Accettare l’autoritarismo del web 2.0

Pensate a un libro che passi una specie di controllo di un Grande inquisitore deputato a togliere tutte quelle piccole parti che non si uniformino al pensiero che il Grande inquisitore voglia propalare.
Il libro vede la luce in modo assai simile alla sua forma originaria, ma non esattamente uguale. Vi sarebbero in meno quelle parti espunte perché “aliene”. Dopo i tagli il libro non sarebbe apparso più così “strano”. Quelle modifiche, per quanto infinitesimali, si rivelano tragiche.
Pensiamo anche ai missionari che accompagnarono i conquistadores nella distruzione delle civiltà dell’america centrale e meridionale. Essi conservarono elementi di culture indigene, sacrificando quelle parti “aliene”. Non sappiamo quali fossero le musiche originali dei popoli aztechi o maya, possiamo supporre con sufficiente sicurezza, che la parte più preziosa di quelle melodie fosse proprio quella eliminata perché aliena rispetto alle melodie liturgiche occidentali.
Eppure, persone che si indignano oggi per le “censure” i tagli, le manipolazioni fatte dalla Chiesa o dai Governi sul patrimonio culturale distante dal pensiero dominante, accettano senza mossa di ciglia la poltiglia prodotta dal web 2.0 e da Internet.
Se le pionieristiche pagine web avevano il sapore della individualità, oggi siamo alla formattazione banalizzante, spacciata per un “con questo software puoi fare tutto quello che vuoi (nei limiti delle regole che decido io software, si scordano di aggiungere)”.
Facebook organizza le persone come identità a scelta multipla, mentre wikipedia cerca di cancellare del tutto il punto di vista.
Se queste cose le facesse un Governo o una Autorità religiosa ci sarebbero le barricate.
Alcuni, è vero hanno protestato per il trattamento dati da parte di Facebook, per alcune arbitrarietà di Google, per le impermeabilità di Apple a ogni anrachia sull’uso dei suoi aggeggi, ma spesso costoro  si sono concentrati solo sull’aspetto – importante ma non unico – della tutela della privacy.
Nessuno, o pochissimi, hanno focalizzato l’attenzione su altri aspetti quali la formattazione omologante degli individui e del pensiero che la struttura del software ha determinato., sta determinando, determinerà. I menù a tendina e gli elenchi numerati preimpostati, la formattazione dei blog, la preimpostazione dei template, sono la dannazione della originalità, della diversità, del pensiero alieno.
Essi producono la stessa devastazione culturale dei piatti pronti e dei vini tutti uguali, che soddisfano palati pigri che non vogliono sentire nulla di strano, di diverso, in bocca.
Questo appiattimento digitale ancora non viene imposto dall’alto, come avviene negli Stati totalitaristi, ma, attraverso la progettazione del software, che incorpora quella ideologia,  si sta arrivando a quello stesso risultato.
Se produrre “letteratura” o “cinema” o “arte” in genere è divenuto più facile per un individuo, attraverso blog e social network, le dinamiche della rete, gli aggregatori, incoraggiano la produzione di frammenti, più che di pensieri articolati, organizzati e sopratutto ponderati.
La stessa dinamica di funzionamento del web pretende che lo scritto si assoggetti alle regole del software la cui filosofia è “io so quello che vuoi, so quello che  vuoi pensare, lascia stare, faccio tutto io” (dalle imposizioni sempre più invasive dei word processor che pensano di sapere come uno voglia organizzare un paragrafo, alla spinta alla taggatura, alla descrizione oggettiva che un individuo fa di quello che gli succede attraverso programmi come twitter, portandolo a credere che questi eventi descritti oggettivamente lo definiscano come definirebbero una macchina).
Quando a proposito di Inception, parlavo non di tecnologia al servizio dell’uomo ma di uomo al servizio della tecnologia, mi riferivo a questi rischi, il più grave dei quali è la tendenza dell’essere umano a sminuirsi per fare sembrare preciso un computer (che rimane pur sempre un aggregato di pezzi metallici che senza l’intelligenza e l’esperienza umane sarebbero inerti frammenti non assemblati). Al fine di usare un servizio di social network con le sue chiusure, i suoi limiti, le sue scelte obbligate che non ammettono l’alieno, gli individui hanno accettato di impoverire loro stessi. Non è la macchina che è limitata, non è il software che è limitato, lo sono io.
Non è forse stato sminuito dai social network il concetto di “amicizia”?
E Wikipedia non è forse divenuto un oracolo di sapere e verità che nasconde le sue mille approssimazioni ed errori dietro la fede laica ma ugualmente pervasiva dei suoi adoratori?
E wikipedia stessa, insieme alla condivisione dei frammenti e alla fede cieca del freeware, non sono l’inizio del depauperamento del pensiero originale, mescolato e appiattito insieme a tutti gli altri, senza padrone e senza responsabile, senza futuro e naturalmente, senza valore (economico)?
Quanto vale l’attività di chi scrive contenuti web, se i suoi scritti, copiatincollati, citati, tagliati e rielaborati, divengono “patrimonio della rete”, parte di quel libro unico che il web 2.0 entusiasticamente profetizza?
È possibile la monetizzazione economica di questi frammenti, parte di un unicum irriconoscibile? E potrebbe il loro autore reclamarne i diritti, anche morali, se il suo pensiero originario non esiste più?
Ha ancora senso “firmare” IL pezzo (testo, musica, video, foto) se questo poi diviene UN pezzo del patchwork indistinto in cui tutti sono autori del tutto, anzi non lo è nessuno?
La riduzione del pensiero soffocato nelle maglie dalla formattazione, l’espunzione dalla rete di qualsiasi oggetto alienum, la confusione tra reale e virtuale (quando il virtuale non è un mezzo per migliorare il reale ma un nuovo lido dove fuggire),  la concezione per cui a certi estremi di scala la quantità si trasformi in qualità, il rifiuto della idea stessa di qualità, della unicità dell’opera creativa, l’idea che la rivoluzione sia trasformare tutti i libri del mondo in un unico libro, la cultura del frammento che oscura, cancella, distrugge la paternità del testo e del contesto, lo sviluppo pervasivo e incontrollato del mash-up.
Sono, a mio parere, considerazioni su cui riflettere, perché nell’indifferenza, l’entusiasmo tecnologico potrebbe condurre, in modo tra l’altro democraticamente felice, a una società tecnocratica con un solo libro. Dal quale naturalmente siano espunte le parti aliene.

