Brevi da Cannes

L’appuntamento dei film di Cannes con Milano quest’anno è stato più complicato, un rapporto a tre che coinvolgeva lo spettatore, gli organizzatori e il Corriere, buoni sconto da ritagliare, film da scegliere prima, nessuna possibilità di fare abbonamenti. Abbiamo visto 5 film.

Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives di Apichatpong Weerasethakul

Un film buddista, nelle tematiche (il bisogno di un ritorno più che alla natura, nella Natura, la necessità di capire la propria condizione presente attraverso le vite passate) e nella fruizione, che mette a dura prova lo spettatore, come il suo precedente che abbiamo visto, Tropical Malady (e pensiamo sia così anche per le altre sue pellicole).
Il regista chiede uno sforzo notevole ai nostri occhi occidentali abituati ad un “pragmatismo dell’immagine” qui sovente negato. Non tutto è comprensibile, meno che mai se ci affidiamo a una visione logica a facili metafore. La grazia è l’illuminazione sulla vita passata per capire quella presente e nutrire speranze nel futuro incerto di un paese in guerra frame by frame.
La struttura non lineare del film, lo scarso interesse per l’azione, l’insistenza per inquadratura statiche (una statica ripresa lunghissima di uomini-scimmia nella foresta) hanno il provocatorio scopo di spingerci ad abbandonare fastidio e impazienza, per accogliere la contemplazione delle immagini (vedere, non guardare), con il tranquillo stupore e la felice serenità che sono le stesse di Boonmee quando alla sua tavola compare il fantasma della moglie morta e il figlio/non più figlio scomparso da tempo.

Delizioso l’uso del 16 mm in luogo del digitale, per dare, secondo il regista, “quel sapore del cinema Thai di una volta”.
Il film fa parte di un progetto artistico più vasto, comprendente due corti e una installazione.

Another Year di Mike Leigh

La vera protagonista di Another Year è Mary, l’amica 50enne mai cresciuta della cartoonesca coppia di mezza età Tom e Gerri, che vivono nella loro felicità fatta di abitudini e reciproca compagnia, il cui il piacere è la ripetizione dello schema, anno dopo anno (puntata di cartone animato dopo puntata).
Mike Leigh ricostruisce per noi il suo teatro di segreti e bugie della periferia londinese, intorno a una coppia di mezza età che sprizza serenità di vivere nel proprio orticello di sicurezze, ed è circondata da amici e parenti bastonati dalla vita, irrisolti, irrimediabilmente infelici. Un gruppo di famiglie in un interno costretto a mangiare dell’albero della vita di chi pensa di avere trovato la soluzione e vorrebbe inocularla agli altri.
Se la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, Tom e Gerri di intenzioni buone per i loro amici ne hanno una cassetta piena, come di ortaggi del loro orto, sfondo di cartapesca per le mirabolanti avventure sempre uguali della coppia animata.

Il figlio di Tom e Gerri, il fratello di Tom, l’amico sfatto Ken, annegato nel cibo e nell’alcol e Mary. Quanto li vogliono aiutare, Tom e Gerri, con le loro faccette buffe, con la loro saggezza esibita e paradigmatica?
L’ingresso di una esageratamente felice fidanzata del figlio (a new Poppy) chiude per noi il discorso. Leigh ci ha convinto.
Il regista inganna lo spettatore, finge di fare di Mary, la 50enne plurimollata dagli uomini, disperatamente sola, una macchieta comica; sollecita le risate della sala che risponde a tono e inganna se stessa.
Nel proporre una lettura diversa della pellicola direi che mi sono trovato di fronte a un film che suggerisce il proprio diritto all’infelicità o alla ricerca di altre strade, e che sta tutto nella inquadratura finale del volto di Mary in cerca di una ragione per vivere che non sia quella di Tom e Gerri. Cut.

Bright Star di Jane Campion

Eravamo insieme. Tutto il resto del tempo l’ho scordato (Walt Withman)

Quanto è terribilmente stupida la notazione maschile “quella regista fa film femminili”. Che altro dovrebbe fare? Non suona altrettanto fastidiosa della frase “donna con le palle”? che a questo punto suppongo suggerisca un mai nascosto desiderio dei maschi eterosessuali per i trans.

La Campion, con risultati alterni, ha sempre cercato di portare avanti una idea di donna che entra nella società degli uomini evitando di rinunciare al proprio essere femminile (cosa che non a tuti gli uomini piace).
Fanny Brawne, donna fashion dell’800 che si innamora e fa innamorare un ingenuamente tenero John Keats, non rinuncia a ballare, a vestirsi con abiti alla moda (che realizza lei stessa) al ricamo. E non rinuncia ad essere romantica (altra grande rinuncia della donna moderna.com).
Keats è sconfitto da subito, si arrende al ricamo perfetto, e ne trae ispirazione. Quella che prima era solo sterile teoria, diviene sontuosa, viva (e mortale) pratica.

Se a Fanny Endimione non era piaciuto, i lavori successivi scritti non più dal poeta, ma dall’oggetto del suo amore, sono per lei meravigliosi.
Fanny non ha bisogno di vestire i pantaloni, portare la spada, tagliarsi i capelli, e dire “cazzo” (che non ha tra le gambe), entra nel santuario maschile semplicemente con il suo corredo da cucito.
La Campion recupera la reputazione di una donna (la Brawne godette di pessima reputazione come colei che “rovinò” Keats) attraverso il recupero della femminilità come diritto a non rinunciare a ciò che si è. Una femminilità che conquista Keats e lo femminilizza, facendone una figura dei nostri tempi e motivo di scandalo dell’era vittoriana (inammissibile per un uomo essere così sensibile).
Un punto croce perfettamente eseguito con l’aiuto dei superbi l’ottimo Ben Whishaw già visto in Ritorno a Brideshead e la meravigliosa Abbie Cornish.

