Tre visioni

Veloci cenni a tre film ingiustamente trascurati.

Ghost Town

Calmati, sei a New York, è pieno di gente, ristoranti,
come si può semplicemente svanire?

Woody Allen riflette all’uscita dal medico in Hannah e le sue sorelle


Da David Koepp, responsabile di nefandezze come gli script dell’ultimo Indiana Jones e de La guerra dei mondi, non ci saremmo aspettati un film metropolitano scorretto (almeno nella sua prima parte) su un uomo che ha programmaticamente deciso (ma dietro c’è sempre una delusione sentimentale) di non avere niente a che fare con le persone. Koepp ci ricorda, coi toni da commedia dal ritmo sostenuto, quanto sia impossibile vivere proiettati solo su se stessi: gli altri, che gli piaccia o meno, entrano nella vita del Dottor Pincus, medico dentista che detesta gli altri esseri umani perchè non li ha mai visti come persone. Peccato che il film giustifichi questa posizione non come un sano e divertente odio verso la gente (come potrebbe apparire all’inizio) ma come probabile conseguenza di una delusione sentimentale.
Naturalmente, come ci spinge a dire un prefinale un po’ ricattatorio, dare una mano agli sconosciuti serve a dare una mano anche alla propria vita. Non per altruismo, ma semplicemente perchè stai meglio. Straordinario come solo un inglese in terra americana sa essere, Ricky Gervais che i maniaci delle serie tv hanno apprezzato in The Office.


Look Both Ways

Sarah Watt, che scrive e dirige questa pellicola australiana che arriva da noi con 4 anni di ritardo, ha dalla sua tre svantaggi: è una donna, fa un film con protagonisti due veri adulti, parla della morte (e con una sensibilità e un tocco diversi dal solito).
Tre ragioni che hanno probabilmente allontanato il pubblico (anche) dei cinefili da una pellicola che, nell’affrontare un tema difficile (a rischio di melodramma, commedia o, semplicemente, banalizzazione) utilizza una serie di scelte espressive originali (inserti di fumetti con tono comico che allentano il dramma ed evitano la drammatizzazione) e stranianti.
Non è un film pienamente riuscito quello della Watt, ma di sicuro esprime una posizione filmica diversa e interessante sulla vita di due 40enni egati dallo sguardo/interpretazione sulla/della vita (una pittrice e un fotografo) che affrontano insieme le proprie paure, condividono l’intimità dei reciproci drammi, senza enfasi, con pudore, per andare avanti con speranza e un pizzico di fiducia, che dà sapore alla altrimenti sciapa esistenza.
Irricevibile il titolo italiano (Amori e disastri).


Il mondo di Horten

Dalla Norvegia arriva invece, sempre con il solito ritardo di due anni, un film fenomenale. Odd Horten guida i treni e va in pensione. La fine della sua vita professionale e umana, si apre ad un nuovo inizio, che arriva per vie impensabili, incontri fortuiti e vecchie amiche che si decide, alla fine, di andare a trovare. In treno, naturalmente.
Bent Hamer, che scrive anche il film, mescola abilmente un tono malinconico (senza precipitare nella malinconia alcolica finlandese) con il grottesco e lavora di inquadrature. Sono le scelte espressive del film a renderlo un prodotto straordinario. Così come il suo protagonista, Hamer al posto delle parole usa profondità di campo, totali, campi lunghi, per significare gli stati d’animo del protagonista, il suo osservare il mondo, il suo stare nel mondo (nell’inquadratura). Per scoprire che la vita è anche guidare alla cieca, spiccare, di notte, un salto dal trampolino. E non sapere cosa accadrà.
Privo di toni enfatici o rabbiosi (Horten non ce l’ha con la vita che ha vissuto, si accende semplicemente la pipa), e sopratutto privo della necessità di raccontarci come va a finire o da dove esce fuori questo personaggio cui Bard Owe regala una gamma espressiva formidabile. Senza esagerare, senza agitarsi, solo accendendosi per l’ennesima volta la sua inseparabile pipa.

Notazioni finali off topic: Daniel Radcliffe è, dei tre amichetti, l’unico destinato, forse a fare del cinema decente, bacia malissimo e al suo magnifico accento britannico non rende giustizia il doppiaggio italiano (ma si sa già), mentre i “belli” al cinema si confermano essere o rozzi e volgari o cattivi. Rivoglio Viggo con la lunga spada. Il film è stato deludente a prescindere dalle molte differenze (mi dicono) con uno dei libri più importanti della saga. La cosa che ha reso decisamente meno interessante la pellicola rallentandola e sottaendo molti elementi importanti alla trama (fondamentali quando parliamo di una serie di film in sequenza), è stata la scelta di dare spazio alle storielle d’amore adolescenziale. Maggie Smith, però, è sempre un piacere.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Tre visioni

  1. souffle ha detto:

    @chimy: spero che in qualche modo arrivi dalle tue parti! ^^ Un saluto

  2. chimy ha detto:

    "Il mondo di Horten", in particolare, devo assolutamente recuperarlo… già m'ispirava decisamente e dopo questa tua recensione ancora di più.Un saluto

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