Il menù dei giornali e la fame dei lettori

Ecco cosa scrive Stephan Faris su TIme

In un Paese dove il Presidente del Consiglio controlla le tv, solo una persona su dieci compra i quotidiani mentre – secondo la World association of newspaper – negli Stati Uniti lo fa una su cinque e in Giappone tre su cinque.

Il problema sembra essere lo scarso appetito degli italiani per l’informazione. Ma se la colpa fosse invece del menù?
(…) Quando in un incontro sui mezzi d’informazione ho fatto notare che i giornalisti italiani sembrano scrivere per i loro colleghi, per i politici o per il piacere di leggersi, il pubblico ha applaudito. E nel dibattito successivo molti hanno chiesto perchè nessuno scrive le notizie per i lettori.

(…)

Secondo Paolo Mancini, professore di sociologia delle comunicazioni all’università di Perugia, la stampa italiana è sempre stata scritta da e per gli intellettuali (e non solo i quotidiani, aggiungo io – N.d.R.). Le pagine culturali dei principali quoditiani hanno l’aria di una rivista accademica. La grafica e l’impaginazione sono dense e confuse. (…) Quando esplode un caso politico, le prime pagine ospitano anche cinque diversi articoli di giornalisti di punta che espongono il loro parere. Raramente si spiega il contesto.

(…)

Non c’è da sorprendersi se gli italiani si rivolgono a fonti di informazione alternative. Negli ultimi anni hanno avuto successo i quotidiani gratuiti, distribuiti alle fermate della metropolitana.

(…)
La crisi che colpisce i giornali di tutto il mondo non fa eccezione in Italia. (…) In questa situazione sorprende la domanda di un altro tipo di giornalismo. (…) Le vendite dei giornali sono generalmente in calo, ma Internazionale vende il 25% di copie in più rispetto all’anno scorso.

Alcune considerazioni

1. Notare l’asciuttezza con cui è scritto il pezzo. Solo informazioni, nessuna opinione personale, nessuna spocchiosità intellettuale, rispetto per chi legge e vuole informarsi.
2. L’articolo è di un giornalista straniero, di un giornale straniero, pubblicato su un settimanale italiano (Internazionale) che così si autopromuove, ma è un peccato veniale.
3. La fame di informazione diversa è fame di articoli della stampa straniera. Non tanto, si spera, per quello scadente provincialismo italico che fa usare l’inglese anche se non necessario, a tutti i livelli (dal giornalista, allo studente, alle istituzioni – ha senso election day o Ministero del Welfare in un paese dove fino a prova contraria la lingua madre rimane l’italiano?. Ha senso usare termini come homeless o clochard, solo perchè senzatetto o barbone li giudichiamo troppo scopertamente “duri”, vivi, reali? Ha senso dire midia e plas, anzichè media e plus?, tanto che poi lo studente universitario pronuncia “non plas ultra” o “in midias res”? Ha senso prendere in giro una persona che pronuncia male una parole inglese, quando poi si scrive “qual’è” o “dò”?).

In realtà c’è fame di informazione straniera (specie in politica estera) perchè la nostra è schiava del commento, prona all’elzeviro, sdegna il pezzo semplice che racconta i fatti, perchè siamo il popolo delle interpretazioni e, preferibilmente, delle dietrologie.
La frase preferita dei commentatori è “la situazione è in realtà più complessa” (ma mai che spieghino con parole semplici questa, a loro dire, complessità).


Nei temi un tempo si chiedeva allo studente di non esporre il suo parere (di cui poco ce ne cale, a meno di non essere Autorevole dottrina) ma di raccontare i fatti, possibilmente in modo corretto.
I giornalisti paiono averlo dimenticato e preferiscono le allusioni.

Ma siamo sicuri, e qui mi permetto di dissentire con Faris, che il popolo italico (quella minoranza che legge la stampa quotidiana, almeno) ami leggere le notizie? O non voglia piuttosto che l’intellettuale spinga e fomenti lo scontro sacralizzandolo con la sua conquistata statura?

Ci fu l’Indipendente, quotidiano che tentò la via della notizia nuda e cruda. Fallì dopo poco.


Ho maturato l’idea che al popolo piaccia lo scontro delle opinioni, e piaccia sopratutto il calore rassicurante delle proprie posizioni granitiche (in tutti i campi: politici, religiosi, cinematografici, biblici, musicali, sessuali, alimentari), essendo scarso l’interesse per esplorare mondi diversi dal proprio. O nero o bianco, o di qua o di là, o etero o gay, o carne o pesce, o destra o sinistra, o bianco o rosso, o maschio o femmina, o commerciale o d’arte.

L’editorialista, l’intellettuale tonanti, offrono il rifugio e il conforto alle posizioni granitiche.

E quelli che non lo fanno, perchè hanno posizioni granitiche (oggi si dice: non negoziabili) opposte, semplicemente non si leggono e quindi non esistono.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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Una risposta a Il menù dei giornali e la fame dei lettori

  1. Alberto Di Felice ha detto:

    Per strane dimenticanze mi ero perso questo tuo pezzo. Secondo me gli Italiani, non troppo meno che ogni popolo sulla Terra, amerebbero leggere le notizie. (Cioè i fatti, che va pur sempre tenuto presente devono sempre essere filtrati: i fatti da soli raramente informano davvero.) Quella di come si fa informazione nel nostro paese è una questione cultural-istituzionale (il nostro paese è retto di preferenza su base clientelare, e qui non si fa differenza), che riguarda non solo la stampa: quale altro telegiornale al mondo — in democrazie, intendo — può permettersi di pagare i giornalisti politici per non far nulla riportando semplicemente in fila le inutili dichiarazioni in par condicio? Un'informazione fatta solo per far sapere ai parlamentari, ministri e sottosegretari vari che la gente ascolta quel che ognuno di loro dice, senza doverci capire nulla grazie alle polarità che si annullano a vicenda, annullando anche la rilevanza dei fatti: contano solo le loro opinioni, e si sa che un'opinione è buona come un'altra.

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