Cuor di cinefilo

Alcuni dei nostri migliori amici sono, o sono stati, cinéphiles (…).

Essere cinéphiles ha voluto dire cose diverse in tempi diversi. I primissimi esemplari erano già adulti negli anni ’30; borghesi raffinati e coltissimi, per lo più grandi lettori di Proust, di Gide, di Thomas Mann, della Woolf, e che tuttavia, calata la era, richiudevano la prima edizione integrale di Ulysses e correvano da Bette Davis e Fred Astaire. Il movente principale era genuino: si divertivano. Ma già che c’erano, come nel cristianesimo primitivo, i germi di future degenerazioni.
Un sospetto di compiacimento per questo amore un po’ canagliesco e “diverso”, coltivato da pochi. Un filo di segreta condiscendenza e insieme una sorta di aggressività difensiva, che portava a sopravvalutare (“per me un’inquadratura di Carnè vale un’incisione di Rembrandt, se permetti”) quest’arte da tutti allora giudicata minore e plebea.
E l’inevitabile sfumatura politica: i film stranieri, francesi e sopratutto americani, visti come veicoli di evasione dalla meschina egemonia littoria, nemica via via più rabbiosa di ogni esterofilia.
Dopo la guerra questa minuscola élite perse in parte le sue motivazioni, la sua ragion d’essere. Nei fervori della Liberazione e del Neorealismo, l’interesse per i polpettoni con Joan Crawford e Michèle Morgan sembrò tutt’a un tratto frivolo, irrimediabilmente passé. Il cinema divenne una cosa seria, un’arte a pari merito con le altre, che andava avvicinata con il più assoluto rigore e con massimo rispetto intellettuale.
I cinéphiles di quel periodo erano giovani e intensi; (…) Non che altrove fossero diversi. L’atteggiamento “giacobino”, l’occhiata “massonica” tra confratelli, quelle ragazze nere nere, quei ragazzi tra il fiero e lo smunto, si ritrovavano identici nella cinemateca del Boulevard Malesherbes a Parigi, o in uniziatico cineclub londinese cui si accedeva percorrendo i lunghi, spenti, corridoi del Victoria and Albert Museum, tra canguri impagliati e armi esotiche.
Che male c’era in quelle serate, dove per non offuscare le decrepite pellicole mute era vietata la sigaretta? Che male facevano quei defilati, sparuti, cultori della celluloide? Ad essi dobbiamo è vero, certi rarissimi Nô giapponesi filmati con la camera fissa il cui ricordo ancora di fa destare la notte invocando la mamma; e certi documentari di suprema bellezza plastica che ci sono stati utilissimi per definire i vertici supremi della pallosità. Pure, in quelle salette tenebrose, in mezzo a quei volti aggrottati e compresi, vedemmo Abel Gance e Bunuel, Buster Keaton e Marlene in versione originale. E quanto a Les enfants du paradis, rivale in ubiquità della Corazzata Potemkin, ci voleva qualche astuzia, ma si riusciva spesso a scansarlo.
Ma nessuno è innocente in questo mondo di buone intenzioni.
(…)
Se oggi siamo tentati di considerarli dei “cattivi maestri” è perchè, nella foga del proselitismo, dimenticarono di spiegare ai loro seguaci che il cinema è solo uno dei tanti piaceri dello spirito, che lo “specifico filmico”, ammesso che esista, è strettamente imparentato con lo specifico romanzesco, teatrale, lirico, storico, filosofico, musicale e con tutti gli altri elusivi “specifici” che fanno spettacolo da millenni.
(…)
Scatenato, famelico, il cinéphile moderno sembra addebtare indiscriminatamente nell’immensa torta. Ma in estetica (come in amore, in politica, ecc.) non esistono in realtà uomini senza valori, senza principi. La filologia non esclude la volgarità, spesso la nasconde, volentieri la giustifica, la esalta; e nell’euforia del trionfo il cinéphile lascia trapelare le sue preferenze di fondo, il suo vero “gusto” di semianalfabeta, passato direttamente dai fumetti dell’infanzia e dell’adolescenza alla “civiltà dell’immagine” su piccolo e grande schermo.
Egli vive in un mondo deformato, abnorme, tra escrescenze da lui stesso suscitate, tra esagerazioni prive d’ogni scala comparativa. Carné uguale a Rembrandt? E chi è Rembrandt? Franchi e Ingrassia studiati in Sorbona come Rabelais? Ma cos’è questa Sorbona e chi è Rabelais? Forse l’aiuto elettricista di Renoir?
Le cosiddette “masse” da cui lui stesso proviene, non chiedono di meglio che applaudire le sue scelte concettose e turpi, dandogli sempre nuovo potere, sempre nuova arroganza moralistica. E la società tutta, da tempo in ginocchio davanti all’altare della “specializzazione”, lo incoraggia, lo adula, lo ammira.

I fin troppo cattivi Fruttero e Lucentini, in La prevalenza del cretino.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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Una risposta a Cuor di cinefilo

  1. Watkin ha detto:

    Colpito e affondato. Fruttero e Lucentini sono spietati…

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