Salvata dalla campanella

La signorina Teofila Fringuelli sapeva esattamente quando aveva deciso di ritirarsi dall’insegnamento.
Insegnava o cercava di farlo ad un gruppo di ragazzi e ragazze di una scuola media di uno dei quartieri della città di cui non aveva mai saputo dell’esistenza, fino a che dieci anni prima non vi fu assegnata, in premio delle sue ottime qualità di docente, come le ripetè il Provveditore. Teofila rimpianse presto il paesino a 30 chilometri dalla grande città dove abitava, in cui aveva insegnato fino ad allora.
Teofila Fringuelli era vedova, ma siccome si era sposata in messico – come Sophia Loren, amava ripetere con un pizzico di civetteria e per dare maggiore sostanza alla sua storia, la portiera del suo stabile anni ’50 continuava a chiamarla signorina. E lei, per ripicca, la chiamava per nome e non le dava mai la mancia per le feste.
La professoressa Fringuelli – ah, quante ne avrebbe sentite sul suo nome, da parte degli alunni più sfacciati – era arrivata in quella scuola media dai muri scrostati, le scritte oscene nei bagni, che nessuno aveva più voglia di cancellare ogni giorno, e quelle classi così vivaci – vivace era un termine che l’educazione della Fringuelli sostituiva altri termini più coloriti e impronunciabili – piena di quell’entusiasmo di chi si può alzare un po’ più tardi al mattino.
Dieci anni che parvero venti. Teofila Fringuelli non sapeva se era riuscita ad insegnare italiano e storia a quei ragazzi e ragazze che le erano passati davanti, e qualcuno anche sopra, durante tutti quegli anni. Lei, di certo aveva imparato molto.
Era rimasta affascinata dalle molte modalità di comunicazione dei suoi alunni tra di loro, mentre si faceva lezione. A metà anni ’90 non esistevano i cellulari e Internet era usato dai militari o da qualche scienziato che presto lo avrebbe inoculato nelle menti e nei corpi di tutti.
Ma allora, si scrivevano lettere e si mandavano bigliettini. Nei modi più fantasiosi.
La professoressa Fringuelli pensava che se i suoi alunni avessero avuto la stessa fantasia comunicativa mentre scrivevano i temi che lei assegnava loro, sarebbe stata molto fiera di quella classe.
Si consolava nell’apprendere che le modalità del corteggiamento non erano cambiate molto, rispetto a quando era ragazza. I due innamorati non si parlavano se non attraverso l’utilizzo di messaggeri, come del resto all’epoca dei cavalieri.
Giulia ha detto che Paolo gli piace, diceva Stefania a Marco. E Marco andava da Paolo, in trepidante attesa, per comunicare la notizia. Paolo, emozionato, ma maschilmente freddo, dettava la sua risposta a Marco, che la riportava correttamente a Stefania che poteva confermare a Giulia che il suo sentimento era ricambiato. Solo allora i due promessi si facevano avanti, scortati dai cavalieri e dalle dame che avevano tessuto la tela per loro.
Sì certo, non è che le scene o il linguaggio fossero così aulici, ma la modernità e la rozzezza dell’approccio non ne avevano intaccato quello splendore che resisteva da secoli.
Certo, poi c’erano quelli del biglietto anonimo e spesso osceno, quanti ne aveva sequestrati! Fonti di notevoli rossori per la professoressa, ma anche di utilissime notizie di quante informazioni, specie sul sesso, fossero a conoscenza dei preadolescenti.
Con l’esperienza la professoressa Fringuelli era arrivata a individure subito il latore della presente. In modo particolare dal ripetersi delle fantasie – non si può pretendere che un ragazzo prepubere possa variare molto le sue oscenità, e ognuno aveva le sue preferite. E dagli errori di ortografia. Congiuntivi che lottavano disperatamente con i condizionali, perdendo la loro battaglia. Espressioni idiomatiche dialettali tradotte letteralmente in italiano. “Ssoressa, lei è poco uscita”. Il giovane Fabris intendeva alludere al fatto che la professoressa Fringuelli non fosse molto “donna di mondo”, fosse un po’ scollegata con la vita reale e i suoi mutamenti. La professoressa Fringuelli pensò che il giovane Fabris avesse ragione. Fabris era uno deigli alunni che ricordava maggiormente. Un talento per l’improvvisazione chiuso dentro un dodicenne costretto a fingere di essere uguale a tutti gli altri. Chissà che liceo frequenta ora. Lei lo avrebbe voluto al classico, ma Fabris diceva che voleva fare “le professionali”. Che avesse avuto nuovamente ragione, il giovane Fabris.
E poi Rinaldi, un fascio di irrequietezza e sfrontatezza. Rinaldi aveva fatto scoprire alla professoressa Fringuelli che a 13 anni si può già avere una perfetta erezione. La professoressa non avrebbe mai voluto saperlo, anni di educazione cattolica le erano crollati addosso come un muro malfermo che nessuno aveva rinforzato nel tempo. Era anche colpa sua, si era chiesta dove mai guardasse con tanto interesse Cinzia Lorenzi. Seguendo il suo sguardo l’occhio era arrivato al banco di Rinaldi, che quel giorno sedeva da solo in penultima fila. E lì, aveva visto quella erezione e quella mano che la muoveva spavaldamente. Con indifferenza, cercando di ingoiare il suo imbarazzo, aveva chiamato alla cattedra Rinaldi, che, in mezzo alle risate di alcuni compagni, che evidentemente avevano assistito allo stesso spettacolo della professoressa Fringuelli, si godeva la sua passerella, mentre si aggiustava il pacco nei pantaloni. La professoressa lo interrogò senza il coraggio di guardarlo negli occhi.
La professoressa Fringuelli ricordava esattamente quando aveva deciso di ritirarsi. Il primo segnale lo ebbe mentre era in macchina, ferma ad un incrocio. Prese in mano il telecomando che apriva il cancello della sua casa e lo puntò in direzione del semaforo, tentando con tutte le sue forze di fagli cambiare colore. Un signore nella macchina accanto sparò gli occhi addosso al finestrino per lo stupore. La professoressa sparì sotto il cruscotto per l’imbarazzo.
Ma il giorno fu un altro. Stava facendo lezione in terza F. Il solito brusio accompagnava le sue parole, oramai era un rumore di fondo familiare e rassicurante come il traffico che sentiva la sera sotto la finestra di casa sua. La professoressa Fringuelli andò alla lavagna. E lì, il buio totale. Tabula rasa, come dicevano gli insegnanti della professoressa Fringuelli. Intere nozioni accumulate nel corso degli anni, erano sparite. Non ricordava più nulla.
Tremando, finse di riflettere su quello che doveva segnare su quella lavagna. Si sentiva come l’alunno che non ha studiato e tenta di prendere tempo. Poi, la campanella, quel suono così liberatorio per i suoi alunni, venne accolto con un sollievo infinito dalla professoressa Fringuelli. Salvata dalla campanella.
La signorina Teofila Fringuelli depose il gesso, andò alla cattedra, chiuse il registro e non lo riaprì mai più.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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