Identificazione

Una delle cose che il pubblico ripete spesso all’uscita dal cinema è “mi sono identificato” o “non mi sono identificato”. Mi sono riconosciuto troppo! Non mi sono riconosciuto per nulla.
Da cui la declinazione del concetto di noia applicata alla pellicola.
Il problema della identificazione del pubblico con l’eroe del film è tenuto bene in mente da chi mette in piedi una produzione. Se ad un film manca un eroe (o un antagonista) in cui identificarsi, il pubblico tende a rifiutare la pellicola (non mi è piaciuto, era una cagata).
In fase di scrittura di un film questa è una cosa che si tiene sempre presente o lo si dovrebbe fare.
“Nessuno pagherebbe 10 dollari per vedere due che vivono nell’inquinamento chimico. Se li vedono già sotto casa” dice l’agente Sidney Pollack al suo attore Dustin Hoffman.

E questo scoperchia anche altri problemi. Prendiamo un film come “500 giorni insieme”. Proviamo ad immaginare che al posto dei due bianchi protagonisti venissero scritti due personaggi neri (con tutto il mood che ne consegue). Oppure due ebrei (altro mondo inesplorato, complicato e complesso nelle dinamiche, come insegna l’ultimo lavoro dei Coen). Oppure due maschi o ancora due femmine (vere lesbiche…).
In quel caso siamo sicuri sarebbe stata assai più difficile la “identificazione”, specie per il pubblico maschile, essendo quello femminile più recettivo.
Pensiamo alla scena in cui i due fanno l’amore per la prima volta e immaginiamo che siano due maschi, uno più deciso e l’altro più sensibile e romantico. E quello sensibile poi esca fuori in strada tutto felice.
Insomma la scena identica solo che nel letto è rimasto l’altro maschio.
Ci sarebbe stata uguale identificazione del pubblico? Credo di no. Però in fondo si tratta dell’amore e di come ci si sente dopo avere fatto l’amore con la persona che si ama.
Lo stesso Brockback Mountain che condivide con questo film l’essere finto indipendente e in realtà con robuste spalle mainstream nella realizzazione e concezione, ha provocato poca immedesimazione nel pubblico maschile. Più pronto a “capire” i protagonisti quello femminile.
Questi due esempi banali e scontati (ce ne sono altri) per sottolineare come non è così vero per il pubblico del cinema che le tipologie di personaggi sono indifferenti (si parla di amore, per cui mi identifico sempre, qualunque siano i protagonisti di questo sentimento).
Possiamo dire invece che uno spettatore gay può tranquillamente identificari ed empatizzare con una storia etero, e che il contrario risulta assai difficile.
E se il film è una pellicola “media”, a parità di medietà si sarà più indulgenti con la storia con la quale ci siamo identificati che con quella per la quale la nostra identificazione non c’era.
A parità di valore cinematografico delle pellicole, prevale quella in cui ci siamo ritrovati.
Lo spettatore etero spesso, cerca di ricondurre a parametri a lui vicini quella storia, come ha fatto Roger Ebert recensendo I love you Philip Morris. Il che è comprensibile ma non necessario.
Anche nel caso dei Coen c’è stato il tentativo di dire “il film parla della religione in generale”, perchè si aveva difficoltà a lasciare la pellicola nel suo brodo ebraico, l’unico in cui poteva cuocere con un senso. Perchè nel modo di pensare ebreo, nel modo ebreo di affrontare la vita molti trovano difficile identificarsi.
Si finisce con la domanda principale: quando scriviamo di un film, siamo influenzati dalla circostanza che ci siamo identificati o non identificati con l’eroe (o l’antagonista)?
Lo scarso entusiasmo per la pellicola è dovuto anche al nostro mancato coinvolgimento in essa (non conosco le canzoni della colonna sonora, il protagonista è lontanissimo da me, le citazioni cinefile sono del cinema di mio nonno e non di quello che vedo io)?
Non lo so. Come direbbe un rabbino. Che aggiungerebbe: è meglio vedere solo i film in cui mi identifico o anche quelli che raccontano cose lontanissime da me? La seconda che ho detto.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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4 risposte a Identificazione

  1. souffle ha detto:

