Un romanzo, un film

Contraddicendo lo stereotipo, non scrivero dell’esordio di Tom Ford al cinema.

Preferisco rimandare a chi, possedendo gli strumenti e le conoscenze letterarie ed estetiche indispensabili, ha scritto una recensione di assoluto spessore cui non posso aggiungere nulla di più interessante.
Vorrei invece soffermarmi brevemente su una cosa, approfittando di questo film poichè me ne offre un esempio e perchè da queste parti si è spesso parlato di comunicazione e di critica.


Leggendo recensioni su carta e on line, da parte della critica istituzionale e di quella in rete, professionista o professionale, cinefila o popolare, ho constatato di non avere trovato una stroncatura interessante, cioè che guardasse al di là del proprio orticello di certezze visive, e stereotipi da recensione, e cercasse, pur non condividendola, di darci la precisa visione del regista, come fanno sia Pacilio, sia, con diverso tono, Baroncini su Gli Spietati, tra le poche eccezioni.


Per il resto a me pare permanga la incapacità della critica, sia quella istituzionale di quotidiani e riviste specializzate on line, sia di cinefili appassionati, di affrontare certe pellicole, ma non per malafede o pregiudizi, piuttosto per ignoranza di codici e stilemi che non gli appartengono.

[Ci si può commuovere per la scena della telefonata in cui George apprende della morte del compagno se non si ha la minima idea di cosa significhi, dopo 16 anni di vita insieme sapere di non potere partecipare al funerale, in quanto per la famiglia del tuo partner non sei nulla e non ti vogliono? Si riesce a empatizzare con questa sensazione se non si ha idea di cosa significhi?]

Questo film (di)mostra come la critica sia e rimanga, al di là del bagaglio di conoscenze tecniche del “fare recensioni” imparate a scuola e dei manualetti letti, una questione di gusto e un film “ci piace” o “non ci piace” se tocca nostre corde intime e personali o non le tocca perchè non abbiamo idea di quello di cui il regista sta parlando.

Per comprendere quello che questo film è, non quello che vorremmo fosse, occorre possedere un background iconico, letterario, fotografico, musicale, di un certo tipo.

Ad esempio, se non sai che lo spagnolo che abborda George e si “atteggia a modello” è effettivamente Jon Kortajarena, cioè uno dei top model più pagati al mondo, ed è usato proprio in quel senso, mi sa che ti è sfuggito qualcosa di fondamentale.


Un consiglio per chi non lo ha visto: A single man è un film per esteti e se non sei un esteta non ti piacerà, quindi non andare a vederlo.

Il resto è solo fuffa o (finta) delusione (si può essere delusi se non ci si aspettava un ottimo film, ma il solito “film da scenografi e costumisti?).

Purtroppo in tutto questo casino, non credo crescerà l’interesse per il romanzo di Isherwood, uno dei maggiori scrittori del ‘900. Un uomo solo (Adelphi) è un capolavoro di scrittura che tutti dovrebbero leggere.

Dopo la generale impallinatura del film su carta e on-line, si attende la prossima vittima annunciata, probabilmente la commedia scandalosamente tradizionale I Love You Philip Morris (per riassumere Luca Bernabè su Duellanti di gennaio, che già anticipa quelle che saranno le critiche al film).

Aggiornamento (22 gennaio)

Sia chiaro, non c’è nessun intento offensivo.
Ritengo che per comprendere appieno un’opera e scriverne, la recensione suoni più completa, ricca e interessante se si possiede una conoscenza del mondo iconico, musicale, letterario, del regista.
A questo proposito ammetto tranquillamente la mia difficoltà a rapportarmi con la commedia “bromantic” per comprendere appieno la quale, temo, mi mancano tutta una serie di riferimenti culturali indispensabili per potere scrivere qualcosa di interessante.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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20 risposte a Un romanzo, un film

  1. souffle ha detto:

    Bette: questo è vero, tanto che proprio per quello che dici, è un momento che dovrebbe colpire chiunque, come la storia stessa della perdita di una persona amata con cui non c'era un rapporto socialmente "ufficializzato" o accettato.Un saluto.

