Brevi, anzi: brevissime da Torino

Tornare a Torino, oltre che bello per l’allitterazione della T e della R, le piazze quadrate e le panchine gratuite è piacevole perché in un certo periodo dell’anno, mettiamo novembre, la città si riempie di cinefili, specie di solito schiva, appartata sulle montagne della cinefilia, che scende a valle ad abbeverarsi alla fonte del Cinema.

Le specie presenti si distinguono in accreditati e pubblico pagante, a sua volta distinto in chi-ci-va-una-volta-perché-mi-interessa-quel-film e quelli dell’abbonamento.

In questa occasione speciale, che interviene una volta l’anno, persone diversissime si (ri)trovano accomunate da una passione, quella dello stare in sala anziché fuori al sole invernale che ha bagnato la capitale sabauda nelle giornate tra il 25 e il 27 novembre, giorni nei quali ci siamo uniti ai cinefili – di cui facciamo parte (sottospecie abbonati) per vedere alcuni film.

Il vincitore, il film islandese Á ANNAN VEG / EITHER WAY di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson, non lo abbiamo visto, ma il Premio speciale della Giuria (17 filles di Delphine e Muriel Coulin) sì. Forti di questa legittimazione, ecco, brevissimamente, cosa abbiamo visto.

Le Havre di Aki Kaurismaki

Favola sociale senza sociologia sull’immigrazione disegnata magnificamente dal regista finlandese, innaffiata di ironia e di Calvados. Si aiuta se stessi aiutando gli altri come parte di un tutto, il genere umano. Irrispettoso il titolo italiano.

Tatsumi di Eric Khoo

Il regista di Singapore racconta uno dei più importanti disegnatori giapponesi, Tatsumi Yoshihiro, che ha rivoluzionato l’arte del manga, trascinandola da territorio per bambini a gioco narrativo per adulti.
Gioco riuscito tra documentario biografico e fiction, in cui è il fumetto a raccontare il film.

The room (Heya) di Sion Sono

Sapere morire. La morte, se merita lo stesso rispetto della vita – specie quella di un killer che sa di cosa parla – ha bisogno della giusta scenografia. Scegliere non come morire, ma dove morire, massimo segno e senso di libertà. Geometrica riflessione filosofica di straordinaria potenza visiva. Uno dei migliori film visti a Torino. Peccato sia del 1992.

Moneyball di Bennett Miller

La partita si è già giocata prima di scendere in campo. Un film – se dietro c’è una macchina produttiva (in senso lato) che funziona, si è già girato sulla carta, le riprese sono solo un fastidio necessario, anche se occorre che dietro la mdp ci sia, che so, un Bennett Miller.

Il re del sottotesto, Aaron Sorkin ci racconta la storia di un allenatore di baseball capace di portare un nuovo modo di pensare la costruzione di una squadra, che ha rivoluzionato la storia dello sport, ma vuole parlare di tutt’altro. Di come a Hollywood si costruisce un film di successo e del nuovo modo (di un nuovo modo) di raccontare cinema. Prima o poi a Hollywood gli altri faranno come i Red Sox, che copiando il metodo inventato da Billy Beane degli Oakland Athletics (ma Brad Pitt è sempre più bravo!), vincono il campionato. 

17 filles di Delphine e Muriel Coulin

Due sorelle francesi scrivono e dirigono per la prima volta un film insieme basato su un fatto di cronaca: 17 adolescenti in un liceo decidono di rimanere incinte.

Il fatto di cronaca c’è tutto ed è anche interessante giusto il tempo di finire il trafiletto del giornale. Quando si tratta poi di farne cinema e raccontarci, attraverso questo fatto una visione del mondo, le cose sono più difficili, non agevolate da una scrittura che non approfondisce nessuno dei caratteri, non crea empatia con lo spettatore, riproduce ad nauseam le problematiche delle ragazze in un circolo vizioso interrotto bruscamente dalla svolta finale, costruita in funzione meccanica per chiudere la storia. Nell’augurare tanta fortuna alla Teodora film che distribuirà la pellicola, purtroppo comunichiamo che non andremo a rivederla.

Into The Abyss di Werner Herzog

Documentario sulla condanna a morte in Texas del giovanissimo Michael Perry per triplice omicidio, e della condanna all’ergastolo del suo complice Jason Burkett che Herzog allestisce con la solita perizia, qualche lunghezza e dispersività di troppo e uno sguardo sull’America (anzi: sugli americani) che va ben oltre la questione etica sottesa all’opera (pena di morte sì/no) ed è il motivo di interesse (l’unico) di documenti del genere.

