Quentin tiene in vita il (suo) cinema

Mentre Hitler in una anteprima parigina vede il nuovo grande film di propaganda realizzato da Goebbles (ma girato dall’amico Eli Roth con il gusto della divertita iterazione semantica) nel cinema che sarà la loro tomba, si volta verso il suo pupillo e gli dice: Joseph questo è il tuo capolavoro.
Brad Pitt, fenomenale interprete a capo dei Bastardi ebrei, mentre regala l’ultimo ricordino su pelle a un tedesco che lascia in vita, si dice che forse questo è il suo capolavoro.
C’è la consapevolezza simpaticamente sbruffona in Quentin Tarantino di avere realizzato con Inglorious Basterds il suo film migliore (fino al prossimo naturalmente). Ma lo dice con quella simpatica vanteria del timido nerd che fa le cose seriamente ma non si prende troppo sul serio.
Un film straordinario, densissimo, questo di Tarantino, che usa il Cinema di genere in modo consapevole e senza barare – la (ab)usatissima sequenza iniziale con il lenzuolo steso e i “cattivi” che arrivano da lontano, non a cavallo però, ma in sidecar – un western bellico in cui si mescolano una violenza “esagerata”, ironia sfacciata, dilatazione del tempo e riflessioni profonde. Per dichiarazione di intenti, Enzo G. Castellari non è lontano (il suo cinema – Quel maledetto treno blindato ma anche, per certi versi, Keoma – sporca i fotogrammi e lui entra di diritto as himself, in una pellicola di perpetuazione della memoria). Ma anche Leone è vicino.
E anche Antonio Margheriti. Citazioni che sfuggono l’onanismo gratuito da nerd cinefilo (Tarantino non mette certe cose per fare vedere quanto ne sa di cinema, ma perchè gli piacciono quelle cose lì).

Nella storia sul Cinema che è (ri)scrivere la (stessa) Storia, recitandola, mettendola in scena necessariamente in un cinema, bruciando i fotogrammi del ricordo per farli semplicemente (ri)vivere altrove.
Nel divertito gioco (cinema come play) tarantiniano del rigiocare la partita filmica con le figurine della sua adolescenza ma con armi originali, le citazioni, l’amore per i film innanzitutto come oggetti, e un gusto feticistico per il dettaglio assai riconoscibile (il “gioco con le bambole” nella scena della vestizione di Shosanna, i dettagli del mascara, della matita sugli occhi, il rossetto rosso-esagerato come il vestito, la veletta nera, da vedova di guerra – il piede di Bridget Von Hammersmark che indossa la scarpa della colpevolezza), mi pare ci sia anche la consapevolezza di una perdita necessaria, le pellicole si corrompono e bruciano e i registi e gli attori necessariamente muoiono e passano. Il romanticismo di Tarantino è ostinarsi a farli continuare a vivere (*) perpetuandone gli stilemi (e magari dando semplicemente a uno dei protagonisti il loro nome), in una sorta di (ri)produzione di un genere, di conservazione di una specie, non rassegnandosi agli ibridi odierni.
Se Brad Pitt conferma un talento che molti si ostina(va)no a non riconoscere perchè bello e bravo proprio no, il vero trionfatore è l’austriaco Christoph Waltz che sembra uscito da una sceneggiatura più che dalla vita reale, e che parla 4 lingue (**) in un film da vedere necessariamente in originale.


(*) Evocati o presenti Margheriti, Garbo, Pabst, Danielle Darrieux, Emile Jannings, Chaplin, Cooper, King Kong, Rifensthal, Clouzot e chissà quanti altri.
(**) C’è un’altra lingua che voi americani sappiate parlare oltre all’inglese?
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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11 risposte a Quentin tiene in vita il (suo) cinema

  1. souffle ha detto:

    @Watkin: Hai fatto bene ad attendere la versione originale. Sei stato ripagato. 🙂 Un saluto.

  2. Watkin ha detto:

    L'ho voluto vedere in originale sottotitolato e quindi l'ho visto solo oggi, al cineforum di Watkinville. Ah, che splendore. E mi fa piacere che anche tu abbia riconosciuto Greta Garbo

  3. Luciano ha detto:

    L'ho visto da poco e sono rimasto folgorato da questo film e per adesso non so cosa dire.

  4. souffle ha detto:

    @Gabriele: sei sempre troppo gentile. Ti ringrazio. Sì dai scrivi di cinema. Mann può essere davvero una bella occasione. Un saluto!

  5. Gabriele ha detto:

    Proprio bravo souffle!!! Mi stai facendo tornare la voglia di scrivere di cinema. Chissà magari con Michael Mann…Christoph Waltz e sceneggiatura da Oscar.A presto

  6. souffle ha detto:

    Sì mi pare siamo dalle parti del ridicolo (e dell'incomprensibile) noodles. ^^ un saluto.

  7. Noodles ha detto:

    Ecco cosa m ricordava e garbava di quell'incipit! Quasi un'apertura fordiana!Sulla questione doppiaggio l'assurdità sfiora il ridicolo, visto che in italiano è doppiato solo l'inglese… che ha minima parte poi nella pellicola!!! Mi rifarò vivo in settimana dopo aver visto la versione in inglese! E' una minaccia. Parola di scout. O di apache?

  8. UnoDiPassaggio ha detto:

    E io che l'ho visto doppiato e che l'ho comunque adorato sono un pirla? 🙂

  9. souffle ha detto:

    @honeyboy: su Pitt penso che in Italia la "colpa" sia essenzialmente del doppiaggio, davvero mortificante nei suoi confronti.Credo che questo film, proprio per la sua magnificenza possa una volta per tutte chiudere la questione "citazionismo sterile" su Tarantino.W il Cinema, sì.grazie per il tuo commento, un saluto.

  10. honeyboy ha detto:

    Pitt è stato sempre un attore sottovalutato in effetti, non posso che concordareW Tarantino e W il Cinema"Tarantino non mette certe cose per fare vedere quanto ne sa di cinema, ma perchè gli piacciono quelle cose lì"sono estremamente d'accordo 🙂

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