15 minuti a mezzanotte

Alessandro detto Sax stava per uccidersi, facendo la prima cosa autentica della sua vita.

All’età di 9 anni aveva capito di dovere mentire per sopravvivere e lo aveva fatto con scientifica puntualità.
In tutti quegli anni aveva mentito sulla sua istruzione, sulla sua cultura, sulla sua sessualità, sul suo lavoro, sui suoi amici e sui suoi amanti.
Si era inventato migliaia di esistenze diverse plasmandole a seconda di chi aveva di fronte.
Si era lasciato avvolgere dalla calda coperta della menzogna, dalla rassicurante certezza della bugia come passaporto per essere accettato.
L’unica qualità che si riconosceva era una prodigiosa memoria con cui annotava fatti, frasi, sunti, da snocciolare a seconda delle occasioni per suscitare quella brillantezza che durava la sera di quella conoscenza.
Adorava andare alle feste e impressionare e divertire ragazzi meravigliosi che lo guardavano ammirati, mentre lui ricambiava colmo di desiderio quegli sguardi che aveva rubato con l’inganno e con la serenità di chi non li avrebbe rivisti mai più.
E se riusciva a scoparsi qualcuno di quei ragazzi, costruiva per lui la più dolce e meravigliosa delle menzogne, per regalare a quel giovane una recita fuori abbonamento che non avrebbe dimenticato. E poi sparire per sempre.
La sua cultura, la sua erudizione, le sue passioni, erano frutto di un gobbo letto con la massima attenzione.
Aveva rubato l’ammirazione degli amici e la stima dei conoscenti. Aveva rubato l’affetto dei suoi amanti.
La totale assenza di colpa che provava veniva dal fatto che era così allenato a mentire da tutti quegli anni che la realtà era divenuta la menzongna e la menzogna il castello delle sue certezze da difendere.
Le sue amicizie erano superficiali, evitava con accuratezza di approfondirle. I suoi amici avrebbero scoperto il gioco e lui non lo poteva permettere.
Quando una sua conoscenza lamentava le lacune del copione che aveva scritto, lui confessava la spudoratezza di quella menzogna, lasciando quella persona al suo sconcerto e non vedendola mai più in vita sua.
La sua memoria e l’abitudine alla menzogna lo avevano portato più volte a pensare di potere fare con un certo successo l’attore. Poi si ricordava della necessità di apprendere la tecnica recitativa e trovava ridicolo questo suo proposito.
Non aveva mai imparato veramente nulla in vita sua, aveva semplicemente memorizzato delle nozioni che gli sarebbero servite al momento giusto.
Non avrebbe mai saputo imparare le tecniche per essere un bravo attore.
E poi, che senso aveva? Recitare non era il suo lavoro, era la sua vita.
Ora però non si divertiva più, le menzogne erano troppe, troppi i nomi da ricordare, troppe le date, troppi i file aperti. Occorreva selezionare e cancellare tutto. Resettare. Ed essere finalmente libero di dire, di fare, la verità.
Alessandro, detto Sax, non aveva mai mentito a se stesso, lo aveva solo fatto agli altri. Lui sapeva che genere di fallito fosse. E aveva deciso che era il momento di lasciare la scena.
Si era divertito, ma la sua parte era durata anche troppo. Avrebbe tirato il cordone del sipario. Niente bis questa sera, spero mi perdonerete disse all’ideale pubblico che non affollava il suo salotto.
Alessandro, detto Sax – un nomignolo che alcuni amici gli avevano dato per la sua passione per il jazz, altra menzogna abilmente affrescata con bignami memorizzati mentre sedeva sul water – si era procurato una bella dose di barbiturici, rubandoli a un amico medico conosciuto in un bar gay e cui aveva detto di essere un commerciante di vini per i 5 anni della loro amicizia. Una delle menzogne più costose della sua vita. Ma ne era valsa la pena, quell’amico lo aveva fatto entrare in un modo di ricchi privilegiati, di feste sontuose, di conoscenze brillanti da bruciare in una sera, come lui adorava fare.
Alessandro, detto Sax, volle rendere più interessante la sua dipartita. Era un attore, del resto. Avrebbe preso i barbiturici bevendo qualcosa di decente.
Stappò una bottiglia di Chablis freddo e lo versò in un calice di cristallo. E scommise.
Mancavano 15 minuti a mezzanotte. Si disse che se nessuno lo avesse chiamato ial telefono n quel quarto d’ora si sarebbe ucciso, altrimenti avrebbe riscritto il copione della sua esistenza.
Bevve un sorso di quel vino che aveva imparato ad apprezzare, dopo averne dovuto leggere a lungo per reggere il suo castello di bugie.
Aprì la scatola di barbiturici. Bevve un altro sorso di vino. Chiuse gli occhi. Aspettò che suonasse mezzanotte o che suonasse il telefono.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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4 risposte a 15 minuti a mezzanotte

  1. Mauro ha detto:

    Si era lasciato avvolgere dalla calda coperta della menzogna, dalla rassicurante certezza della bugia come passaporto per essere accettato.Fa un po' paura, molte persone usano meccanismi simili. Molto bello

  2. souffle ha detto:

    @Ale: grazie. ^^@Rico: sono contento e ti ringrazio moltissimo per i complimenti e per le tue visite. :)Un saluto a tutti e due.

  3. Rico ha detto:

    Mi piacciono queste nuove aperture narrative del blog. Ottimo stile e personaggi interessanti, mostrati di scorcio su cui pure sembra sappiamo tutto alla fine. Il finale è raggelante.

  4. Anonymous ha detto:

    “Niente bis questa sera, spero mi perdonerete disse all’ideale pubblico che non affollava il suo salotto.”Applausi!Ale

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