Hanotenet/The Slut di Hagar Ben Asher

Film israeliano diretto dalla stessa protagonista riflette in modo interessante sulla libertà e la schiavitù sessuale. Fare la puttana per solo piacere rende schiavi o padroni della propria sessualità? La protagonista Tamar – già madre di due figlie – cerca di uscire dal ruolo provando a mettere su famiglia con il veterinario originario di quelle campagne e tornato dalle sue parti, rimanendo anche incinta. Ma non è facile abbandonare ciò che si sente o ciò che si è (o che gli altri – amanti delusi che tornano alla carica – ci fanno essere) o quello che probabilmente si è diventati. Qui la regista gioca bene d’ambiguità: è Tamar a non vedersi nel ruolo di compagna di un (solo) uomo oppure è l’ambiente (le splendide scenografie rurali, il sapore di campagna, l’odore del sudore e della fatica in un ambiente povero) a costringere a recitare quella parte, imprigionati dalla scenografia immodificabile?
Elaborazione suggestiva accompagnata però da una costruzione del quadro fastidiosa (uso della messa a fuoco del soggetto in primo piano e fuori fuoco lo sfondo che alla lunga paiono più fastidiosa maniera che generazione di senso) e dall’uso di soggettive non sempre giustificato.

Win Win di Thomas McCarthy

Win win vuol dire che vinciamo tutti, che non ci sono sconfitti e che la storia l’abbiamo portata a casa. E sembra essere la filosofia del cinema finto/indipendente americano.
Avvocato un po’ sfigato nei guai economici, si prende cura a pagamento di un vecchio rincoglionito con un po’ di grano e anche, per accidente, di suo nipote, piccolo campioncino di wrestling da inserire prontamente nella squadra che l’avvocato allena nel tempo libero per sollevarsi dalle frustrazioni lavorative.

Sempre corretti, sempre innocui, sempre problematici con risoluzione finale del mosaico, sempre con quella vena di tristezza malinconica a rischio catatonia. I film cosiddetti indie rischiano di essere sempre più uguali a se stessi.
Sarebbe ora di osare qualcosa di politicamente meno corretto, di inseguire vie meno tradizionali e per tutta la famiglia.

Basement di Robert Altman

Del completo e corposo ciclo Altmaniano abbiamo purtroppo visto solo questo film, che però ci ha ripagato totalmente.
Tratto da due atti unici di Pinter, Basement è un piccolo saggio sull’isolamento delle persone, le insicurezze, le difficoltà di comunicazione, i fraintendimenti del linguaggio, scritto da dio e impaginato benissimo da Altman.

Midnight in Paris di Woody Allen

Che Allen ami Parigi – la Parigi che ha nella sua testa, non quella vera (ma quale scrittore ama/racconta una città vera? e che noia sarebbe?) – si sapeva e non era necessario un ulteriore film per apprenderlo.
Già Tutti dicono I love you rendeva perfettamente e in modo leggiadro l’idea senza necessità di repliche.
Che Allen capisca e ami Parigi meglio di Londra o Barcellona, questo era altrettanto chiaro a  chi ha visto i film precedenti.

Midnight in Paris usa stancamente pezzi di Manhattan, di tutti dicono I love you (la medesima inquadratura del molo sulla Senna dove Goldie e Woody ballavano magicamente) di Alice, di La rosa purpurea del Cairo. Ad un certo punto si sente pure tutto un discorso sulla parola “pedante” (e viene in mente: il “e poi pedante, Fan Gagh” di Manhattan).
Rifare lo stesso film vuol dire ragionare sugli stessi temi in modo diverso, non, letteralmente, rifare lo stesso film.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2010. Contrassegna il permalink.

5 risposte a Brevi, anzi: brevissime da Torino

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  4. Noodles ha detto:

    Le Havre (cncordo con l’oscenità del titolo italiano, che crea anche spoiler) è la favola di Natale che vorremmo sempre nelle feste (almeno per noi italici coincide con le feste la sua uscita). Splendidamente interpretato. A me ha proprio riscaldato il cuore, con ironia.

    Purtroppo hai ragione su Allen. Non sono così pessimista ma concordo su tutte le critiche.voglio dire è sempre bello vedere un suo film, non mi annoio mai, ma stavolta il didascalismo ha preso il sopravvento. peccato, l’idea era bella.

    • Souffle ha detto:

      Quello di Kaurismaki dovrebbe essere il film (l’unico) da vedere in queste feste. ^^
      Allen a mio parere non è la prima volta che butta via una idea molto forte (vedi Melinda e Melinda).
      Buone feste Noodles!!

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