(Le considerazioni fatte sono in parte basate sulle riflessioni di Jaron Lanier, contenute nel suo libro Tu non sei un gadget (You are not a gadget), Mondadori).

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Informazioni su Souffle

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9 risposte a Accettare l’autoritarismo del web 2.0

  1. Pingback: Wikipedia dopo 10 anni è da ripensare | Percorsi diversi

  2. Souffle ha detto:

    @Ciao Gabriele, un saluto. Io non sono ottimista quanto te, ma sono contento che tu lo sia. ^^

    @Alberto: mi stai dicendo, e qui chiudo con wikipedia, che chi scrive voci “inattendibili” su wikipedia avverte che sta scrivendo fesserie e quindi avverte di stare attenti a prenderle con le pinze? Non ha molto senso scriverle allora.
    In ogni caso, il fatto che esista la free press non giustifica la sua lettura né la sua apologia.
    Per il resto mi pare che stiamo dicendo le stesse cose da due punti di vista diversi.
    Nessuno, lo ripeto per l’ennesima volta, ha demonizzato o sta demonizzando la tecnologia. Sarebbe sciocco farlo visto che la si sta usando.
    Si sta solo riflettendo, cosa che i tecnologi entusiasti non fanno, su altre cose, che mi pare di avere scritto nel commento precedente, per cui non mi ripeto.
    Il problema non è “sono stupido se cito una cosa senza conoscere da dove viene”, il punto è che viene fatto!!!
    E non solo viene fatto, ma viene accettato.
    Il punto non è “se metto wikipedia tra le fonti della tesi, uno diffida del mio lavoro” (e poi perchè? o wikipedia è attendibile, e allora è “fonte” oppure non lo è e non andrebbe presa in considerazione).
    Il punto è che viene fatto! E non solo viene fatto, ma accettato.
    L’elogio di una doppia conoscenza, quella basica, imprecisa e imperfetta per le masse, e quella specializzata per gli istruiti e gli attenti, porta proprio a quello che Janier Leron (uno dei pionieri della realtà virtuale, non un pericoloso luddista) paventa. Cioè che un pugno di tecnologi possa controllare le persone. Come nelle società non democratiche avviene. A danno proprio degli ingenui, o dei pigri (la maggioranza.
    L’uomo è stato da sempre al servizio della tecnologia? Mah, ho i miei dubbi.
    Quando si passa dal cavallo all’auto, semplicemente si usa l’auto. Cambia il concetto di trasporto, ovvio, di movimento. Ma è un uomo che usa un mezzo fatto da un altro uomo.
    Quando si comincia a dare “personalità” al computer, al software, sminuendo se stessi senza pensare in primo luogo “è il software che è scritto male, non io che non solo intelligente”, si sta diminuendo la propria personalità.
    Sentirsi parte di una nuvola, e non individui unici e irripetibili, io non lo trovo affascinante.
    Ripeto, si possono costruire sofware che tengano conto della unicità delle persone.
    Questo certo non piace a chi raccoglie banche dati, a chi deve fare le “torte” per catalogare le persone in base alla opzione del menù a tendina scelto
    Ed è per questo che i tecnologi non lo vogliono.
    Certo, progettare software sarebbe più faticoso, molto più faticoso. Ma non sarebbe affascinante?

