Oscar, Sanremo e il timore di non essere delusi

Ci sono due elementi che accomunano i premi Oscar e il Festival di Sanremo, due eventi che si svolgono quasi nello stesso periodo. Sono due manifestazioni essenzialmente conservatrici, dove possibilmente nessun partecipante deve fare niente che possa “fare imbizzarrire i cavalli per strada”, come si diceva in epoca vittoriana. E sono due eventi che tutti avidamente guardano per poi dirsi felicemente delusi dei premi assegnati, maledicendo le giurie.
Il sospetto è che i “delusi” di Oscar e Sanremo provino un sottile piacere nella conferma di essere ancora una volta soli sull’isola del buon cinema, dei verdetti giusti, del gusto nobile.  Paventano, questi frequentatori delle cerimonie, una rivoluzione in cui due spettacoli della cultura popolare mainstream improvvisamente diventino omaggio al cinema di nicchia, alla qualità artistica per palati fini. Impauriti che la serata premi i film o le canzoni più “belli” – secondo la valutazione critica – togliendogli il delizioso piacere di lamentarsi dei giurati dell’Academy o della giuria popolare del televoto.

La cerimonia degli Oscar è il trionfo dell’industria del divertimento popolare americano. La iattura peggiore per la serata televisiva degli Academy Award (talvolta è accaduto) è non avere in gara film “campioni di incassi”, i film coi divi che il miliardo di persone seduto davanti al televisore riconosce. Una cerimonia televisiva è vivacizzata dalla presenza dei divi, delle star, dei “personaggi”.

Gli Oscar si possono discutere criticando le inquadrature e gli stacchi della cerimonia tv, l’esibizione dell’orchestra, la qualità dei testi messi in bocca ai presentatori o dei numeri musicali allestiti. Si può amabilmente e seriamente discutere il buono o cattivo gusto delle attrici nella scelta dei loro abiti da cerimonia, si potrà sorridere dei discorsi di ringraziamento.

I premi però sono assegnati da membri dell’industria dell’intrattenimento, non da cinefili o da critici cinematografici.

Lamentarsi dell’assegnazione dei premi, specie senza considerare le logiche quasi centenarie con cui vengono assegnati, i pesi e contrappesi, la voglia di dare un segno di accoglimento della “novità” artistica attraverso il premio alla sceneggiatura (più che quello alla regia), è operazione divertente come gioco, a patto che non ci si prenda per nulla sul serio (cioè non si creda sul serio che l’Academy avrebbe dovuto… avrebbe potuto…).

L’industria dell’intrattenimento americano, di cui gli Academy Award sono la consacrazione, risponde a logiche che alla critica e ai cinefili paiono inaccettabili.

Ma essi devono pur capire, come diceva Samuel Goldwyn, che “la nostra industria non si chiama show art ma show business.”

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Oscar, Sanremo e il timore di non essere delusi

  1. Souffle ha detto:

    @noodles: sulla prima questione, credo molto dipenda del fascino esercitato dagli USA sul grande pubblico e sui cinefili e la critica. In fondo vincere un Oscar non è come vincere un premio a Cannes, sia pure la Palma. Molti critici e molti cinefili snobbano un po’ Cannes e Venezia (credo che pochissimi seguano la sobria cerimonia cannense). Ecco che l’Oscar ha un fascino sia nella massa che vuole solo sapere qual è il miglior film, sia tra i cinefili che bramano conoscere anche il miglior documentario.
    Sui misteri della premiazione, non ti saprei dire. Forse il bello degli Oscar è che sono capaci anche di sorprendere, come quando vinse Il silenzio degli innocenti, già uscito in dvd e ributtato nei cinema per avere quel successo che ebbe solo dopo la vittoria. E altre eccezioni, un paio le hai citate tu, ci sono state.
    Nella sostanza però, come dici, premiare gli attori e non il film, premiare il film e spesso pure la regia (come quest’anno), oppure premiare la sceneggiatura per dare un segnale (ok, ci siamo accorti del cambiamento) come avvenne con i Coen e Tarantino, sono tutti elementi del gioco dell’industria.
    Buona serata e grazie per il tuo commento.

  2. Noodles ha detto:

    Non c’è dubbio. Il discorso non fa una grinza.
    Per quanto riguarda lo show di quest’anno… direi che siamo ai minimi storici. E parlo proprio di spettacolo, gioco di attese confermate o disattese per il pubblico. Quest’anno hanno marciato in modo talmente rigido, si sono attenuti così pedissequamente al copione che anche lo spettacolo ne ha sofferto. Niente guizzi, niente effervescenze (a parte forse quel you know di Douglas).
    La mia non è una critica. Ormai sappiamo come ragionano gli Oscar. Più che altro mi chiedo sempre – e senza spocchia sia chiaro – come mai poi alla fine siano i premi più quotati, non solo a livello pubblicitario – che sarebbe ovvio. Voglio dire, di un attore o di un film si strombazza che ha vinto tot oscar ma è raro sentire ha vinto la Palma, il Leone, la coppa Volpi, al massimo lo trovi scritot prima dei titoli. E cmq non viene “strombazzato”
    L’oscar resta sempre la pubblicità più appariscente, ma è anche quella che risponde a logiche più astruse, che spesso non solo non rispondono a un reale valore artistico (hai ben sottolineato la logica “commerciale e produttiva” dell’Oscar) ma neanche a quella di mercato. E comunque questo neanche spiega com’è che spesso poi il film di valore trionfa (penso ai Coen o a Eastwood, tra i più recenti – e cmq è molto indicativo notare che Clint ha vinto con Million Dollar Baby, che è un melodramma più “classico” o cmq lo si può leggere più hollywoodianamente, rispetto che so all’altro capolavoro Mystic river: non è un caso che abbiano vinto gli attori e NON il film. Che è un po’ una paraculata se uno ci pensa, visto che oltre ad essere un film diretto magnificamente è anche un film d’attori e se premi gli attori dovresti automaticamente premiare il film… ovviamente il ragionamento trova la sua toppa nel giudizio inappellabilmente negativo e pessimistico che MR dipinge dell’America…).

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