Super 8, Abrams e la nostalgia per i narratori di storie

“It’d be good for you to spend some time with kids who don’t run around with cameras and monster makeup.”
Il padre del protagonista, Joe Lamb. 
 
 

J. J. Abrams è un bravo produttore creativo. Sa come cogliere, si perdoni in luogo comune, lo spirito del tempo, a suo agio sia con enormi macchine produttive come Mission: impossible e Star Trek, sia con esperimenti più piccoli – ma ugualmente sicuri – come questo Super 8 (50 milioni di dollari di budget) che è uscito questa estate in USA (e già in altri Paesi) racimolando quasi 139 milioni di dollari (100 milioni solo a casa sua) e si avvia ad essere un altro successo per il 45enne regista e sceneggiatore, perché non dimentichiamoci che Abrams  è (sopratutto?) uno sceneggiatore.


Abrams è un ragazzo cresciuto con la televisione (e poi ne ha fatta e continua a fare molta) e con i film Lucas-Spielberg negli occhi.
Non li ha recuperati dopo come la generazione successiva, lui era lì, al cinema,  a 15-16 anni e provava le stesse emozioni dei Goonies.
Prodotto, appunto, da Spielberg, Super 8 gli è debitore pescando dall’immaginario cinematografico anni ’80(*) costruito dalla new hollywood. Oltre ai citati Goonies, E.T., Piramide di paura, i Gremlins (il cubo che Joe si porta a casa)  e tutto quello che di spielberghiano (**) che riuscite a pensarci dentro, cinema che parte dalla tradizione narrativa dei padri da cui attinge gli stilemi, per nutrirsi dei tempi rapidi e del montaggio della televisione. Un cinema che non rinuncia alla potenza epica dell’inquadratura ma la svecchia della sua incredulità.

Non credo, come i redattori di Nocturno, che ci troviamo semplicemente di fronte a un furbacchione che vuole vincere facile. Se mi si concede un paragone con analoghi tentativi fatti da altri, qui siamo di fronte alla rimessa in funzione formidabile di una vecchia radio Brionvega originale in possesso dell’autore, non allo spaccio di un vissuto che non si possiede.
Altrettanto evidente l’omaggio al cinema di fantascienza anni ’50 – veicolato in quegli anni dai canali televisivi – con annesse tesi complottiste (il Governo ci nasconde qualcosa) e di caccia alle streghe, che poi è il cinema che adoravano i 13enni nerd del 1979, appassionati di trucco (***) ed effetti speciali come il giovane protagonista Joe Lamb (che ha il faccino adatto di Joel Courtney).
Qui sono più Joe Dante il riferimento di Abrams, Corman, il basso budget ad alto tasso di creatività.

Dietro Super 8 c’è una genuina (o fatta credibilmente passare per tale che poi è lo stesso) passione per il fare cinema, per l’epicità ingenua delle inquadrature, per il bisogno di modellini meccanici (ancora Spielberg e Indiana Jones), come quelli costruiti dal nostro Joe.
Dietro i meccanismi industriali e commerciali di Super 8 c’è la formidabile presa di posizione di chi vuole raccontare storie, di chi vuole fare soldi ma non con un cinema pavloviano (****). Un altro cinema è possibile. Quello in cui – come accadeva nel passato – avere “a good story to tell” era la base di tutto.
I don’t have a story, si lamenta infatti Charles (il bravissimo Riley Griffiths), l’amico del cuore di Joe, regista del film che stanno girando insieme ad altri nerd appassionati di fumetti e zombie movie come loro.
Non basta avere “a great zombie scene” occorre avere anche una storia da raccontare lamenta la consapevolezza di Charles.

Abrams è regista indipendente, la sua non è mera esecuzione di ordini, ma rielaborazione di un vissuto personale (nel 1979 egli aveva 13 anni come il protagonista del film) che diviene epica comune con il pubblico.
Siamo di fronte a una sottilissima operazione che, in un miracoloso equilibrio narrativo riesce parlare agli over 40 che “a quel tempo io c’ero” mentre si apre agli adolescenti smart di oggi, con la voglia però di osare quello che film a più alto budget non osano più: partire dalla storia, scrivere personaggi solidi, restare nel solco tradizionale (non è una parolaccia) del racconto di formazione, di un passaggio alla adolescenza attraverso la lotta bambini-che-hanno-capito-tutto contro adulti-che-non-capiscono-nulla.

E se il cinema è innamorarsi della pellicola, la vita è innamorarsi di una ragazza mentre le trucchi il viso da zombie per la prossima scena.

Action! Production value! Svelto, sposta la mdp, filma il treno che arriva!

(*) Con qualche licenza. Il walkman Sony che il ragazzo del drugstore sta usando in una scena è stato venduto in Giappone a luglio 1979, per cui teoricamente i tempi coincidono, anche se in USA il popolare lettore di musicassette è arrivato un po’ più tardi.
(**) La fiducia nella bontà del genere umano riposta nell’animo dei bambini, la forza dell’amicizia, la perdita di un genitore, la crescita attraverso la sofferenza, la indomabile voglia di avventura, il credere nella verità delle immagini, prima della perdita della loro innocenza (se è sul notiziario vuol dire che è vero, si dicono Joe e il suo amico Charles).
(***) Che ha studiato il manuale di Dick Smith, artista laterale del make up (Il Padrino, l’Esorcista, Taxi driver, Stati di allucinazione, Scanners, La morte ti fa bella, Amadeus che gli fruttò un Oscar).
(****) Basta spendere 50 milioni (quanti ne spende Eastwood) e te ne porti a casa 150, facendo un affare. Anche se poi, paradossalmente, Abrams non si rifiuta le grandi produzioni (come nemmeno Spielberg) consapevole della macchina produttiva che c’è dietro.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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