Tomboy, il corpo che abito

Come ti chiami?
Mi chiamo Laure

La (non) verbalizzazione dell’appartenenza a un sesso biologico che rifiuta comunque di appartenere a un genere (per parafrasare le parole di Manuel Billi) sta tutta nel finale quanto Lisa chiede a Mickael di (ri)nominarsi, (ri)definirsi, nel sorriso di Mickael/Laure c’è la consapevolezza sia di una affermazione del sé che non ha bisogno di parole, sia della sua accettazione da parte dell’altro da sé (Lisa) che a partire dal quel nuovo (ri)conoscimento (ri)costruisce un rapporto.

Tomboy di Céline Sciamma è uno dei racconti più straordinari e pieni di grazia sul genere e sulla sessualità dei bambini che si sia visto da molti anni. Non stupisce che tale film venga dalla laica, liberale Francia, impensabile non solo nell’Italia cattolica ma nemmeno negli USA sessuofobici.

L’aspetto fondante della pellicola francese, più che il racconto di formazione che corre su binari efficacemente tradizionali, è la naturalezza del riconoscersi di Laure come Mickael, il suo affermarsi come genere al di là del sesso, che poi comporta il suo accettare il trucco femminile – nel gioco con la sua amica/amore Lisa – come imbarazzante altro da sé, il costruire la sua identità attraverso gli abiti, le posture e gli atteggiamenti (sputare per terra, giocare a calcio), il costruire col pongo un pene posticcio, percorsi di un viaggio mai consapevolizzato né teorizzato (perché fai così? le chiede la sua sorellina Jeanne. Non lo so, risponde Laure/Mickael) eppure fortissimamente voluto.

E gli adulti (la madre di Laure)  – con la consapevolezza di chi conosce le regole del mondo – e i bambini – con la crudeltà che impregna l’infanzia tutt’altro che priva di una sua sessualità e delle connesse regole (una femmina che bacia una femmina è disgustosa) – non impediscono a Laure di (voler) essere Mickael, di ri-conoscersi dentro, più che fuori il corpo che abita e di ri-conoscere il suo infantile amore per Lisa.

E sarà Lisa, dopo l’obbligato passaggio di pubblica umiliazione di Laure davanti al gruppo, a tornare da Laure chiedendole di ri-verbalizzare il suo essere, disposta ad accettare – come Jeanne, che accetta senza domande come fa chi ama, il travestimento della sorella – il gioco di/in un genere che naturalmente si mette in discussione, che rifiuta le imposizioni della natura per affermarsi come un corpo (e sentimenti) in divenire.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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3 risposte a Tomboy, il corpo che abito

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