    Ecco, la questione è: riconosco che ci sono questi problemi. Vogliamo parlarne oppure lasciare le cose come stanno e dire che è fisiologico, che in fondo chissenefrega perché io so usare il linguaggio html, e mi personalizzo ciò che voglio e che gli altri vadano a remengo.
    Le tesi del libro “Io non sono un gadget” non sono affatto peregrine (sono sopratutto discutibili, altra cosa scomparsa, la discussione), sopratutto perché scritte da chi c’era quando è nato il web, ha contribuito a costruirlo e ora vede che quella anarchia degli inizi di è tradotta in una formattazione di idee che sta spersonalizzando l’essere umano.
    Nell’allegria generale.
    Buona giornata.

    • ADF ha detto:

      Caro Souffle,

      Non hai mai letto un “This article is a stub” o un “citation needed” su Wikipedia? Sul citarla in una tesi: citerei Wikipedia se scrivo un post sul mio blog o un articolo su Internet, se ritengo la voce buona, per rimandare prontamente alle informazioni più immediatamente reperibili. Non mi metterei certamente a costruire una tesi su Wikipedia, perché sarebbe un fermarsi solo alle “informazioni più immediatamente reperibili” — userei però sicuramente Wikipedia come bibliografia per andarmi a cercare e controllare altre fonti, cosa che non è di per sé affatto disprezzabile.

      Fortunatamente non ho mai letto molte tesi altrui: non fatico a credere che in molti citino anche massicciamente Wikipedia. Ho visto Wikipedia citata anche in libri di cinema, cosa che denota pigrizia culturale non indifferente. Ma non me la prenderei con Wikipedia: me la prenderei con un sistema universitario, quello italiano soprattutto, che non insegna a scrivere in maniera accademica, o con gli standard editoriali bassini.

      La doppia conoscenza, ancora, è sempre esistita. E secondo me non c’è né da elogiarla né da avversarla: riflette semplicemente la specializzazione del lavoro. Ci sono io e poi c’è l’ingegnere chimico: facciam cose diverse, abbiamo priorità diverse. Io potrò usare Wikipedia per saper qualcosa di generale e veloce su un composto, lui non saprà che farsene.

      Essendo un animale sociale, io uso mezzi e cose prodotti da altre persone di continuo. Non ho mai dato personalità al computer, non ho mai perso la mia individualità, son sempre stato conscio che un software è solo un mezzo che mi permette delle cose ma mi limita anche in quel che posso fare. Detto questo, son ben conscio che il mondo è composto per la stragrande maggioranza di persone che non ragionano come me: puoi chiamarli, se vuoi, “ingenui” e “pigri”. E ai “pigri” ed “ingenui” bisognerebbe provare ad insegnare ad essere meno “pigri” ed “ingenui”, certamente.

  3. Gabriele ha detto:

    Ciao Souffle,
    scusa se sono off topic, ma voglio esprimere la mia soddisfazione per il fatto che il programma di ieri sera di Fazio&Saviano ha fatto il boom di ascolti con 7,6 milioni di telespettatori, battendo nettamente il GF. Forse qualcosa sta effettivamente cambiando… Almeno me lo auguro.

