forma e contenuto

Parlando con un amico direttore editoriale siamo stati d’accordo che i lettori più difficili per un editore (cioè per chi vuole campare vendendo libri – scusate, ma chi fa libri non fa beneficenza) sono i lettori “forti”. Potrebbe sembrare una contraddizione, non lo è.

E in Italia l’editoria va male, tra le altre cose, perchè siamo la terra in maggioranza di lettori forti.

Questa considerazione mi ha riportato alla mente una discussione che feci sull’importanza del libro anche come oggetto, sulla forza del contenitore che ri riflette sul contenuto.
Una delle affermazioni che si sente dire, molto spesso da un lettore “forte”, è che non importa la forma di un libro, quello che conta è ciò che c’è scritto sulle pagine.

Una affermazione su cui non sono per nulla d’accordo, come non lo è quasi nessuno che faccia editoria con amore.

Certo, ci sono editori, specie alcuni editori scientifici, i cui libri sono immagini di power point buttate su carta senza rileggerle. Sciatti. Ma io sono dell’idea che un po’ della sciattezza della “confezione” si sparga sui contenuti, macchiando il testo, sporcando le buone intenzioni dell’autore e i suoi propositi di chiarezza o di splendore narrativo.

In ogni caso, per quanto praticato, non è un bel modo di fare editoria.

Esiste un magnifico libretto che si chiama “Avvertenze per Il libro”, edito da L’Epos e scritto da Maurizio Accardi. Il libro che tutti gli amanti del libro dovrebbero leggere.

Ne riporto un passo: “(…) la dedica, i ringraziamenti, l’epigrafe o la citazione non sono dei dati testuali da impaginare con un po’ di abilità o mestiere; sono, soprattutto, la capacità progettuale di mettere in evidenza, di esibire, le relazioni culturali e interpersonali dell’autore.”

Solo un esempio per dire che il modo in cui si fa un libro è fondamentale.
La scelta del carattere (l’orrendo Times-gran-figlio-di-Word, il magnifico Garamond dell’Einaudi, il Baskerville dell’Adelphi, o anche il Bodoni o il Georgia), la scelta dell’interlinea, l’impaginazione attenta e senza “righini”, la scelta dell’apparato iconografico, la scelta dell’immagine di copertina, cosa scrivere in quarta. E così via.

Kubrick diceva alla fine della lavorazione di un suo film: “Il film è finito. Ora pensiamo a venderlo”. E si occupava del “progetto grafico” del suo film.

La cura di un libro è una testimonianza d’amore: per il fare libri, per l’oggetto libro. E per l’autore. Se ami quello che un autore ha scritto, ci tieni che esca fuori bene.

La soddisfazione più grande la si ha proprio dai lettori “forti” così critici verso la “forma” quando accade loro di diventare scrittori.

Improvvisamente tutte quelle affermazioni sulla scarsa importanza per la forma si disperdono nel nuovo entusiasmo per i meccanismi editoriali con cui entrano felicemente in contatto.
Si entusiasmano per il loro editor (se è uno bravo), con cui combattono la battaglia dell’amore per la chiarezza e la forza da dare al progetto.
Scacciano la sussiegosa indifferenza e combattono per la scelta dell’immagine della copertina.

Si scoprono attenti all’impaginazione sulla quale danno suggerimenti quando rivedono le bozze.
Desiderano mettere una dedica e i ringraziamenti, per affermare le loro relazioni culturali e interpersonali. Capiscono che un libro fatto bene esalta il suo contenuto.

Capiscono che mangiare nel trogolo come i maiali (tanto finisce tutto nello stomaco) non è lo stesso che mangiare un bel piatto presentato in modo piacevole. Oltre al gusto e all’olfatto, anche la vista viene coinvolta nel processo che fa partire il nostro stomaco.
E una sedia non è solo 4 gambe e un pezzo di legno sopra. E’ prima di tutto amore per il proprio lavoro.

A tutti gli artigiani che sudano sui libri e che contribuiscono al successo di un autore.

(Questo post è stato scritto in Verdana, che è, tra le font disponibili per blogger, quella che a mio parere, si presta ad essere letta meglio sullo schermo – anche di questo si deve tenere conto).

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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9 risposte a forma e contenuto

  1. souffle ha detto:

    @gabriele: non ricordo, credo di averla letta su un libro scritto da chi ha lavorato con Kubrick alle campagne promozionali dei suoi film. Kubrick sceglieva personalmente i manifesti e curava la campagna promozionale dei suoi film supervisionando tutto e costruendo personalmente i trailer.Un saluto.

  2. gabriele ha detto:

    Caro Souffle concordo in pieno con quanto hai scritto. Io sono un feticista del libro come oggetto: lo sfoglio delicatamente, lo annuso, lo pulisco regolarmente. Da anni sogno di lavorare in una casa editrice o in una biblioteca, in modo da contribuire alla loro nascita o alla loro cura/divulgazione. Quindi è chiaro quanto io sia attento alla sua formaPs.Da kubrickiano di ferro vorrei sapere da dove hai estrapolato quella citazione del sommo Stanley. E' vero che egli era anche un genio commerciale, ma per lui la lavorazione di un film era un "semplice modo per registrare immagini su pellicola", poichè era con il montaggio – "il solo aspetto specifico della sola arte del film" – che il film si compiva e si ultimava

  3. souffle ha detto:

    @noodles: grazie per le tue parole a nome di chi fa i libri. ^^ Un saluto.

  4. Noodles ha detto:

    Concordo a pieno! Mi son sempre piaciuto i libri nella loro fisicità. quand'ero bimbo e ancora non lettore assiduo li sfogliavo sempre con rispetto e grande amore. La copertina, il carattere usato, persino l'odore, l'impaginazione, cambiano da editore a editore. Per dire io ho gli editori preferiti (adoro gli einaudi, sia tascabili che superET, soprattutto). Mi piace un certo tipo di impaginazione che permette una certa "sfogliabilità"… insomma oltre a ciò che c'è scritto dentro (fondamentale sia chiaro), conta anche come è stampato. "Ma io sono dell'idea che un po' della sciattezza della "confezione" si sparga sui contenuti, macchiando il testo, sporcando le buone intenzioni dell'autore e i suoi propositi di chiarezza o di splendore narrativo." parole sante.

  5. souffle ha detto:

    @Martin: dipende sempre dalla qualità dei gamberi.A parte il paragone culinario, tu sposti la questione dall'altra parte della barricata.Io ti voglio riportare al centro.Non ho mai detto né scritto che la forma è più importante del contenuto, ma che a mio parere, nonché a parere di molti di quelli che i libri li fanno, curare bene ANCHE la forma. Curare l'aspetto di un libro, come di un piatto, significa amare quel libro e il suo autore e quel piatto e amare anche chi quel libro leggerà e quel piatto mangerà.Non voglio pensare che tu i tuoi meravigliosi bucatini all'amatriciana (fatti come si deve, non con il barattolo di sugo già pronto…) li serva ai tuoi ospiti nella ciotola del cane, magari dopo che il cane ci ha mangiato il suo lauto pasto.Un saluto.

  6. Martin ha detto:

    Messaggio chiaro e forte Souffle.Ma tornando alle nostre solite metafore culinarie: è meglio un piatto nouvelle cuisine con 2 gamberi imbellettati con un po' di salsa sperduti in un piatto vuoto o un bel piatto rustico di bucatini in una trattoria a Trastevere?Non so se ho reso l'idea…

  7. souffle ha detto:

    @watkin: ti ringrazio, sei molto gentile.

  8. Anonymous ha detto:

    Precisely in the purpose 🙂

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