  2. Anonymous ha detto:

    Sull'emozione che connetti alla scena della telefonata – alla quale ho pensato spesso – vorrei aggiungere che le angosciose limitazioni subìte dalla persona sopravvissuta, che non possa prendere parte alla celebrazione del lutto, non sono 'privilegio' delle sole persone gay.Considerazione che si può allargare a comprendere lutti di altra natura, o anche l'esatto contrario, ma in circostanze che obblighino alla riservatezza, al silenzio.Bette

  3. souffle ha detto:

    ok, poi mi dirai come lo hai trovato. Un saluto.

  4. William Dollace ha detto:

    mi segno il tutto, Un uomo solo lo leggerò senz'altro, poi vediamo

  5. souffle ha detto:

    @william: figurati. In effetti mi sa che l'edizione Guanda la hanno ritirata. La ricordo come una lettura piacevolmente devastante, una spirale che ti avvolge lentamente.Non fu il primo Isherwood che lessi, prima ci furono Addio a Berlino e Mr Norris se ne va.In seguito recuperai Ottobre, che racconta in forma di diario un pezzo di vita sua e del suo compagno Don.E poi Ritorno all'inferno.Recentemente ho finalmente trovato usato La violetta del Prater (Londra, anni '30, studi cinematografici, un film da farsi, uno scrittore coinvolto nella sceneggiatura), che per me è un altro capolavoro.Buona giornata.

  6. William Dollace ha detto:

    mi pare che per Guanda sia già indisponibile, lo prenderò in Adelphi, sarà una lettura preziosa, quel poco che ho letto e che ho approcciato è veramente Vero e tremendamente vero, reale. Grazie mille.

  7. souffle ha detto:

    @william: sì in effetti dici bene. è una questione che riguarda tutti gli aspetti che hai elencato e che rende ognuno di noi unico e irripetibile e per questo, a mio parere, straordinario.Aprirci all'ignoto e al meraviglioso e all'altro da noi è una avventura che si dovrebbe cercare sempre, o almeno una volta nella vita.Il libro te lo consiglio davvero, è un grande esempio di letteratura e in effetti ragiona sulla solitudine dolorosa che prende chi viene privato della sua metà e cerca di ragionare sul senso di essere ancora al mondo, se la vita abbia un significato, in assenza della persona amata che era forse l'unico legame con un mondo che ci appare alieno.Sono convinto che il libro ti piacerà molto.Adelphi lo ha ripubblicato da poco speculando un po' sul prezzo (16 euro per una novel forse sono un po' tanti, ma il libro li vale comunque).Altrimenti usato credo potresti trovarlo nelle edizioni Guanda.Un saluto e grazie per il tuo commento.

  8. william ha detto:

    credo che sia una questione generale, di background, di gusti, di sensibilità, di tutto ciò che ci differenzia sostanzialmente da ogni altro essere umano. Non lo so, voi l'avete detto meglio.Comunque voglio leggere assolutamente il libro ora. Credo che al di là della questione affettiva la condizione dell'Uomo solo sia applicabile ed in grado dei generare empatia a chiunque si ritrovi colpito dallo stesso dolore della privazione, dell'attesa della morte, del dolore che deriva da perdere una persona cara.

  9. william ha detto:

    credo che sia una questione generale, di background, di gusti, di sensibilità, di tutto ciò che ci differenzia sostanzialmente da ogni altro essere umano. Non lo so, voi l'avete detto meglio.Comunque voglio leggere assolutamente il libro ora. Credo che al di là della questione affettiva la condizione dell'Uomo solo sia applicabile ed in grado dei generare empatia a chiunque si ritrovi colpito dallo stesso dolore della privazione, dell'attesa della morte, del dolore che deriva da perdere una persona cara.

  10. souffle ha detto:

    @alberto: non credo potremo fare molta strada in questo senso, trovandoci su posizioni assai distanti.Mi piace però che ognuno le difenda. Ma non credo che si possa andare molto avanti.Sulla scena della telefonata non insisto, per me è stata commovente.Tu sostieni di no, e pazienza.Sull'esteta la prendi sul personale, perchè devi offenderti se ho semplicemente cercato di spiegare cosa sia per me un esteta?Esteta per me non è tanto chi si interessa di questioni estetche, quanto chi ama il bello, chi ama circondarsi di cose e persone belle.Ma su questo, nonchè sulla cura del libro mi sono già espresso credo in modo chiaro, per cui non ho nulla da aggiungere.E con questo credo ci siamo detti tutto.Grazie per i tuoi interventi e buona serata.

