Perdersi nei misteri di Ruiz

Perdersi nel tempo è uno dei temi principali del libro e anche del film
Carlos Saboga, sceneggiatore del film
 

I Misteri di Lisbona (Misterios de Lisboa), monumentale fatica di Raul Ruiz (4 ore e mezza per il cinema, 6 per la versione televisiva) è di una arditezza produttiva, di scrittura e recitativa da sfiorare l’incoscienza.

Un feuilleton rigenerato che è delizia per gli occhi e per il cuore, sontuosamente omaggia il teatro da cui prende l’uso degli spazi e la precisa collocazione dei personaggi in scena, le entrate e le uscite che ballano con l’andamento lento ma inesorabile dello script, i caratteri così marcati (Padre Dinis, naturalmente su tutti ma anche Ângela de Lima, mater dolorosa al cui perdono rassegnato risponde la brama di vendetta di Elisa de Montfort), i colpi di scena (verrebbe da dire “colpi di teatro”) così sfacciatamente proposti ad evidenziare l’intreccio necessario delle vite (e dei destini) di tutti i personaggi, fino all’enfasi senza paura dei “quadri teatrali” che cristallizzano la chiusura di alcune sequenze.

Il giovane, poi adulto, Pedro porterà sempre con sé un modellino di palcoscenico in cui mettere in scena le proprie sofferenze (e quelle, indissolubilmente a lui legate, altrui), master di un gioco (del cinema, del romanzo, del teatro, della vita) in cui tutto, anche la necessaria, dovuta fine, dipende da lui.
Perché il viaggio di João/Pedro alla ricerca di identità, origini, filiazione è, in parallelo, quello di tutti i personaggi che gli ruotano intorno, volti coperti che il destino smaschera, abiti che nascondono un passato o vestono un futuro.
Travolti dalla fenomenale colonna sonora di Jorge Arriagada e Luís Freitas Branco, ci si smarrisce con gioia nel film, tra piani sequenza ophulsiani, debordante ricchezza figurativa, feticismo del regista che travolge il drammone sentimentale spegnendone il ricatto emotivo a buon mercato, ricordando sempre allo spettatore la presenza dell’opera ma nello stesso tempo facendogli abbassare le difese razionali in modo onesto, senza facili giochi.
Un Dumas padre in salsa portoghese (il film traspone il romanzo ottocentesco di Camilo Castelo Branco) in cui perdersi, cinema come esperienza visiva ed emotiva di adesione totale al narrato, resa sentimentale al destino (già) segnato di chi nasce senza identità e tenta di riconquistarla.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2011, prossimamente, televisione e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Perdersi nei misteri di Ruiz

  1. Souffle ha detto:

    @Macrileo: bello questo accostamento! Ruiz meraviglioso, opera imponente. (PS, se vuoi te la passo da vedere) ^^
    Genealogia di un crimine! :))
    Un abbraccio

  2. Macrileo ha detto:

    Mi ha fatto pensare a “Garage Demy” in cui Agnes Varda ha raccontato l’infanzia di Jacques Demy, che dici? Magico Ruiz, “Genealogia di un crimine” la parte più interessante di Catherine Deneuve degli anni 90.

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