Una ragione per vivere

Pare che a Clint Eastwood interessi la morte. Ma ne siamo sicuri? Gran Torino metaforizzava la morte come sacrificio, dono cristologico di sé. Sfrondato dal suo senso più intellegibile, Gran Torino raccontava in realtà la necessità di un passaggio generazionale, la ricerca della trasmissione di una essenza da un vecchio a un giovane, bisogno di passaggio di fluido vitale, costruzione del nuovo a partire dall’antico, usando una macchina come simbolo.
Hereafter, ultima regia di Eastwood è il qui (e ora), ed è il dopo con cui si fa(rà) i conti. Ma anche in questo caso, non si tratta di un film sulla morte. Ne, tantomeno sull’aldilà. Nessuna tentazione di sesti sensi, onirismi, complicazioni per il distratto consumo di un pubblico che ama i fantasmi. Forse la grande delusione nei confronti di questo film sta tutta lì. Anche se non la si capisce. Ci si aspettava un film “spettacolare”? Un film mistico? Un film sofisticato? Gran Torino era di una essenzialità straordinaria, una semplicità francescana nella esposizione narrativa, nella veicolazione dei suoi assunti. Niente fronzoli, raffinatezze. “Shoot this son of a bitch, and let’s go home”, direbbe un regista di western.
La spettacolarità della sequenza iniziale di Hereafter in realtà è svuotata di qualsiasi enfasi, sottolineatura drammatica forzata attraverso musica, roboanti movimenti di macchina che mostrino le ambizioni di un regista che sottolinea lo “spettacolo” e vuole farci dire “wow!”.
Si diceva che questo non è un film sull’aldilà, tanto che lo script di Peter Morgan, pure solido, ma che tenta forse vette di profondità che al regista non pare necessario enfatizzare, vive grazie alla umanità che Eastwood regala ai personaggi un po’ staticamente programmatici dello sceneggiatore britannico.
A Eastwood non interessa indagare “cosa c’è dopo la morte” e in effetti tratta la faccenda in modo che appare, ad occhi frettolosi, ingenuo.
Non neghiamo alla sceneggiatura di Morgan momenti di debolezza, specie nell’annodare insieme le tre storie raccontate nel film. E nemmeno riteniamo le storie (così come i loro interpreti) avere una stessa efficacia emotiva, medesime capacità di tenuta narrativa.
Ma non si può negare la abilità di girare di Eastwood, né gli si può imputare di avere scentrato il bersaglio, specie se esso era un falso bersaglio, lanciato per attirare i siluri di una critica frettolosa o di spettatori con aspettative mal riposte.
In realtà i personaggi dell’ennesimo dramma umano del regista entrano in contatto con la morte (l’hanno scampata, gli è morto un familiare, empatizzano coi morti altrui) ma sono alla ricerca di una ragione per vivere, più che di rivelazioni assolute sul dopo. È il qui e ora che maggiormente li interessa, tornare a vivere lasciando andare i morti (per Marcus suo fratello gemello, per Marie la ragazzina che non è riuscita a salvare dallo tsunami, per George i morti di tutti).
Matt Damon (George) e Cécile De France (Marie) tornano a vivere dopo il più semplice, profondo dei gesti. Si stringono la mano. E i fantasmi di una curiosità che non è importante soddisfare li abbandonano. Ora bisogna solo andare avanti.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2011, classici. Contrassegna il permalink.

5 risposte a Una ragione per vivere

  1. laulilla ha detto:

    Leggo questo tuo bel commento a Hereafter solo oggi e vedo con piacere che, hai dato una lettura non molto dissimile dalla mia:
    http://laulilla.wordpress.com/category/recensioni-film/hereafter/
    Non ho amato Gran Torino, che ho trovato alquanto enfatico nella scena finale, nonostante la sobrietà con cui si svolge l’intero racconto.
    Ciao

    • Souffle ha detto:

      molto interessante il tuo scritto.
      In effeti la chiusura enfatica non aggiungeva nulla al racconto di Gran Torino, probabilmente necessitata dalla chiusura di un ciclo, di un tipo di personaggio.
      Grazie per essere passata e buona domenica.
      Ciao

  2. Pingback: Hereafter | Cinebloggers Connection

  3. Souffle ha detto:

    @Udp: sì te la stringo e la tengo a lungo. Senza paura. 😀
    Ma sì il iflm mi è piaciuto, faccio fatica oramai a scrivere in modo entusiasta!!
    Specie in questo caso dove una scrittura più meditata ben poteva rendere il tono del film.
    E quando parlo di delusione, sia chiaro, non parlo della mia delusione, ma di quella del pubblico, dei fan di Clint.
    Ecco, mi confermi anche tu che il “genere” è un pretesto (per fortuna).
    E del resto perché stupirsi. Contrariamente a quanto pensai uscito dalla sala – e forse te lo scrissi – il favore verso lo script di Morgan è scemato in luogo di un recuperato interesse invece per l’uso che Eastwood ne ha fatto. Continuo a ritenere che non tutto abbia la stessa forza, ma indubbiamente è un film sentimentale per il quale ho anche pianto (e chissenefrega di quello che altrui pensa).
    buona giornata.

  4. UnoDiPassaggio ha detto:

    Visto stasera. Ne sono ancora commosso.
    Eastwood rivolta con quieta e accorata asciuttezza il sottogenere “film sull’aldilà” e ne fa uno straordinario film sentimentale. E secondo me a te è piaciuto più di quanto tu non voglia ammettere. 🙂
    Stringimi la mano.

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