Un rifugio dalla famiglia

– C’era gente al mare?
– Famiglie. Ma la spiaggia è grande.

Il cinema di François Ozon, si sa, sfugge a facili classificazioni disorientando critici e spettatori. Il regista francese usa le regole del cinema che ha imparato bene fin da giovanissimo (vedi i suoi magnifici corti) per disattenderle, dimenticarsene, lasciare che spariscano nei primi piani dei suoi personaggi, per i quali egli darebbe tutto.
Il rifugio, suo penultimo film (uscito a gennaio e arrivato da noi a fine agosto grazie allo sforzo della Teodora, che il dio del cinema li abbia in gloria) splende per il nitore con cui afferma la necessità di accogliere nuovi “stati” famigliari, altri modi di dare amore, diverse possibilità del prendersi cura (di se stessi, non in funzione degli altri).
Luois muore di overdose, Mousse, la sua donna, si salva. Incinta, fugge dalla famiglia di lui che, priva d’amore (mai nato o seccatosi nel lusso) voleva fare fuori il figlio della colpa, negando la discendenza (l’altro figlio è gay, quindi non procreerà).
Nella casa-rifugio sul mare in cui Mousse, Vergine Maria (la apostrofa ironicamente così un uomo che la rimorchia in un bar), cresce nel suo corpo quel figlio inaspettato, la raggiunge Paul, il fratello gay di Louis, anche lui alla ricerca di una identità, di una collocazione nel topos chiamato famiglia.
Se la ricerca per Paul condurrà a trovare una paternità (forse) desiderata, per Mousse, liberarsi del figlio è riprendere possesso del proprio corpo (e così del proprio spirito, del proprio sé), cercando di ricostruire – necessariamente da sola (“devo imparare a stare sola”, preannuncia) –  il suo posto nel mondo.
Lo straordinario “passaggio della maternità” tra Mousse e Paul è simboleggiato/suggellato dal rapporto sessuale (da dietro) tra i due protagonisti e anticipato da piccoli segnali discreti che il regista suggerisce allo spettatore, affidandoli spesso a gesti, parti del corpo, sguardi, della meravigliosa Isabelle Carré (Mousse).
Macchina da presa addosso ai personaggi, nessuna concessione ai desideri dello spettatore e alle necessità della narrazione, Ozon avanza per slanci emotivi ma senza enfasi.
E senza metaforone ingombranti o simbolismi ad uso del pubblico “che vuole capire tutto” il regista suggerisce senza gridare, ma con estrema forza, che altre “famiglie” sono possibili e, spesso, sono migliori di quelle tradizionali.
L’applauso finale va però, consentite, a Vieri Razzini e Cesare Petrillo, che come avevano fatto con il precedente, Ricky, non solo distribuiscono ma hanno prodotto (10% dell’investimento) anche questo film. E, sia detto con molta tristezza, lo hanno distribuito con la tenacia e la ingenuità dei veri amanti del cinema, in un paese, che, schiavo dell’anglofilia, riceve la pellicola (a Milano) in una sola sala, che al sabato nemmeno copre tutti gli orari. Non vogliamo immaginare la distribuzione nelle altre città.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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Una risposta a Un rifugio dalla famiglia

  1. Bette ha detto:

    Senza voler scendere in disquisizioni ostetrico-fisiologiche – “gay, quindi non procreerà” – son cose da dirsi???
    Ma non l’hai visto http://www.mymovies.it/film/2009/lamoreebasta/? Ovvero http://www.ibs.it/code/9788842816058/lalli-chiara/buoni-genitori-storie.html?
    Per me chiamare le cose con il loro nome e non con i freni del pregiudizio è fondamentale.

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