Io sono Charlotte

Restò davanti alla finestra come se potesse ancora sentire il vociare allegro degli studenti che “andavano fuori”, un universo a lei sconosciuto. Provò una forte autocommiserazione… non aveva più una casa a cui appoggiarsi… solo una cameretta avvelenata dal disprezzo di una agazza magra, sarcastica e snob che aveva frequentato la Groton e che sarebbe morta piuttosto che parlare con una nullità di provincia, scesa dalle Blue Ridge Mountains… un bagno dove non aveva privacy… L’invadenza… la sfacciata volgarità!— di ragazzotti che si vantavano dei rumori orrendi e della puzza del loro intestino… ne andavano fieri! Mugolavano, spingevano rumorosamente, sospiravano forte con soddisfazione, sghignazzavano per le esplosioni ributtanti che uscivano dal retto e per tutto ciò che faceva plop e prut, e si scambiavano a voce alta commenti con cui celebravano la loro rozzezza da adolescenti.
(…)
“Oddio, oddio…. veramente… Io?… Io non gli darei mai quella soddisfazione…”. La voce di una ragazza proprio fuori dalla porta. Beverly.
La porta si aprì e lei entrò Come sempre aveva la testa inclinata da un lato, il cellulare all’orecchio, gli occhi che guardavno un punto indefinito a mezz’aria. Dietro di lei c’era un’altra ragazza, bionda. Aveva una mascella quadrata che la rendeva molto attraente. Senza neanche guardare Charlotte, Beverly sorrise e fece un cenno distratto di saluto verso la finestra. Allontanò la bocca dal cellulare solo per fare un gesto in direzione della bionda: “Charlotte… Erica”. Dopo di che si rannicchiò sul bordo del letto e tornò a riversare parole dentro il piccolo aggeggio nero.
“Ciao” disse Charlotte a Erica. Si ricordò che gli Amory avevano parlato di una Erica, che alla Groton era un anno avanti rispetto a Beverly.
“Ciao” disse la ragazza, con voce secca e impostata. Le fece un sorriso ampio ma finto, poi scorse velocemente la vestaglia, il pigiama e le ciabatte di Charlotte… le ciabatte, il pigiama e la vestaglia. Quindi si voltò verso Beverly e non degnò più Charlotte di uno sguardo.

Siamo negli USA ma potremmo essere (siamo) a Milano. Io sono Charlotte.

Tom Wolfe è tra i pochi scrittori di satira che vivano oggi in USA, ma a differenza dei colleghi Ellis, Pynchon, Palahniuk, non gode di molto seguito tra i ggiovani.
La ragione è la seguente: Wolfe non è cool. Quantomeno, non è fico nel modo in cui uno deve essere fico per piacere oggi. E poi è più vecchio dei suoi colleghi. E non sguazza nel mondo ipocrita che descrive.
E Wolfe non piace nemmeno ai “critici”, perchè la sua prosa è semplice ma complessa allo stesso tempo. Un traguardo che solo i grandi della letteratura riescono a raggiungere.

E la prosa di Wolfe, inoltre, è vera, se mi si passa questo termine, e per questo di una modernità straordinaria.
Lo sforzo sulla lingua e sullo stile, fatto da Wolfe in questo romanzo (la versione in lingua inglese è d’obbligo in questo senso, senza nulla togliere a Marta Matteini che lo ha tradotto per Mondadori) è stato quello di usare quell’unico linguaggio bidimensionale che gli ottusi studenti dei campus americani (e del campus che lui ha immaginato) sembrano comprendere. Anche per questo, e per l’uso di un pesante turpiloquio (ma li hanno mai sentiti parlare gli studenti questi critici grossier?), il romanzo è stato dileggiato.
Wolfe (ed è quello che in un altro suo scritto rimproverava a colleghi come l’ultimo Irving) è stato in un campus, ha parlato con gli studenti, è andato alle feste, ha preso appunti, ha rubato un po’ di quella vita studentesca che ha riprodotto nel suo libro.
Ha fatto, cioè, quello che ogni scrittore dovrebbe fare: raccontare ciò che conosce e che ha visto.
Io sono Charlotte Simmons è un libro coraggioso: Wolfe avrebbe potuto parlare del suo ambiente, di altri vecchi come lui, ripetere se stesso. Invece va nella tana del lupo, se mi si passa la metafora abusata. Ha il coraggio di scrivere di qualcosa che non conosceva – prendendosene tutti i rischi e sfiorando ingenuità e ridicolo.

Un libro coraggioso perchè usa un personaggio estremizzato, assolutamente “fuori dal mondo e dal tempo”. E chi è nel mondo e nel tempo non può che riderne, specie se si ferma pigramente alla superficie (come spinge a fare la prosa di Wolfe).
Un libro coraggioso perchè scritto da un vecchio moralista, quanto di più odioso ci possa essere per i ggiovani che usano tre cellulari alla volta mentre dicono di guardare attentamente il film proiettato sullo schermo.
Io sono Charlotte Simmons è uno dei più lucidi, lancinanti, ritratti dell’america bushiana: all’orrore per i radical chic e la loro arroganza dei romanzi precedenti di Wolfe, si sostituisce l’orrore (forse peggiore) per una nuova America schiava del culto del corpo, del successo, della fede nel denaro e sprezzante e feroce verso i più deboli, dove essere dalla parte delle minoranze non è un sentimento autentico, ma un altro modo di esercizio del potere. Un mondo in cui la parità tra uomo e donna è raggiunta solo grazie al fatto che la donna si comporta da uomo, accettandone tutti gli stilemi di comportamento (quindi una parità del tutto apparente).
La scrittura apparentemente semplice di Wolfe (peccato mortale per gli intellettuali della critica letteraria) permette allo scrittore di fare scivolare dentro al romanzo cose pesantissime, informazioni fondamentali, che il lettore frettoloso trascurerà, ma colui che voglia per un momento essere Charlotte Simmons, riceverà come piccoli cazzotti allo stomaco dell’intelletto.

(Tom Wolfe, Io sono Charlotte Simmons)
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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