    Ciao a presto (e complimenti per la nuova grafica)

    Gabriele

  4. Souffle ha detto:

    @Alberto: io non sono un luddista, uso la tecnologia, non la disprezzo ma nemmeno la ritengo superiore a me, come individuo o persona.
    Il rischio – un rischio che un film come Inception enuclea bene – è che sia l’uomo al servizio della tecnologia, non il contrario.
    Che è un po’ quello che accade con il software. Ci sono software, ne converrai, imperfetti, pieni di bachi, scritti male. Eppure molte persone accettano di sminuire se stesse, la propria intelligenza, per “non dare torto” al computer.
    C’è chi dimentica che senza l’intervento dell’uomo, un computer sarebbe un ammasso di silicio.
    Il punto del mio discorso potrebbe riassumersi in un paio di esempi.
    1. Era proprio necessario aggiungere al software di un word processor l’elenco in automatico con i trattini? Non potevamo farlo da noi? Non si perde molto più tempo a eliminare quella formattazione per crearne una propria? Non diventano più pigre intellettualmente le persone se gli dai la pappa pronta?
    2. Facebook: era così difficile scrivere un programma che nel menù a tendina “status” lasciasse l’utente di scrivere quello che voleva, anziché scegliere tra opzioni bloccate?
    Sia chiaro, scrivere programmi di questo tipo è più faticoso, più difficile. Ma non contribuirebbe ad evitare la fine della “persona” persa in una “cloud”, facendola tornare “individuo”?

    La questione non è essere “contro” (mi spieghi chi lo è?) quanto non porsi problemi, non avere dubbi di nessu tipo, spinti da un vorace entusiasmo. Entusiasmo che prende tutti i tecnologi, sia chiaro.

    Altro concetto che passa, quello di gratuità, che interessando solo pochi sfigati che con i contenuti web ci campano, vede tutti gli altri, quelli che usano i contenuti degli altri, ridefinire il concetto di “gratuito” è bello.
    Spesso abbiamo a che fare con software scritti male, sviluppati peggio, che solo perché sono gratis vengono esaltati dalle riviste.
    Non è deprezzando il lavoro di chi scrive programmi di software per vivere che si trova la via dell’illuminazione tecnologica.
    Altro dubbio riguarda la fine del diritto d’autore, e del concetto stesso di autore.
    Sempre più spesso si leggono citazioni di cui si ignora l’autore, pezzi costruiti con altrui pezzi, in un concetto di libertà quantomeno ambiguo.
    Qual è la versione del libro che stiamo leggendo? E quella del film che stiamo vedendo?

    Il tuo ragionamento su Wikipedia riprende quello che dicevo io prima: i contenuti gratuiti passano per essere altrettanto “attendibili” di quelli a pagamento (l’enciclopedia).
    Un atteggiamento non solo inesatto, ma pericolosamente diffuso.
    Con questo si sta dicendo che la cura, la passione, la competenza e lo studio che servono per redigere una voce di enciclopedia, hanno lo stesso valore di un’ora di lavoro per scrivere due cose su wikipedia.
    Quanto agli errori, ci sono come in tutte le attività umane, ma permettimi di dire che una banca dati giuridica a pagamento è decisamente più attendibile di una free fatta da chissà chi, come una informazione giuridica professionale è più attendibile delle inesattezze e imprecisioni che si trovano nei vari blog (che a loro volta citano svariate fonti, anch’esse imprecise, tratte da altre fonti, ugualmente imprecise, che citano altre fonti lievemente imprecise che… e così via).
    Infine c’è da domandarsi quanto “avere informazioni sommarie da prendere con le molle” sia utile ai fini della conoscenza.
    Il guaio oltretutto è che chi scrive un articolo o un contenuto web, spesso utilizza come fonte solo wikipedia, considerando attendibili e complete le sue informazioni.
    Il suo articolo poi verrà “quotato”, divenendo l’unica informazione possibile.
    anche una volta c’erano queste cose, ma una volta, a livello professionale, nessuno si sarebbe affidato a una informazione “free”, ma avrebbe pagato per dei contenuti.
    Oggi, si ritiene, non solo da parte della massa, ma anche della nicchia di professionisti, che l’informazione (e non parlo di veline e gossip, ma di contenuti altamente professionali) sia o debba essere gratis. O che quella gratis abbia lo stesso valore.
    Riflettere su questi problemi, specie per chi ci lavora con il mondo della comunicazione, non è da clericali.
    Grazie per il tuo commento

    • ADF ha detto:

      Caro Souffle,

      Io ho letto voci di Wikipedia scritte evidentemente con grande passione e competenza. Ovviamente non tutte sono uguali, e si vede. Ne ho lette anche di pessime, infatti, ma queste solitamente sono contrassegnate da un bel po’ di avvertenze che dovrebbero essere evidenti all’occhio attento: se ci si fida troppo si è sprovveduti. Ma una volta che si sa distinguere, Wikipedia non è certamente da buttar via ed offre informazioni affidabili. Questo non intende sminuire alcunché. Ogni necessità di informazione può esser servita da più fonti: un utente medio non ha bisogno di una banca dati giuridica a pagamento, cosa che interesserà più un operatore del settore. Se scrivo una tesi o un libro mettendo fra le fonti Wikipedia, chi legge dovrebbe diffidare della qualità del mio lavoro. (E, per inciso, se faccio una citazione senza conoscere la fonte, lo scemo sarò io. Se rubo pezzi altrui, sto rubando.)

      L’uomo è sempre stato al servizio della tecnologia, e viceversa: la stessa stampa e la circolazione del sapere sono sempre state “schiave” del progresso tecnologico, che si riflette in come e con che velocità si diffondono le informazioni. Qualsiasi sistema (sistema di gestione contenuti, programma, rete sociale, etc.) nasce e si sviluppa secondo scelte che ne condizionano inevitabilmente il corso, ed è fisiologico che ci siano limiti a quel che si può fare (o a come lo si può fare); solitamente il tempo e la concorrenza riducono questi limiti. È così in ogni organizzazione umana, nella quale operano individui e non esseri onniscenti, mi sembra cosa da aspettarsi che sia così anche per la rete.

      Insomma, è giusto ricordare che bisogna stare attenti alle “inesattezze e imprecisioni”, che bisogna esser consci dei processi e dei problemi, che l’entusiasmo cieco (come sempre) è irrazionale e produce mostri; ma il passo da qui a demonizzare la tecnologia (“cloud”, leggi: “Moloch”) come responsabile delle brutture del mondo è un po’ affrettato nonché tentato più volte, con poco successo.

  5. Alberto Di Felice ha detto:

    Caro Souffle, devo ammettere che questo modo un po’ clericale di scagliarsi contro le tendenze massimizzanti della rete (che pur ci sono, come ci sono nella democrazia, la forma di governo peggiore esistente escludendo tutte le altre, che naturalmente tende a far prevalere la maggioranza: fortuna che c’è il liberalismo ad accompagnarla) non mi trova concorde. Dalle impostazioni standard di un blog c’è modo di uscire: basta saper qualcosa di html e php. Wikipedia è una grande conquista dell’umanità, grazie alla quale chiunque può avere informazioni, per quanto sommarie e da prender con le molle (e gli strumenti per stare attenti, in Wikipedia stessa, ci sono), su qualsiasi argomento. (Se è per questo, non si è mai potuti esser certi dell’assenza di “mille approssimazioni ed errori” in un’informazione tratta da una qualsiasi enciclopedia: spegnere il cervello — è qui il punto — non è mai stato buona cosa.)

  6. Souffle ha detto:

    @cinepillole: questa è una buona domanda e credo esista sicuramente una via di fuga. Una delle possibili strade è usare il software dominandolo, non facendosene dominare, rifiutare l’omologazione del template e dei menù a tendina, della formattazione della propria esistenza solo per sentirsi “uguali” agli altri. Il software ci tratta come gruppi, collettività che hanno gli stessi gusti, desideri, sogni, come è necessario fare per vendere (idee, applicazioni, progetti, beni).
    Apple è maestra in questo. Ha determinato che una folla incosciente accorra dietro ogni suo prodotto e scarichi solo quello che lei vuole che si scarichi.
    Apple è impermeabile alle trasformazioni e personalizzazioni, perché vende bellissimi oggetti di design che sono veicolo per imposizione di prodotti e programmi (a pagamento).
    Noi possiamo solo difendere il nostro individualismo.
    Possiamo anche fuggire da facebook, ma dovremmo farlo anche da tutti i tentativi di formattarci. Le strade ci sono. Ma sono piene di oppositori. ^^
    Buona giornata e grazie per il tuo commento.

  7. Cinepillole ha detto:

    Considerazioni sicuramente interessanti.
    Ci si chiede però se esista o meno una via di fuga.
    In fondo Facebook è una trappola a cui è non è impossibile sfuggire…

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