La voce del Re

Io ho una voce!
Re Giorgio VI

Con il suo carico di candidature agli Oscar, meritate in quanto film adattissimo alla cerimonia, arriva sugli schermi e nei nostri occhi Il discorso del Re di Tom Hooper, una pellicola sportiva che di tali film ha due elementi fondanti: l’amicizia virile e il riscatto  personale dell’allenatore attraverso il successo dell’atleta.
Il Duca di York, secondo figlio di Giorgio V ha un problema di balbuzie che gli impedisce una parlata fluente. La circostanza, nell’era della radio come nuovo strumento di comunicazione di massa (inizio anni ’30) rende difficile al cadetto esercitare il ruolo che la Corona si aspetta da lui (andare in giro a tenere discorsi e magari trasmetterli per radio).
Occorre un allenamento e a Hooper, già regista del Maledetto United, interessa raccontare l’incontro del futuro Giorgio VI con un logopedista australiano che si prenderà cura della gola reale per risolvere un problema nato, lo scopriremo, da un trauma (c’è quasi sempre un trauma alla base della balbuzie).
I progressi portati dall’allenamento si fonderanno con la parallela crescita di un sentimento di amicizia che durerà anche dopo che il Duca sarà divenuto Re in seguito a circostanze straordinarie (suo fratello maggiore Edoardo VIII scappa con una miliardaria americana).
L’allenatore è uno sportivo mancato, i successi dell’allievo sono il suo riscatto.
Si lamenta Giorgio V (padre del nostro protagonista) che il mondo dei media vuole che i regnati ora siano degli attori e Lionel Louge – notare la casuale e meravigliosa allitterazione della “l” – il logopedista che aiuta il Duca è un attore dilettante.
Durante un provino (non a caso si tratta del Riccardo III) a Louge viene detto che si cerca qualcuno di “più giovane”.
La metafora è tracciata, le insicurezze di Louge, il suo fallimento, saranno riscattate dal successo del futuro Re.
Alterando un po’ i fatti (*) Hooper ci trascina fino alla partita finale, quel discorso del Re, appunto, pronunciato all’entrata in guerra del Regno Unito contro la Germania, che accese gli animi inglesi e aprì la strada al luminoso Regno di Giorgio VI e di sua moglie Elizabeth, perché dietro ogni grande atleta c’è una moglie che lo sorregge e ne accompagna la carriera.
La (ri)costruzione della voce di “Bertie” (Duca di York) è insieme ricostruzione della  persona, del sé in rapporto con gli altri (il padre, il fratello, il popolo). Avere una voce per essere.
Parlare veramente con qualcuno, diviene non soltanto una questione fisica. Sai, è la prima volta che parlo veramente con un’altra persona, confessa Albert a Lionel. “Parla come se stessi parlando a me”, gli consiglia Lionel alla fine. Sii te stesso con me e lo sarai con tutti.
In un film sul recupero della parola, sulla voce come essenza di una persona nel mondo (del cinema dei media, della realtà e della sua rappresentazione), Hooper gioca con gli interni come palcoscenico, con le entrate e le uscite dei personaggi, rcostringendo gli attori a giocare/recitare (to play) negli spazi chiusi come fossero allo stadio, o a teatro. Costruisce un film corretto al servizio del game e del suo risultato finale, evita di puntare sul dramma (i traumi dei due protagonisti) per concentrarsi sulla guarigione in funzione della partita conclusiva. Dopo la vittoria si può uscire sul balcone (o a centrocampo) per salutare il pubblico.

(*) Premesso che quando la leggenda funziona meglio della realtà si deve sempre stampare la leggenda, il discorso in cui egli si mise davvero alla prova per la prima volta dopo il trattamento, fu quello del 1927, quando, ancora Duca di York, egli parlò in occasione dell’apertura del parlamento australiano. Il Duca parlò senza balbettare e solo con una lieve esitazione finale. Fu un successo.

Trattandosi di un film sulla parola, nonché sul rapporto tra due persone di classe sociale diversa (e sappiamo quanto gli inglesi ci tengano a fare sentire l’appartenenza di classe solo con l’accento) sarebbe consigliabile vedere il film in lingua originale, nelle sale che consentono tale visione.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2011 e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

4 risposte a La voce del Re

  1. Souffle ha detto:

    @noodles: sì alla fine Il discorso del Re è un film da Academy, come sottolinei. Nemmeno io sono suo tifoso, anche le mie preferenze vanno ad altri. Fortunatamente a Milano, ma suppongo anche a Napoli e a Roma, il film ha trovato posto anche in lingua originale. Pian piano sta nascendo un mercato che va al di là dei cinefili e cattura un pubblico più vasto e abituato – forse grazie a Sky – ai sottotitoli. Speriamo che le sale, e sopratutto i film in originale aumentino. In particolare quelli in cui sentire la “vera” voce è indispensabile. Buona serata e grazie di essere passato.

  2. Noodles ha detto:

    Condivido assai la tua recensione. Hai perfettamente ragione sulla questione doppiaggio. Ora sembra che diciamo sempre le stesse cose, che vogliamo fare gli snob, ma come indica bene la tua analisi, questo è un film basato sulla parola, sullo scambio verbale, sulle differenze sociali/nazionali che si innestano anche nel modo di parlare. Doppiando questo film… si finisce col vedere un’altra cosa.
    Rush e Firth straordinari. Il film a me è piaciuto ma devo dire che gli preferisco altri – tra quelli candidati dall’Academy, anche se fatti i dovuti ragionamenti, Il discorso del re rischia di fare incetta, vista la tematica/dinamica molto cara all’Academy.

  3. Souffle ha detto:

    @macrileo: sì, fai bene a sottolineare il lavoro fatto da Helena Bohnam Carter. Riesce a coniugare insieme lo snobismo con la sollecitudine per suo marito. Lei è l’unica che lo capisce che lo considera “persona”, insieme al logopedista.
    Anche il mio tifo va a lei. Pensa l’accoppiata lei e Colin! ^^
    Grazie per il tuo commento, buona serata.

  4. macrileo ha detto:

    Il film mi è piaciuto parecchio. Vorrei solo sottolineare il lavoro mirabile che è stato fatto sulla moglie di Re Giorgio VI, Elizabeth, interpretata da Helena Bonham Carter.
    Ogni sua entrata in scena è degna di nota. Quando la moglie del logopedista, se la trova seduta al tavolo della sua piccola cucina mentre si prepara un tè è un momento spassosissimo. Un ruolo amabile per Helena, che ci ricorda la “leggerezza” della Regina Madre e ce ne svela tratti di insospettata saggezza.
    Oscar ad Helena, lo voglio io e Tim Burton.

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