Di amore ci si ammala e forse ci si muore, come in quella scena di Pietrangeli dove la sera a Roma si muore d’amore.

Chatroom di Hideo Nakata

Primo film di Nakata che abbiamo visto e prima delusione della nostra rassegna cannense.
Il regista sceglie di raccontare il variegato e vastissimo mondo delle chat, che solo chi ha frequentato può conoscere davvero, costruendo delle “stanze” reali per raccontare le stanze virtuali. Al di là di questa idea interessante, per quanto non tanto sorprendente, il film, che vorrebbe raccontare la capacità di manipolazione che adolescenti scafati hanno su coetanei influenzabili, finisce per essere un esercizio di moralismo a consumo dei genitori.
I suicidi on line vengono banalizzati, la costruzione del thriller meccanica (sappiamo dove andrà a parare e la conclusione), le motivazioni psicologiche da opuscolo sanitario.
Aleggia poi un insostenibile moralismo ed è del tutto assente l’esplorazione delle ragioni del fascino del mondo delle chatroom che sarebbe stato il vero soggetto di interesse di una pellicola depotenziata e sostanzialmente inutile. Applausi dei genitori presenti in sala.

Tamara Drewe di Stephen Frears

Il regista ha la mano felice quando si trova nel suo elemento.
E Bellezza, Gioia, Libertà, Passione, Desiderio, Disinibizione, vennero a posarsi in mezzo alla immobile tranquillità della campagna inglese, spingendo ogni individuo a liberare il proprio io e le mucche a muoversi nei pascoli.
Tamara Drewe che ritorna alla casa del padre per ristrutturarla e venderla, è una bocca di rosa che porta scompiglio tra i suoi amanti, risveglia desideri e ardori, amori adolescenti e senili, sblocca scrittori in crisi e travolge autori di bestseller pieni di sé.
Tratto da una graphic novel, scritto con felice mano femminile, diretto con leggerezza dark da un regista a suo agio con le relazioni pericolose.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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8 risposte a Brevi da Cannes

  1. Pingback: Cineblogger Connetion

  2. souffle ha detto:

    Ti ringrazio molto per avermi letto e per i tuoi complimenti. Buona serata.

  3. perso già di suo ha detto:

    Come scrivi bene! Ho scoperto ora il tuo blog! Davvero bellissimo! complimenti!

  4. souffle ha detto:

    Ma guarda che anche a me sono "piaciuti". La fatica nell'entrare cui accennavo, non è stata fatica inutile, come tutte le fatiche che sono ripagate da un orgasmico piacere. ^^buona giornata

  5. UnoDiPassaggio ha detto:

    Eppure a me i film di Weerasethakul sono "piaciuti". :-)Intendo dire che mi sono trovato davanti a opere nelle quali una volta "entrato" (e che aria tira lo si capisce da subito) non ho trovato fatica a starci dentro, anzi. Il punto è entrare e come entrare, come sempre. 😉

  6. souffle ha detto:

    @UDP: Grazie per il tuo affettuoso appunto. Vedi cosa succede a sconfinare in campi non propri? Che poi si scrivono anche stupidaggini (in aggiunta a quelle scritte normalmente). ^^Non pensavo si cogliesse la citazione della canzone dei Baustelle che ho ascoltato sempre a mia insaputa e volontà, grazie ad altri. E che mi è venuta in mente così.Non mi riesce di usare un concetto così occidentale come "piaciuto" nel caso del film thailandese. ^^Ho faticato a "entrare" nel film, come penso fatichi qualunque occidentale che voglia davvero "entrarvi" dentro e non semplicemente respingerlo.Alla fine mi sono arreso al fatto che l'unica via per comprenderlo e lasciarsene affascinare fosse quella di vederlo con il lato irrazionale del cervello, che poi è sempre quello più interessante.Grazie per il tuo intervento, buona serata.

  7. UnoDiPassaggio ha detto:

    (nel commento precedente c'è un "di Keats" di troppo)

  8. UnoDiPassaggio ha detto:

    Allora, una curiosità e un appunto (forse spocchiosetto ma affettuoso ^^).La curiosità riguarda la tua ricezione del film di Weerasethakul. Dalle tue parole non capisco quanto realmente ti sia piaciuto, cioè quanto te lo sia goduto a prescindere da "sforzi" e "provocazioni" (in pratica: quanto ti sei dovuto sforzare per entrare nel suo film?).L'appunto riguarda il film della Campion: in epoca romantica l'ipersensibilità del poeta non era cosa affatto disprezzabile, anzi (poteva esserlo invece il radicalismo sociale e politico, vedi Shelley, e difatti secondo alcune teorie critiche l'ostile accoglienza contemporanea della poesia di Keats è forse dovuta alla sua bassa estrazione sociale); l'era vittoriana arrivò un po' dopo, a meno che tu non la intendi come epoca di prima ricezione della sua opera poetica di Keats (ma anche in questo caso c'è da dire che dopo un periodo di oblio la riscoperta partì proprio grazie al poeta laureato vittoriano per eccellenza, Tennyson). Per il resto sacrosante le tue parole. E mi stupisce veder citata da te "Cinecittà" dei Baustelle. Inoltre, pur non avendolo visto, credo che la tua lettura del film di Mike Leigh sia l'unica vera lettura possibile.

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