noiosa e chiassosa, lontana dagli archi di Mina o dalle chitarre di Tenco. E che erano tutti pelati e pitturati di vernice grigia metallica. E questo era bello. E che si muovevano come robot. E questo era strabello. Evidentemente fingevano di suonare, pensò Giulio, un po’ come avremmo fatto noi, si disse, perché lui la tastiera proprio non sapeva suonarla. Io, Marcello e Gianclaudio. Come era bello Gianclaudio mentre fingeva di suonare la chitarra elettrica mentre si muoveva a scatti come un robot tutto serio. Mentre la musica dei Rockets usciva dal mangianastri Giulio fingeva di suonare muovendosi a scatti come i suoi due amici. Ed era felice.

(1 – continua)

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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