Il Grinta, un occhio solo ma buono, sul cinema che scompare

Arriviamo a dire due parole su True Grit (Il Grinta), ultimo film dei fratelli Coen, mentre il loro bravissimo direttore della fotografia, Roger Deakins, cui si deve molto la riuscita del film, perdeva l’ennesimo Oscar.
Il Grinta, sapiente gioco sul/col western dei Coen vanta affinità affettuose con The Hudsucker Proxy e Intolerable Cruelty, sapido divertimento su (tenere in vita) un genere, pura passione per il passato in via di sparizione rielaborato naturalmente con occhi che hanno visto tanto. L’unico occhio del Grinta macchina da presa pronta a registrare l’ultimo spettacolo.
Riflessione commossa (ma senza lacrime, come si addice a un cowboy) sul cinema che non tornerà più. La morte apre la pellicola e la chiude, la sterilità (Mattie non avrà figli, e si estinguerà, come Cogburn che non lascerà eredi, come quel cinema, che oggi non fa più nessuno) impregna il finale.
Classicamente narratori e narrativamente classici – lo schema della voce narrante nel prologo e nell’epilogo ricorda The Big Lebowski – i Coen, quando decidono di raccontare semplicemente il cinema.
Il divertimento del pittore di talento che sa di potersi permettere tutto, anche un gioco di maniera, straordinariamente perfetto come la ricetta della nonna, personalizzata certo, visto che non si mangia più come una volta.
Bridges e Damon sono in parte figli di The Dude e Sobchak (The big Lebowski), Lucky Ned Pepper e Chaney parenti di Grimsrud e Showalter (Fargo).

True Grit è prima di tutto un romanzo, narrazione, racconto. Che si fa cinema. In questo i Coen si confermano eredi del modo di fare cinema dei maverick di Hollywood. Basso budget per avere libertà creativa, ma massimo rispetto per le regole del sistema, usandole rigorosamente per plasmare la propria visione.

Sebbene il film non sia volutamente opera dotata di quella complessità appartenente ad altri film coeniani (Crocevia della morte, Fargo, L’uomo che non c’era, Non è un paese per vecchi, A serious man), esso si piega felicemente alla forza del fare cinema, nel senso più marcatamente industriale americano (visto che per loro non è un’offesa, non si vede perché in Europa lo debba essere), che i Coen fanno senza spocchia, anzi con profondo rispetto – venato di sana, leggera ribellione – verso i padri.
Hawks non credeva nel cinemascope. I Coen sì e fanno bene.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2010. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Il Grinta, un occhio solo ma buono, sul cinema che scompare

  1. Souffle ha detto:

    @Watkin. Fatto. 🙂

  2. Watkin ha detto:

    Clamorosamente OT: ora che ho spostato il blog, correggi il link nel blogroll pleez? 😀 (sorriso smagliante)

  3. Souffle ha detto:

    @UdP: potremmo definire il lavoro sul linguaggio anni ’50 fatto in The Hudsucker Proxy e quello sul ritmo in Intolerable cruelty, come elementi di “complessità”. E allora dovremmo ammettere che anche Il Grinta vanta la presenza di questi elementi. Però non mi sento di mettere questi film (che pure mi sono piaciuti molto – e che difendo, specie i primi due citati, poco apprezzati da molti coeniani) sullo stesso piano del lavoro che hanno fatto con altre loro pellicole.
    Buona serata e grazie per il tuo commento.

  4. UnoDiPassaggio ha detto:

    Condivido punto per punto , tranne per il fattore “complessità” che io ritengo alla stessa stregua dei film coeniani da te citati. Anzi, dato che devo ancora scriverne, quasi te lo copio. ^^

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