  11. Alberto Di Felice ha detto:

    La linea, chiaramente, è "estremamente sottile".

  12. Alberto Di Felice ha detto:

    Io non ho parlato di quello che Ford "voleva fare"; credo di aver parlato di quello che ha fatto. Personalmente la "stretta al cuore" particolarmente intensa non l'ho avuta perché, per come la ricordo, la scena è gestita in maniera "così così". Ma non potrei dirti di preciso come: non avendo qui l'esemplare, data la mia memoria che si affievolisce dopo una settimana rischierei di dir baggianate e preferisco evitare. Quella è una scena nella quale, per dire, se non hai un'idea forte di dove piazzare la camera butti molto in malora. E' una sensazione però che ho avuto spesso durante il film, più fortemente in altro frangente al primo dialogo fra George e Kenny all'uscita dell'università: ecco, lì tra l'altro non ho davvero capito cosa volesse fare Ford, o — il che è lo stesso — come volesse farlo. Intuibilmente doveva essere una scena che stabilisse qualcosa del personaggio di Kenny, ma mi sfugge di preciso cosa se non appunto la sua esistenza solo in virtù del suo esserci come "cosa bella", senza bisogno di esser delineata altrimenti: mi è sembrata una scena coperta e conseguentemente montata abbastanza da cani, se devo esser sincero.Il tuo discorso sull'esteta poi mi offende quasi, perché ti ripeto che io, per diamine, sono (fortunatamente, a modo mio) un esteta, intendendo l'espressione nel senso di "chi si interessa di questioni estetiche" (poi, ovviamente, si può entrare nel merito e sostenere che qui non capisco un cavolo — ma lo si faccia nel merito): è esattamente per questo che noto che l'ultima scena che citavo è costruita malaccio. Io mi interesso esattamente "del libro": secondo noto parallelo, nel libro il dato estetico vero è nello stile e così è anche nel cinema. Se ci si interessa di copertine e rilegature si potrà essere fini collezionisti, ma non necessariamente ci si sta interessando di letteratura. La copertina mi ricorda semmai la locandina: "bella locandina" non è mai stato sinonimo di "bel film". C'è poi una linea estremamente fra bello e kitsch, anche nelle copertine e nelle frequentazioni.

  13. souffle ha detto:

    @Alberto: ci mancherebbe ognuno di noi parla per sè ed è già tanto.Non so, sai: se era ben compreso da tutti che Ford abbia piegato il cinema al suo mondo, perchè non è stato detto?Perchè non è stato scritto cosa il regista ha voluto fare, esprimendo poi le proprie riserve?Quanto alla scena al telefono accolgo le tue riserve ma ti ribadisco che trovo assai difficile pensare che chi guarda possa non avere avuto una stretta al cuore vedendo quella scena.Quanto alla questione dell'esteta, io la vedo così: esteta è colui a cui piacciono le cose belle, gli piace circondarsi di cose e persone belle. Diciamo che in questo caso si scontrano due posizioni: chi pensa che non conta come è fatto un libro, ma solo il suo contenuto.E sono quegli editori che impaginano un libro direttamente da power point. Il risultato è una schifezza esteriore, ma magari con contenuti pregnanti.E ci sono gli editori esteti, quelli che non si accontentano del contenuto ma decidono che il libro deve avere necessariamente una bella forma, che vuol dire: una bella copertina, una bella rilegatura, una impaginazione che non lasci i righini isolati a fine pagina, ecc.Futile? Freddo? Vuoto?Entrambi i tipi di editori stanno sul mercato, ma hanno due visioni del mondo.Non si può dire che uno sbagli e l'altro faccia le cose giuste.Sono semplicemente due mondi, e accoglierli o meno dipende dal nostro gusto.Così c'è chi ama mangiare un cibo presentato con un accostamento cromatico interessante, e chi mangia nel trogolo buttando giù tutto voracemente, tanto finisce tutto in pancia. L'amore per la bellezza non ha nulla di erotico, questa è una costruzione che molti danno,sbagliando, ma non è necessariamente sempre presente.In questo senso, si può tranquillamente dire che un uomo è bello, se oggettivamente lo è, senza che ci siano equivoci (come normalmente ci sono).L'esteta ama circondarsi di uomini, donne e cose belle.Nel film molte volte è esplicitato questo assunto.George, anche se due uomini si "offrono" a lui, rifiuta.Non cerca sesso, ma gli piace e gli è piaciuto guardare questi uomini, parlare con loro, stare a bere col suo studente guardandolo perchè era piacevole parlare con una persona bella.Henry Wotton è un esteta. Per questo dico che il film è per gli esteti, cioè per gli amanti delle cose belle.Un saluto.

