Chiedi l’amicizia e ti sarà negata

No, non sono iscritto a Facebook. Gira già troppa merda sul mio conto in rete
Jesse Eisenberg, protagonista di The Social Network

– Hai messo a confronto donne e animali
– Alla fine non l’ho fatto
– Però non hai evitato di scriverlo. Come se ogni pensiero che ti passava per la mente fosse così intelligente che ti sembrava un crimine non condividerlo.
Mark e la sua ex si confrontano

Conosco un bel po’ di persone, per lo più giovani adulti ma non solo, orgogliosi di avere accumulato migliaia di amici in Facebook. È ovvio che quest’affermazione sarà vera solo a patto di avere un’idea ridotta dell’amicizia. Un’amicizia vera dovrebbe consentire agli amici di conoscere le reciproche particolarità.
Janier Leron, tecnologo, programmatore, pioniere della realtà virtuale

è un mondo in cui le persone vanno e vengono e raramente si capisce perché o come. Si è costretti a ricorrere all’immaginazione. Vuoi un bene dell’anima ai tuoi amici o amanti ma sei sempre pronto a sprangare le porte.
Dennis Cooper, “A tutt’orecchi” (Playground Ed.)

Premessa

Oltre 10 anni fa, quando facebook doveva essere pensato e Mr Zuckerberg andava forse alle elementari, già chattavo, e chattavo pesante. Ho frequentato ogni tipo di chat, di ogni

sapore, afrore, colore, conoscendo diverse persone, e divertendomi molto. Ho anche frequentato siti sociali che voi non avete nemmeno sentito nominare come Clarence e Lycos, oggi spariti. E mi è capitato di incontrare amici, complici, amanti, fidanzati in quelle stanze. Icone divenute persone vere, con le quali ho fatto molte cose divertenti che non farò mai più, trascorso parte della mia vita, e con alcuni ancora la trascorro.
Lovelycos non era che una sorta di facebook del web degli esordi, quando usando il doppino telefonico (l’adsl non esisteva) facevi il refresh di una pagina incrociando le dita.
Chiarito quindi che non ho assolutamente nulla contro Facebook, parliamo del film, dicendo che nemmeno David Fincher, regista di The Social Network gira una pellicola “contro” Facebook, cosa che ci avrebbe annoiato a morte. Invece il film è ricco di spunti di interesse.

Il film

The Social Network racconta, molto bene, una storia vecchissima fondandosi sulla solida sceneggiatura di un esperto in “procedurali” e “legali” (Aaron Sorkin, Codice d’onore, La guerra di Charlie Wilson, ma anche, non accreditato, The Rock e Nemico pubblico).
Un giovane uomo tenta di conquistare l’attenzione di chi gli sta intorno (essenzialmente il mondo “giacca/cravatta” di Harvard), e con essa trova, un po’ per caso, un po’ per consapevolezza acquisita, il successo, poi il denaro, finendo per goderselo nella solitudine dei numeri uno.
Viene in mente Il gigante, ma anche, per alcuni versi, Il petroliere. Più che della solitudine dell’uomo dietro la tastiera, si parla dell’isolamento che colpisce chi è straordinariamente diverso e, per questo, fatica a connettersi con il mondo che lo circonda, il che, in questo caso è uno straordinario paradosso.
Mark, il nostro protagonista è dotato di una intelligenza vivace e superiore alla media, ma poco flessibile, e questo lo porta a offendere gli altri senza una vera cattiveria. Gli altri poi sarebbero la sua ragazza, che lo lascia perché non ha la vocazione della groupie adorante.

The Social Network è un film su un uomo brillante ma anaffettivo che (forse) vorrebbe provare sentimenti veri, ma si rende conto  di non esserne capace.
Amicizia tradita, prezzo da pagare al capitalismo, ricerca disperata da parte di un ragazzino di essere preso sul serio.
Fincher costruisce il film in modo convincente, usando la parte potenzialmente più noiosa – la disputa processuale sul risarcimento chiesto a Zuckerberg da due colleghi di studi cui ha rubato l’idea (*) e dal suo socio e “unico amico” estromesso dalla società – per raccontare la parabola della fine  inevitabile di una amicizia adolescenziale, quando il passaggio a una vita adulta fa cambiare compagnie (non sempre migliori delle precedenti), giocandola tutta sul non verbale, sguardi imploranti scrollate di spalle, occhi lucidi, volti impegnati a guardare altrove. La distanza tra i due ragazzi è tutta nella prossemica.
La strada verso il successo si percorre da soli, lasciandosi dietro qualche cadavere, anche se ben remunerato.
E Fincher sembra forse dirci che a differenza dei pionieri di un tempo che erano, già da giovani, solide rocce su cui costruire l’America, questi ragazzini, milionari per caso, sono fragili, come le formidabili creature informatiche che hanno costruito.
Al solido oro, al denso petrolio, si sono sostituiti algoritmi e codici, ugualmente difficili da trovare ma forse più facili da “rubare”. E a pericoloso rischio obsolescenza.
Perché poi The Social Network che anche il racconto delle aziende della Silicon Valley,  delle bolle che durano una stagione, del contrasto Est (regole ammuffite, giacca e cravatta) e Ovest (libertà, open source e t-shirt e sandali), dei primi entusiasmi del web, quando la pubblicità era vista come il diavolo e si contava piuttosto sul venture capital (portato a Zuckerberg dal “fratello maggiore” Sean Parker, l’altro “ragazzino-fenomeno” Napster). Anche qui Mark e Eduardo si scontrano, e si dividono. Basta mettersi un paio di cuffie, occhi sullo schermo (sto programmando!) e scompare anche l’ultimo tuo amico vero.

