Adattamenti (2)

(…) Holmes ha i tratti del decadente di fine secolo: svagato, blasè, un po’ dandy, suona il violino, si trastulla in fantasticherie. È un meditativo e un riflessivo, lo tenta lo sconosciuto, l’arcano e la magia.

Per l’inventore del racconto poliziesco, E.A. Poe, l’investigatore dev’essere dotato di osservazione e capacità deduttiva, ossia di un processo logico di ragionamento, e della capacità di immedesimarsi con il criminale. Holmes ha maggiormente la prima, che brucia a fuoco lento, come la pipa, prima di esplodere nella soluzione del mistero.
Oggi del riflessivo stanco e un po’ disgustato e discosto dal mondo, si tende a fare nel film di Guy Ritchie che ho visto al suo apparire nelle sale, un attivo, un esagitato frenetico, un manesco e un lottatore. (…)
Quanto all’ottuso Watson, che serviva a metterne in risalto la genialità e dava il tocco dell’umorismo che lo rendeva così amabile, diventa il più geniale e risolutore dei due nei momenti difficili, quali la molla dell’azione, un mezzo genio e ama le donne. (N.d.R. – il Watson dei romanzi di Conan Doyle conosce una donna, si sposa e poi di quella moglie non sentiremo praticamente più parlare). (…)
Segno dei tempi – e lo dico senza acrimonia. Sembra vincere la mentalità da videogiochi. Non vogliamo, o non amiamo più riflettere, vogliamo soltanto fare, buttarci. Holmes serviva invece a ricordarci che l’azione, il fatto, la risoluzione sono frutto di meditazione, pensiero, riflessione e dominio sulla logica.

Sergio Perosa – Dal Corriere della Sera del 6 gennaio 2010.

Sia chiaro, potremmo prendere in considerazione seriamente quanto scritto da Perosa se credessimo nella fedeltà degli adattamenti (e poi, quale tipo di fedeltà? a chi?).
Però, provando a giocare, potremmo dire che Perosa, nel suo intervento, ha colto un punto importante che ci serve per aggiungere un tassello al discorso sull’adattamento. Non viene in gioco in questo caso la scelta del regista e dello sceneggiatore di mettere in risalto alcuni aspetti del personaggio e di tralasciarne altri, cosa legittima e, direi da pretendere da un regista, come dal lettore di un romanzo che abbia un minimo di carattere.
Il “tradimento” sta nello sposare una estetica del racconto che si rifiuta di (rac)cogliere l’essenza più intima del personaggio letterario.
Non ci riferiamo tanto all’ironia di Holmes che diviene buffonaggine, o al fatto che Watson da elemento di “utile idiota” (al servizio dell’acume di Holmes e al servizio della “spiegazione al pubblico” – vedi la funzione di Harry con Derrick o del colonnello Hastings con Poirot) diviene personaggio acuto e brillante, oltre che scandalosamente “bello”.

Parliamo sopratutto dell’ultimo aspetto sottolineato da Perosa, la mentalità da videogioco come modalità espressiva del cinema hollywoodiano mainstream.
Le nuove tecnologie (con molte delle quali il giovane pubblico è nato) hanno determinato un decisivo cambiamento a livello di percezione sensoriale negli spettatori; l’adattamento di un film riservato al pubblico dai 16 ai 49 anni, risente di queste esigenze, di queste nuove modalità percettive. Il pubblico è più ben disposto verso modalità comunicativa mutuata dalla velocità di azione/reazione tipica del videogioco che esclude l’elaborazione della polissemia dell’immagine in favore di una percezione unica e immediata che fa leva su istinti involontari. Un giro sulle montagne russe in su cui sali solo per gridare e farti salire il battito cardiaco. Non si dice: vado al cinema per non pensare?
In ogni caso, per parafrasare Michael Caine/Holmes, il film è risibile ma noi ce la siamo spassata.


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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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