L’illusionista, il cinema analogico di Chomet

Dopo lo straordinario corto di esordio La vieille dame et les pigeons, un episodio di Paris Je t’aime (Tour Eiffel), e il primo lungometraggio Appuntamento a Belleville, Sylvain Chomet sforna il secondo lungo, aggiungendo un altro capolavoro dell’animazione alla sua e nostra collezione.
L’illusionniste deve molto a Tati, visto che è tratto da un suo soggetto, pur affrancandosene in molti aspetti. È però vero che il suo protagonista, stralunato pervicace sognatore alla ricerca illusoria e fuori tempo del suo posto in un mondo divenuto complicato, crudele, indifferente ed egoista, si nutre della “resistenza comica” dell’attore francese.
L’incontro tra Chomet e Tati sembra quasi obbligato. Già appuntamento a Belleville doveva molto a Giorno di festa.
La “cattiveria” delle opere precedenti di Chomet si è in parte smussata in favore di una sapida ironia e della nostalgia e del rimpianto per un mondo scomparso, quello della meraviglia, dello stupore, della semplicità del trucco. L’ingenuità, ultima sopravissuta alla odierna malizia, vaga di luogo in luogo alla ricerca di un pubblico disposto ancora ad applaudirla.
Il ventriloquo, uno dei simboli del passato della “meraviglia” smette di fare il suo mestiere, cedendo il suo pupazzo al rigattiere. Nel corso della storia il pupazzo in vetrina vede il suo prezzo abbassarsi inesorabilmente. Nell’ultima inquadratura il cartellino del prezzo dice “free”. Ma se il ventriloquo e il clown cedono di fronte a un mondo del divertimento in cui non sono più necessari, il nostro illusionista prende l’ennesimo treno ottimisticamente diretto verso un teatro in cui esibirsi (e un cinema in cui farsi vedere).
Come il suo illusionista che abbandona un lavoro nei grandi magazzini, Chomet rifiuta la modernità, l’animazione digitale, il piegarsi della animazione al mercato.
Chomet ci è simpatico perché, come i suoi personaggi, con ingenuità e tenacia commoventi, unite a un solido ottimismo della volontà, continua a fare una animazione “vecchio stampo” legata alle imperfezioni del tratto a matita, alle sfumature di colore, alla cura del dettaglio come significante, a personaggi pluridimensionali e complessi senza rinunciare a renderli, se necessario sgradevoli. Il rifiuto del 3D, delle regole drammaturgiche del “fare spettacolo” imposte dai bravissimi americani,  della comicità verbale preferendo quella del corpo, l’abbraccio ad un cinema del gesto e non della parola in cui “ciò che vedi è ciò che dico”, complesso ma insieme immediatamente percepibile da tutti, malinconico ma non triste, fanno di lui un difensore (perdente) della via diversa al racconto animato.
Amiamo la factory della Pixar, straordinario esempio di cinema industriale capace di entusiasmare il grande pubblico, ma godiamo tantissimo dell’artigianato di un regista francese di 47 anni che si prende tutto il tempo per cucinarci un delizioso piatto, fatto a mano. La differenza si sente. Fatevi un favore. Andate a vedere L’illusionista. Arriva al cinema il 29 ottobre.


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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2010, prossimamente e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

3 risposte a L’illusionista, il cinema analogico di Chomet

  1. Souffle ha detto:

    @Noodles: non so dirti. Penso che forse spiazzi un po’ quella assenza anche di un briciolo di ottimismo che ci saremmo aspettati. Il nostro illusionista diventa persino un po’ cattivello, perdendo quella ingenuità che aveva all’inizio. Certe cose sono cambiate e nemmeno gratis si vuole vedere un ventriloquo (il pupazzo nella vetrina). Questa discesa senza ritorno penso abbia immalinconito tutti, ma era necessaria e coerente con il discorso che Chomet fa nel film. Un saluto, buona giornata.

  2. Noodles ha detto:

    Altro bellissimo pezzo, souffle. Mi permetto di citare un passo della tua recensione sul mio tumblr.
    Il film l’ho visto oggi pomeriggio, ma non mi son fatto ancora un’idea precisa, anche se è indiscutibilmente affascinante e genialmente “fuori moda”. La tua recensione già mi ha chiarito un po’ le cose.
    Forse il problema è anche la mia totale, vergognosa ignoranza del cinema di Tati.

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