    @Martin: quello che dici è inattaccabile. Ma molto frustrante.E alla fine non credo che nessuno che sia passato da queste parti abbia deciso di vedere un film perchè io ne ho parlato.E ti dirò la verità: se Souffle parla di certi film è solo perchè non vuole lasciare un vuoto nella connection, desidera che di alcuni film che i cineblogger hanno evitato (o dei quali non hanno scritto), vi sia almeno una recensione rimanga una qualche traccia.Anche se non ho la forza critica e morale per portare qualcuno a vedere un film di cui si è parlato da queste parti.Alla fine, non è facile sentirsi l'unico (o quasi) della gelateria che adora il gelato alla cannella, mentre tutti gli altri fanno comunella insieme mangiando cioccolato e panna.E non solo amano cioccolato e panna, ma la cannella nemmeno la vogliono provare, nonostante tu abbia mangiato più volte cioccolato e panna, così tanto per provare.E alla fine, quando nessuno farà più la cannella perchè nessuno la vuole, nemmeno la nicchia degli amanti del gelato, ti ritroverai a mangiare cioccolato e panna come gli altri. Facendo finta che ti piaccia.Un saluto.

  2. Martin ha detto:

    Una soluzione potrebbe essere cercare di parlare meno alle "masse" e più alle persone.Non capisco, e non dico che sia una tua specificità, le velleità di chi vuole che il proprio pensiero raggiunga il più ampio numero di persone possibile.Se ciò che scrivi/dici/fai raggiunge solo una manciata di persone non è detto che questo implichi una qualità minore del tuo lavoro.E dico questo per due motivi.Primo, e con questo sgombro il campo da malintesi del tipo "sono un incompreso", perchè conta la qualità delle interazioni e non la loro quantità.Secondo perchè, e con questo mi riaggancio al tuo dubbio se valga o no la pena, parlare a un pubblico vasto spesso vuol dire "dare alla gente ciò che la gente vuole", ovvero ciò che lamenti tu a proposisto, anche, delle immedisamazioni.Continuare a tenere "alto" il livello dei propri discorsi è l'unico modo per fare avverare quei piccoli miracoli che permettono di portare qualcuno a un livello di consapevolezza superiore.Ti sembrano discorsi scontati questi?Rimane comunque il fatto che tu questo stai già cominciando a farlo.Grazie a te per gli spunti interessanti che ci offri.

  3. souffle ha detto:

    @Martin: grazie per il tuo contributo che aggiunge preziose informazioni alla questione.La radicalizzazione del discorso mi è utile sia a livello polemico (per smuovere le acque) sia a livello dialettico per fare emergere i diversi punti di vista in merito, punti di vista che rimarrebbero quieti se si ragionasse in termini di sfumature di grigio o, peggio, "non generalizziamo, ogni persona fa storia a sè" che è la morte di ogni discorso.Perchè se è vero come è vero che ogni persona fa storia a sé, allora mi chiedo se valga la pena ragionare su qualsiasi accadimento umano.Inoltre vanno a farsi friggere tutte le teorie generali su qualsiasi argomento, le quali si fondano NECESSARIAMENTE su "id quod prelumque accidit", cioè su quello che accade più spesso.Infine, le riflessioni che si tenta di fare, spesso sbagliando, da queste parti, riguardano non la realtà ma il cinema cioè quindi semmai un modo di comunicazione della realtà.Grazie per il tuo commento.

  4. Martin ha detto:

    L’immedesimazione è un espediente narrativo molto più vecchio del cinema e, da sempre, ha aiutato la fruizione di un’opera, ora come ai tempi di Omero.Detto questo non si è costretti a scrivere usando certi trucchetti per accattivarsi il pubblico ma occorre avere chiaro che se si scrive un film su personaggi fuori da certi canoni occorre essere davvero bravi. Altrimenti si rischia di non essere capiti o, peggio, ascoltati.Le voci fuori dal coro ci sono e si distinguono per diversità e capacità di guardare in “mondi” insoliti ma non basta avere una visione alternativa del mondo per riuscire ad essere interessanti ma occorre riuscire a dare un valore aggiunto che permetta di superare qualsiasi gap culturale che ci separa dallo scrittore. Può essere una diversità sessuale o religiosa come dici tu, ma anche etnica, razziale o anche semplicemente generazionale.Non capisco poi come mai radicalizzi spesso i discorsi con divisioni manichee, femmine e maschi, etero e omo, bianchi e neri, quando l’esperienza mi ha insegnato che la realtà è molto più sfumata.Esiste un’infinita gamma di sensibilità, minoritaria, forse, ma non di poca importanza, soprattutto alla luce del fatto che sono assurde gabbie culturali a rinchiudere le persone in becere posizioni estremiste, andando contro la stessa natura umana fatta di combinazioni di elementi diversi.

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