Chissà poi forse Eduardo, aveva ragione se anche Facebook come Google non ha trovato così brutta la pubblicità. Quella nuova, si intende. Che pare poi l’unica possibilità di remunerare un sito gratuito.
Per diventare grandi, per sentirsi qualcuno,  però non basta avere un biglietto da visita con scritto “I’m the CEO, bitch”

Il gioco del capitalismo genera solitudini. Come quella del giovane miliardario che, dopo che anche la bella avvocatessa gli ha dato buca, chiede se può fermarsi ancora un momento al tavolo delle riunioni, un portatile acceso. Mark cerca la sua ex su Facebook. Con soddisfazione scopre che si è iscritta. Le chiede l’amicizia. E, attende, facendo un compulsivo refresh della pagina, di avere se non altro quella virtuale che con il suo network ha contribuito a creare.

(*) Un altro spunto interessante che andrebbe considerato è il cosiddetto “furto di idee”, che nell’era della riproducibilità continua, della manipolazione, rimescolamento, e così via, è concetto labile e precario, anche giuridicamente.

(Quando Google cominciò la sua ascesa, sentivi dire nei corridoi, “Un attimo, ma noi non odiavamo la pubblicità?” “Beh, odiavamo quella vecchia, quella nuova è discreta e utile).

(Nelle fasi pionieristiche della Silicon Valley la pubblicità era considerata con disprezzo. Collegata al brutto mondo dei media tradizionali, i tecnologi pionieri la vedevano come un demone. Oggi la pubblicità è il solo prodotto che possiamo pensare non toccato dalla “cultura open”, la sola forma di espressione meritevole di essere protetta dal punto di vista commerciale nel mondo a venire. Ogni altra forma di espressione deve essere rimescolata, resa anonima e decontestualizzata, al punto di divenire priva di significato. La pubblicità è sempre più legata al contesto e il suo contesto è considerato sacrosanto e intoccabile. Nessuno osa fare mash-up delle inserzioni di Google.)

(Beacon, 2007 – Una caratteristica di Facebook che compare all’improvviso e dalla quale era difficile divincolarsi. Quando un utente faceva qualsiasi acquisto su Internet, l’evento veniva trasmesso a tutti gli amici di quella persona nel network. L’idea era di trovare un sistema per confezionare la pressione dei pari età in un servizio da vendere agli inserzionisti. Ma ciò significava, per esempio, che era impossibile comprare una sorpresa di compleanno. Gli utenti di Facebook si erano visti sottrarre le loro vite commerciali. L’idea si rivelò disastrosa, Facebook corse ai ripari e alla fine Beacon, dopo controversie giudiziarie venne sospeso).
Come se ogni pensiero che ti passava per la mente fosse così intelligente che ti sembrava un crimine non condividerlo.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2010, facebook. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Chiedi l’amicizia e ti sarà negata

  1. Souffle ha detto:

    @akiro. Hai ragione, solitamente lo faccio. Mi sono permesso una piccola eccezione in questo caso presupponendo che il film fosse stato visto da tutti o quasi. Grazie per il tuo commento e per essere passato.

  2. akiro ha detto:

    ottima recensione, però forse dovresti mettere un messaggio per avvisare della spoilerata finale =P
    Comunque la penso come te sul film, il quadro finale che ne esce non è dei migliori, ne su Mark, ne su Facebook.

  3. Souffle ha detto:

    @CST: ti ringrazio molto, specie per averla letta tutta. 🙂 Buona giornata!

  4. CST ha detto:

    Davvero un’ottima analisi, scorrevole e valida.

    Il film è bellissimo, e non stanca (quasi) mai. Qualcosina da obiettare sulla scelta del cast. Ma è un dettaglio tralasciabile.

    CST

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