  14. Alberto Di Felice ha detto:

    Che Ford abbia "piegato il romanzo e il film al suo mondo" mi sembra, però, ben compreso da tutti. Detto ciò, risulta così difficile pensare che qualcuno, in perfetta buona fede e comprensione, ritenga con un giudizio di merito che lo "sguardo", gli "stilemi" e l'"immaginario" di Ford più di tanto non valgano? Al momento, è il mio caso (ed è la stessa cosa che penso, con le dovute differenza, di un Judd Apatow, che di certo non è né gay né esteta): se qualcuno mi viene a dire che il film non mi ha entusiasmato perché non ho "sentito" o "capito" la scena al telefono, i cui contorni mi sono istantaneamente sembrati piuttosto chiari, io mi permetto di contraddirlo e anzi ci tengo a farlo. Preciso poi che io, ovviamente, parlo sempre per me e non conosco a fondo le psicologie altrui. Inoltre, come si può conciliare l'idea che "A Single Man" possa non entusiasmare solo chi non è un "esteta" col fatto che io adoro, per dire, Fassbinder?

  15. souffle ha detto:

    @Martin: grazie per avere letto la risposta e avermi dato la possibilità di precisare meglio il mio pensiero. Buon weekend.

  16. Martin ha detto:

    Direi che tu l'abbia fatto in maniera molto chiara e condivisibile.E centri bene il punto, condiviso da entrambi, che occorra, in certi casi più che in altri, avere la capacità e l'umiltà di "spogliarsi" non solo dei pregiudizi ma anche di tutte le incrostazioni mentali che ci impediscono di cogliere le sottigliezze e le sfumature del film.Questo è il "venirsi incontro" di cui parlavo prima.E giustamente fai presente che l'esperienza diventa ancora più gratificante (ma non impossibile) se si condivide un certo background culturale col regista.Aggiungo solo che nel caso di un film geek, scritto e diretto bene, non ho dubbi che anche tu possa apprezzarlo, malgrado ciò che sembri pensare.Accidenti, a me questi taiwanesi a volte mi sembrano marziani con le loro canzonette e il loro gusto assolutamente kitsch, non li capisco, eppure i film di Tsai mi creano autentici terremoti interiori.Questo è ciò che cerco di comunicarti io.Un saluto anche a te, ritiro certi miei precedenti eccessi verbali, alla luce dei fatti del tutto immeritati.

  17. souffle ha detto:

    @Martin: grazie prima di tutto per avere letto quanto scritto.Il film riesce a comunicare il senso di perdita e di riflessione sulla "esistenza" e sull'esistere. Direi che più che un film sulla morte, sia un film sul recupero di cosa vuol dire "vivere" e "sentirsi vivi", sentimenti che il protagonista aveva perso dopo la morte del suo compagno.In questo senso è perfettamente accessibile.Quanto alla empatia con il protagonista, è chiaro che non occorra essere un replicante per commuoversi, occorre però comprendere cosa voglia dire per un uomo, dopo 16 anni di vita in comune con un altro uomo, non potere partecipare a un funerale perchè la sua è considerata una non-unione, un surrogato della unione tra uomo e donna.Questo sentimento è perfettamente comprensibile anche da chi non si trova nella condizione del protagonista, ma, non sono io a dirlo, difficile da comprendere per molte persone.E qui non ti può aiutare il regista che ti ha detto le cose esattamente come andavano dette, qui occorre uno sforzo ulteriore da parte dello spettatore.Sforzo peraltro assai facile da fare, vista la commozione delle signore in sala.La scena magnifica della telefonata che citavo non comunica solo il dolore per la perdita dell'innamorato, ma anche la rabbia per non potere partecipare a questo dolore, per non essere considerato "famiglia".E questa rabbia, perfettamente visibile nei piccoli gesti di Colin Firth, che è difficile venga percepita con la giusta empatia da chi non la ha provata.Si tratta di una rabbia per una condizione di "diverso" che negli anni '60 come anche in parte oggi, porta a "nascondersi" agli altri.In questo senso va letta anche tutta la scena, elaboratissima, della vestizione mattutina di George: la scelta della camicia, delle scarpe, degli accessori, il curare i capelli, la scelta del profumo, la rasatura.George si sta (tra)vestendo per uscire mimetizzato in quel mondo accademico, in quella vita che non accetta persone come lui.Infine, per quello che riguarda gli ulteriori rimandi,le "citazioni", anche qui: il film te lo puoi godere anche senza cogliere le citazioni che vengono tirate in ballo, i fotografi di moda chiamati in causa, l'uso iconografico di uno dei top model mondiali.Non è necessario.Quello che per me è invece importante è cogliere il senso dell'operazione di Ford, senza la quale l'opera appare "inutile", come ho letto da più parti: piegare il cinema al suo immaginario, agli stilemi che vengono dal mondo dello stilista.Ford ha piegato il romanzo e il film al suo mondo, non ha subìto il contrario.Per usare le parole di Pacilio, la cui recensione ho linkato nel post, e senza fare spoiler, "Ford trasporta il suo sguardo e il suo immaginario sullo schermo, applica i canoni figurativi che conosce, usa gli attori come modelli, li veste per la sua messinscena (accessori compresi: si guardino occhiali, orecchini, cravatte: tutto il cast, comparse comprese, non ha un tono fuori posto), mettendoli letteralmente in posa, li divinizza (la Moore diventa una sorta di sacerdotessa-icona), fa del romanzo di partenza una base sulla quale erigere il proprio mondo, la propria idea di bellezza:".Ecco il senso del mio post. Ed ecco quello che il film è.Poi, la pellicola può non piacere e infatti suggerisco che non tutti possano vedere con soddisfazione il film (nemmeno io vedo con soddisfazione un film geek, perchè non so nulla dei geek o della musica indie, e mi trovo in difficoltà con questi film che raccontano un mondo e un immaginario lontano da me).Questo però è quello che ha fatto il regista e che si appalesa alla mente di chi guarda il film.Spero di avere risposto a tuoi rilievi. Un saluto.

  18. Martin ha detto:

    Quello che scrivi è interessante come sempre, anche se vagamente "razzista".Il "tu non puoi capire" oltre che essere offensivo e suonare un po' pesuntuoso non porta nemmeno avanti il dibattito.Io ti dico invece che "voglio capire" ed è il regista che deve essere bravo a raccontare e a far scattare dentro di me le molle che un certo tipo di situazione non farebbe normalmente scattare.Altrimenti a cosa servirebbe il Cinema?Perdona la banalizzazione ma non occorre essere un replicante per commuoversi durante il finale di Blade Runner.Ora, io il film di Ford non l'ho visto e non so nemmeno cosa voglia dire "essere un'esteta". Ma mi aspetto che il film riesca a comunicarmi qualcosa.E, fermo restando che una comunicazione per essere efficace necessita anche di un'ascolatatore attento e predisposto, mi aspetto che, anche non cogliendo tutti i riferimenti extra-filmici, l'autore sia in grado di trasmettere qualcosa anche a me.Un artista che parla soltanto a (e per) i propri simili è davvero poca cosa e destinato a scomparire presto.

  19. souffle ha detto:

    @sam: ti ringrazio. Un saluto, buona giornata.

  20. sam ha detto:

    come al solito, sul cinema, sei riuscito a dire precisamente ciò cui io giravo attorno: è un film per esteti…

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