Brevi da Venezia

Qualche piccolo appunto dalle recenti visioni veneziane. Un buon cartellone che ha affollato le sale milanesi. Vedremo se saranno piene anche quando questi film – molti già acquistati o già usciti – occuperanno la programmazione regolare.

Himizu di Sion Sono

Giappone post Tsunami, macerie, voglia di riscatto – imposta dalle istituzioni (scolastiche) – desiderio di anonima normalità. Il giovane Sumida è usato da Sion Sono come metafora di gioventù lasciata allo sbando da famiglie indifferenti, in un paese in macerie morali e spirituali dove solo la criminalità pare avere solide mura in cui dormire. Non arrendersi, sfuggire all’apatia, (ri)cominciare. Come in molte tragedie è necessario uccidere i padri per (ri)conoscersi. E avere accanto una ragazza che sappia indicare la direzione e ci aiuti a trovare risposta alla Domanda: chi sono?.
Sion Sono lavora molto per allegorie, esagera sapendo di toccare lo spettatore con lancinanti inquadrature che non lasciano scampo, al limite del patetismo, sfiorando il ridicolo (ma solo per occhi occidentali). Ed è davvero difficile non commuoversi per quei carrelli della mdp tra le macerie, per gli intensi primi piani strappati all’obiettivo, o per la cinepresa quello che (in)segue i due giovani protagonisti (bravissimi) nella corsa verso il futuro, gridato tra le lacrime “non mollare Sumida”.

Faust di Aleksander Sokurov

Opera densa, complessa, che trascende il suo soggetto per farsi oggetto di contemplazione. Sokurov si conferma grande impaginatore di immagini, in un film che chiede molto allo spettatore, attenzione alla parola prima di tutto (in principio era il Verbo? Si domanda Faust non troppo soddisfatto della traduzione del Vangelo di Giovanni, o l’azione?).
E il film è quasi stritolato tra il verbo (pensieri, discussioni filosofiche incessanti) e l’azione (la necessità del mostrare la bellezza e la bruttezza del mondo attraverso la bellezza e bruttezza dei corpi). Lo spettatore annega nei fotogrammi, nei tagli di luce, nel precipitato delle immagini, pellicola che arriva quasi a decomporsi, accompagnando lo spettatore negli inferi del proprio sguardo. Necessaria chiusura della tetralogia del potere (Moloch, Toro e Il sole, Hitler, Lenin e Hirohito) perché ne pone le basi teoriche e simboliche.

 Sal di James Franco

Nel raccontare gli ultimi giorni (meglio: l’ultimo giorno) di vita dell’attore Sal Mineo, noto in Italia soprattutto per essere stato a fianco di James Dean in Gioventù bruciata, James Franco si mostra allievo diligente di Gus Van Sant (senza però avere ancora l’amore che esce dalla mdp, ma già avendo l’attenzione per i suoi personaggi che il regista di Seattle ha sempre mostrato).
Mineo fu scrittore, attore di teatro, regista. E fu anche omosessuale. Franco non cade nelle trappole del biopic per cui l’ultimo giorno del protagonista è sempre “esemplare” e “mitico”, cattura lo spettatore con il semplice efficace cartello che avvisa che stiamo assistendo alle ultime ore dell’attore, usa materiali di repertorio con l’intento di fare di realtà finzione, e porta a casa un film dignitoso, corretto. Che non appassiona quanto forse avrebbe voluto ma ha almeno un paio di scene (le prove a teatro) che sono ottimo cinema.

A dangerous method di David Cronenberg

Poco The history of violence, molto Camera con vista. Cronenberg ha un materiale potenzialmente interessante ma, ingabbiato nello script di Christopher Hampton, costruisce una romantica e tradizionale storia di passioni in costume che non hanno la forza di diventare (purtroppo) relazioni pericolose, offre qualche momento di cinema dangerous, che però stride ancora di più nella messa in scena ivoryana apparecchiata. Irricevibile la recitazione di Keira Knightly che il regista offre al pubblico senza avere stretto un patto forte con lui e si merita le risate in sala.

