Troppa libertà, Mr Franzen

Ci sono diversi aspetti dell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Libertà (Einaudi) che ci hanno fatto venire in mente Tom Wolfe, uno dei maggiori scrittori americani del ‘900. In un piccolo pamphlet, “My three stooges” (all’interno della raccolta di saggi Hooking up) Wolfe si dedicava con una certa dose di cattiveria a tre narratori americani (Mailer, Updike e Irving) molto apprezzati dalla critica ma poco letti (a differenza di lui) dal pubblico.

 Wolfe probabilmente se l’era presa per la recensione di Updike al suo romanzo “Un uomo vero” definito sostanzialmente intrattenimento e non letteratura.
Che poi è la stessa accusa rivolta da molti a questo ultimo romanzo di Franzen, Libertà. Un romanzo lettissimo ma, per molti, non degno di essere ospitato negli scaffali della grande Letteratura americana del ‘900 vicino a Pastorale americana di Roth.

Siccome a noi Tom Wolfe piace parecchio e lo consideriamo un grandissimo narratore che fa Letteratura, apprezzandone perfino il civettuolo conservatorismo scevro dal politicamente corretto e dagli altri ammennicoli fastidiosi di certa letteratura che semplicisticamente definiamo “di sinistra”, dobbiamo rendergli giustizia.

Wolfe nelle sue critiche ad alcuni narratori americani si chiede dove sia finita nella letteratura di oggi quella attività di documentazione che ogni buon romanziere dovrebbe fare prima di avventurarsi nella scrittura. Leggendo certi romanzi, afferma Wolfe, non crediamo assolutamente che l’autore conosca quella data casa, sia passato da quel distributore di benzina lungo la strada che attraversa la Virginia. Insomma quello che ci si attende è che lo scrittore conosca ciò di cui parla, lo abbia “vissuto” o si sia documentato così approfonditamente da farcelo credere profondamente. Che poi è una regola base del narrare. Cercare di raccontare solo quello che si conosce. Le bugie escono dalla pagina e, per quanto l’abilità del bravo scrittore – e Franzen indubbiamente lo è – copra molti buchi, la sensazione, la patina del “falso” affiora e impregna il giudizio del lettore, che posa il romanzo finito insoddisfatto senza capire bene come mai. Poi capisce.

Così, dopo avere affrontato le oltre 600 pagine della poderosa fatica di Franzen, che più che a Roth guarda proprio a Tom Wolfe, al suo conservatorismo libertario a disagio sia con la destra violenta che ha rinunciato ai valori morali della Nazione, sia con la sinistra dannosamente politicamente corretta, si esce insoddisfatti per le ragioni che lo stesso Wolfe ci ha spiegato qui sopra.

Per nulla credibile ci appare la causa sulla sostenibilità ambientale di Walter Berglund, il protagonista, quasi che l’Autore si fosse documentato su alcune brochure o su wikipedia. Le realtà sulle implicazioni ambientali dell’incremento demografico sono più complesse ma ci vengono presentate in modo banale. Possono essere usate come espediente letterario per raccontare altro, per carità, ma devono essere in grado comunque di fare architettura di insieme.

Difficile credere al personaggio di Lalitha, più sogno erotico da segaiolo che carattere che si imprime nella pagina. Bella, intelligente, capelli morbidi, determinata donna del 21esimo secolo perché sa guidare così decisa la macchina (sic!), la pelle morbida e assolutamente immune da scottature e punture di insetti. Lalitha era “facilitata dal fatto di essere immune alle scottature, e di respingere le zanzare quanto Walter le attirava”.

“Erano migliaia le cose che Walter detestava della modernità in generale e della cultura dell’auto in particolare, ma la sicurezza delle giovani donne al volante, l’autonomia che avevano raggiunto negli ultimi cento anni, non erano fra queste. L’uguaglianza di genere, espressa dal piede di Lalitha che spingeva sull’acceleratore, lo rendeva felice di vivere nel ventunesimo secolo”.

Sarebbe stato bello se Lalitha fosse stata costruita come sogno, illusione erotica di un uomo il cui matrimonio non ha funzionato. Peccato che Franzen ci spinga ogni virgola a credere nella esistenza di Lalitha, nel suo essere vera, evitando ogni sottotesto ironico, prendendosi terribilmente sul serio, insopportabile come Walter (in cui egli si identifica, evidentemente) salvo poi ucciderla nel modo più prevedibile.

E gli uomini del romanzo? Un branco di allupati. Da Walter che freme per ogni donna che gli passa accanto, dalla sua assistente Lalitha, alle stagiste – ne assumono 20, ovviamente 18 sono donne.

”L’evidente fascinazione di Walter per le 18 ragazze del gruppo – con i capelli rasta oppure rasati, con atroci piercing e/o tatuaggi, e con una fertilità collettiva così intensa che si poteva quasi annusare – lo faceva arrossire in continuazione mentre predicava sui mali della crescita demografica incontrollata.”

A Richard, l’amico del cuore, il rockettaro bello e maledetto che si scopa ogni fica che cammina, che gli porta via la moglie senza volerlo, legato a Walter da quel rapporto di amicizia/amore maschile che ora chiamano bromance.

Al figlio Joey, 20enne in fregola che si scopa bene Connie, la figlia dei vicini di casa, ma poi quando va al college, pur restando fidanzato/incastrato con Connie preme per conoscere la sorella del suo compagno di stanza, Jenna, che ovviamente è bellissima quanto il suo compagno di stanza è bruttissimo.

