Ishermovie

L’autentica bellezza del film, – annunciai a mia madre e a Richard la mattina dopo a colazione – è che possiede un certo ritmo fisso. Il modo in cui lo si vede è condizionato meccanicamente. Un quadro, per esempio, lo si può guardare solo fuggevolmente, o se ne può fissare l’angolo in alto a sinistra per mezz’ora di seguito. La stessa cosa vale per un libro. L’autore non può impedirvi di saltare delle pagine, o di andare a leggere l’ultimo capitolo, scorrendolo poi a ritroso. Insomma si è liberi di scegliere il proprio approccio. Ma quando si va al cinema è diverso. C’è il film, e lo si deve vedere come il regista vuole che lo si veda. Lui stabilisce i punti, uno dopo l’altro, e vi concede un certo numero di secondi o di minuti per coglierli ad uno ad uno. Se vi lasciate sfuggire qualcosa, non si ripeterà, né si fermerà per spiegarvelo. Non può. Ha cominciato e deve andare fino in fondo… Vedete, il film è veramente una specie di macchina infernale…


(…)


Alla National Gallery (Bergman, il regista co-protagonista del romanzo – N.d.R.) spiegò, riferendosi ai ritratti di Rembrandt, la sua teoria delle angolazioni della macchina da presa e delle luci dei primi piani in modo così convincente da sottratte tutta una folla di ascoltatori a una delle guide ufficiali, che naturalmente ne fu piuttosto seccata.


(…)

C’è una domanda che ben di rado gli uomini si rivolgono direttamente l’un l’altro: perchè è troppo brutale. E tuttavia è la sola che valga la pena di porre ai nostri compagni di viaggio. Che cosa ti spinge a vivere? Perchè non ti ammazzi? Perchè si riesce a sopportare tutto? Che cosa te lo fa sopportare?
Potevo, io, rispondere a una domanda del genere? No. Sì. Forse… Supponevo, vagamente, che fosse per una sorta di equilibrio, di un complesso di tensioni. Si faceva la cosa che veniva dopo nell’elenco. Un pasto da consumare. Un capitolo undici da scrivere. Il telefono che suona. Si esce in taxi diretti in un posto qualunque. Il proprio lavoro. I divertimenti. La gente. I libri. Le cose che si possono comprare nei negozi. C’è sempre qualcosa di nuovo. Deve esserci. Diversamente l’equilibrio verrebbe interrotto, la tensione spezzata.

Christopher Isherwood, La Violetta del Prater, Einaudi (traduzione di Giorgio Monicelli).
Annunci

Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in libri e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...