Archivio Kubrick

Bisognerebbe usare raramente l’aggettivo “definitivo” parlando di un libro o magari usarlo mai, visto che nulla è definitivo, meno che mai nel mondo dello spettacolo.

Ma è la prima cosa che viene in mente tenendo fra le mani questo The Stanley Kubrick Archives curato da Alison Castle per la Taschen, editore i cui meriti conoscete tutti. Il libro che ho in mano è l’edizione 2008, anche se la Taschen lo aveva fatto uscire già nel 2005.
In cosa questo libro differisce dalle millanta opere che hanno indagato, sviscerato, sbudellato, il lavoro di uno dei registi più importanti che il Cinema ci ha regalato?
Non è un libro noioso. E non è scritto da Tizio per dare forma al suo ego. Non è l’ennesimo esercizio di erudizione spacciata a tossicomani del cinema da uno studioso di cinema o un critico cinematografico che, lui sì, è convinto di dire la parola (magari fosse una…) definitiva sul regista di cui si appresta a renderci edotti.
No, signori, questo è un libro per appassionati e curiosi, un libro per la Tracy (cfr. Manhattan) che è in noi.
In un concept panoramico che sarebbe di certo piaciuto al regista americano, il libro è strutturato in due parti.
Nella prima, il racconto fotografico dei film di Kubrick. Niente parole solo fotogrammi. Il migliore omaggio che si potesse fare al regista, non solo perchè nasce fotografo, ma perchè conosciamo tutti la maniacale cura della inquadratura che aveva.

Poi c’è la seconda parte, più succosa della prima. Per ogni film un breve saggio di gente come Gene D. Phillips e Michel Ciment o Rodney Hill. Oppure è lo stesso Kubrick che parla (e noi tacciamo). Apprezziamo di questa seconda parte la cura nella scelta delle interviste al regista e dei saggi sui vari film. Imponente anche in questa seconda parte l’apparato iconografico. Qui non vi sono fotogrammi dei film ma un viaggio dentro i film, attraverso le foto di scena, tutte decisamente interessanti.
Ma la parte veramente succosa sono gli appunti del regista sui copioni, gli storyboard, le riscritture, le segnalazioni, le idee avute e gettate, ci pare quasi di cogliere, un fotogramma, forse un po’ sbiadito ma autentico, del regista al lavoro.
E’ sopratutto il concept del libro ad appassionare. Niente pomposi saggi, niente fotine piccine e già viste, niente interviste inutili ai soliti noti che “io ho iniziato a fare cinema vedendo i film di Kubrick”.

Ci troviamo di fronte ad un racconto per immagini a una tavolozza di appunti in cui l’appassionato sguazza volentieri e si trattiene ore. Facendosi infine lui una idea del regista, senza che qualcun altro gli dica che cosa pensare di Kubrick. Che è un po’ quello che Kubrick stesso pensava dei film (The film becomes anything the viewer sees in it).
La cura e l’amore messo da chi ha curato il libro e la fiducia che nel curatore hanno riposto Christiane e Jan, custodi dell’immenso archivio di Kubrick traspaiono da ogni pagina. E di questo li si ringrazia.


Telling me to take a vacation from filmmaking is like telling a child to take a vacation from playing.

The test of a work of art is, in the end, our affection for it, not our ability to explain why it is good.

Pratically everything I read about me is grotesquely wrong. I’m not a recluse. I lead a relatively normal life, I think. But this stuff has been written e rewritten so often it takes on a life on its own.

Stanley Kubrick

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Archivio Kubrick

  1. souffle ha detto:

    @valentina: ecco giusto per farmi un po’ di invidia! eheh ciao.

  2. Valentina Ariete ha detto:

    Io ce l’hoooo!!!!!!Ho la prima edizione: dentro c’è anche un pezzo di pellicola.Ho visto che adesso ne hanno fatto anche una versione più piccola che costa un pò meno.Cmq quando me l’hanno regalato ho pensato anche io alla stessa parola: DEFINITIVO!:)

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