Insomma, Franzen ha dei problemi con il sesso, pare il classico maschio padre di famiglia che, incastrato in un matrimonio insoddisfacente, sublima nella scrittura le cose favolose che vorrebbe fare con donne più giovani e che però descrive come un Harmony conservatore.

Chi mai scrive oggi, parlando di sesso orale, che “lei aveva una bocca celestiale”?

Ma, dico Jonathan, ti rendi conto?

Walter ha alle spalle una infanzia difficile, è un secchione, vuole arrivare in alto, ha un roommate al collage che fa musica e si fa ogni donna che gli attraversa la strada. E tutte ne sono affascinate, compresa Patty, la ragazza di cui Walter si innamora. E che poi cede a lui e lo sposa.

Libertà parla di scelte e di quanto sia facile sbagliarle. Libertà sembra riassumere tra le sue pieghe il seguente assunto: e ora che ce l’hai questa libertà, sei in grado di usarla? Walter, Patty, i loro figli, Joey e Jessica, l’amico di Walter Richard, tutti paiono cercare cose che poi davvero non vogliono, tutti paiono tesi verso una vita “diversa” forse più cool, ma realizzano di trovare conforto nella semplicità, forse nel fatto che sono le restrizioni alla libertà a rendere davvero liberi.

Una tesi conservatrice, senza dubbio, ma sostenibile, a patto di crederci e di farcela credere.

In mezzo alla strada dei personaggi di Libertà c’è il post 11 settembre, c’è la guerra in Iraq, la causa ambientalista e le sue contraddizioni, ci sono gli ideali e la loro mancanza. Il tutto frullato in modo poco convincente.

Scrivere un romanzo che ambisce ad essere Letteratura americana incastrando le storie dei personaggi nella Storia di un popolo e nelle contraddizioni delle sue parti politiche richiede un uso dei caratteri che cerchi di sfuggire allo stereotipo.

E invece. Richard è il classico artista bello e maledetto. Il figlio di Walter, Joey è naturalmente molto bello e ha un compagno di stanza al college Jonathan, naturalmente brutto. Il quale compagno di stanza ha una sorella naturalmente bellissima. Che Joey, ovviamente, sebbene abbia una storia (problematica) a distanza con una ragazza della sua città, Connie, vuole farsi subito (sebbene avesse mostrato in precedenza di rifuggire le bottarelle e via – ma forse era solo con le “tipe di seconda scelta”).

E Connie sembra quasi incoraggiarlo, quando gli dice “so che sei un maschio, hai le tue esigenze” (come dicono tutte le 18enni oggi). Salvo che poi Joey si incazza quando scopre che anche Connie aveva le sue esigenze, come femmina.

In modo fin troppo facile Franzen gioca la carta del “padri come i figli”. Il rapporto di Walter con Joey è quello che lo stesso Walter aveva avuto con suo padre. E come Walter si affranca dal padre Joey si affranca da Walter. Walter e Joey ripetono lo schema nelle loro vite: ribellione, matrimonio contratto presto senza troppa convinzione con una donna che ci piace ma non abbastanza, tentazioni sessuali che affiorano, riconciliazione. Certo, classicamente se Walter non arriva a riconciliarsi con suo padre, Joey si riconcilia con Walter. Del resto è anche passata una generazione, siamo nel 21esimo secolo!

Gli unici sprazzi di verità che abbiamo colto nelle pagine di Libertà sono nei dialoghi tra i personaggi, quando litigano si vede che Franzen parla di cose che conosce.

Patty e Walter, Patty e Richard, Patty e Joey. Coppie, amici, madre e figlio. Qui ci sono pagine vibranti, laceranti, autentiche.

E proprio Patty sembra sfuggire alla stereotipizzazione in cui cadono gli altri personaggi, restando l’unico carattere davvero interessante. Ma ella rimane schiacciata dalla “maschilizzazione” del romanzo.

Insomma, va bene fare letteratura popolare e imporre un romanzo che recupera valori conservatori, in questo Tom Wolfe sarebbe d’accordo con Franzen. Ma mai abbandonare la verità nella scrittura, cosa che il padre del new journalism non credo possa perdonare.

E, infine, non credo che il modo migliore per affrancarsi da Philip Roth (come Walter si affranca da suo padre) sia quello di rinunciare all’ironia, di prendere maledettamente sul serio se stessi (come fa Walter) senza prendere sul serio quello che si scrive, il contesto sociale, politico, ambientale che si racconta.

Se proprio non si vuole usare l’ironia rothiana, il disincanto, il cinismo beffardo di Wolfe sarebbero andati benissimo.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Troppa libertà, Mr Franzen

  1. Souffle ha detto:

    @affascinailtuocuore: A te no, ma al mondo dei media sì. Franzen è lanciato come uno dei narratori fondamentali del nuovo secolo. E anche lui credo stia studiando in quel senso. Il romanzo però mi pare una operazione di chi, appunto, “sa come si scrive oggi” o, per meglio dire, come si scrive un romanzo di successo. E ci sono ottimi romanzi che sono anche libri “di successo”. Questo, a mio parere, non è tra quelli.
    Grazie per il tuo commento.

  2. é solo un romanzo! E Franzen uno scrittore di successo che è riuscito a cogliere alcuni spunti “popolari”. Neanche per un momento mi è venuto in mente di inserirlo tra i “Grandi Americani”. é molto bravo e sa come si scrive oggi… La televisione ha colto questo aspetto o forse è Franzen che ha scritto pensando alla televisone? Interessante comunque la tua analisi.

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