Shame di Steve McQueen

Cinema del corpo quello di Steve McQueen. In Hunger strumento di protesta, rivendicazione, esempio vivente di diritti negati, in Shame strumento di negazione dell’io interiore, barriera al diventare adulto.
Il protagonista di Shame, Brandon (Michael Fassbender dona anima e magnifico corpo alla parte) è preda di una ossessione per il sesso che nasconde una immaturità dei sentimenti difficile da ammettere. E se gli incontri sessuali (a pagamento e non) si svolgono secondo rituali codificati (vuoi qualcosa da bere?) lasciando che (solo) il corpo parli, anzi gridi il suo non essere, Brandon riesce a verbalizzare il suo disagio solo con la sorella Sissy, anche se apparentemente nell’intenso dialogo sul divano pare uscirne vincitore (non è forse immaturo chi dice “io ho un lavoro e una casa e tu no”? Rivendicazioni di una “sistemazione borghese” solo posticcia, apparente, di una stabilità che è solo esteriore).
Atonia dei sentimenti, tonicità dei corpi.  Amare significa ammettere il proprio disagio. La vergogna è non riuscirci.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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14 risposte a Brevi da Venezia

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  3. Noodles ha detto:

    Ritorno per Cronenberg. Concordo. hai detto tutto benissimo in poche parole. Purtroppo è pollice verso. Verboso, distaccato, troppo. Noto peraltro che anche tu critichi l’interpretazione della Knightley. dunque non è solo problema di doppiaggio: io di fronte alla terza smorfia da babbuina la stavo per tirare giù dallo schermo per prenderla a schiaffi.

    • Souffle ha detto:

      no, non è il doppiaggio, è proprio lei. Sopratutto per il fatto che il regista non ha stretto un patto forte con il pubblico perché accettassimo questa over-interpretazione. E quindi il ridicolo si sfiora (e si raggiunge) spesso.
      Buona giornata!

  4. Noodles ha detto:

    Finalmente anche noi poveri napoletani godiamo di una retrospettiva veneziana. Ho visto ieri – aggratisss – il Faust (e in lingua originale). Splendido film. Hai scritto bene: si annega davvero nei fotogrammi, si rischia di essere sopraffatti da questa titanica sfida al cinema (e al cinema delle origini). Bisogna essere ben disposti, ma il film merita.

    • Souffle ha detto:

      Bene sono contento che circolino. Si fa sempre più difficile allestire rassegne come quella milanese (o romana) su Venezia o Cannes. A Milano i fondi comunali sono sempre meno e se non ci fosse il Corriere avrebbe già chiuso.
      Faust è un film immenso, sì. E hai ragione quando dici che occorre essere disposti a farsi trascinare dentro. Come quasi tutte le belle esperienze, meravigliosa e terrorizzante insieme.
      Buona giornata e grazie di essere passato.

  5. Macrileo ha detto:

    Colpito e affondato. Non vedo l’ora di vederlo, anche se ho il presentimento di conoscere la storia fin troppo bene.
    Dovresti diventare un membro degli Spietati ad honorem 🙂

  6. Mi piace molto il tuo header! Sai del progetto “Memories of Idaho”? Credo potrebbe interessarti

  7. emmeggì ha detto:

    Ciao, sbarco ora per la prima volta sul tuo blog. Sto per pubblicare anche io un post su Venezia a Milano, purtroppo solo due titoli, Himizu e Killer Joe. Buoni film tutti e due, Sion Sono però per me ha più talento e potenzialità. Nel post approfondisco uno dei tanti temi del film, che anche tu hai citato, l’Edipo. Ok, la smetto col farmi pubblicità ;-)…Complimenti per il blog.

  8. Souffle ha detto:

    Al contrario di chi l’ha ritenuta lunga, a mio parere è necessaria, essenziale, magnifica. Grazie di essere passato e spero che tu possa vedere presto il film.

  9. Ciao! Riguardo SAL, mi fa piacere leggere “ottimo cinema” riferito alla scena delle prove in teatro, scena che è stata citata spesso per la sua (inutile) lunghezza. Putroppo non ho ancora visto il film, ma dalle cose lette e dalle parole di James Franco, mi sono fatto un’idea di cosa aspettarmi e quella scena mi sembra fondamentale e necessaria per gli intenti del film. Mi piace pensare che poco prima di morire Mineo si sia riempito gli occhi di qualcosa che per lui era vitale.

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