La talpa, o dell’ammirazione per il meccanismo

Non credo nel regista che inventa in fase di realizzazione
come fosse un genio, credo nel lavoro ben pianificato e poi fatto con cura.
Sono un cineasta che si definisce concreto.

Tomas Alfredson

Il regista svedese Alfredson, che ha ottenuto una notevole visibilità con il suo magnifico Låt den rätte komma in (Lasciami entrare) ha ottenuto la possibilità dalla Working Title di cimentarsi con lo spionaggio, filmando uno dei libri più importanti del britannico John Le Carrè, La talpa.
Ottenuto un cast che definire solo magnifico sarebbe sminuirne il valore (1), Tomas Alfredson ha fatto suo il libro con un’opera che è una dichiarazione d’amore per il meccanismo.  Il regista ha raccontato che da bambino si sedeva accanto al padre a vedere i film di spionaggio, dopo l’ammonimento “o ti siedi e segui la storia, o te ne vai”. 

Questo è l’avvertimento che occorre dare al pubblico, non per scoraggiarlo ma per non fargli nutrire diverse aspettative.

Tinker, Taylor, Soldier, Spy, fascinoso ma improponibile titolo originale di romanzo e pellicola, è un film sì di esplosioni, ma tutte interne ai personaggi, emozioni fortissime ma di necessità taciute, sentimenti (in)espressi, affidati a brevi movimenti facciali, negati, forzatamente abbandonati (l’amore omosessuale che un assistente del protagonista deve sopprimere perché finito sotto osservazione – lo scandalo può essere usato contro di te), quando il lavoro schiaccia e uccide la vita (privata). 
Il capo di una sorta di Echelon sei servizi segreti britannici (chiamato, non a caso, in  codice, Control) viene prepensionato insieme al suo stretto collaboratore Smiley, non prima di avere ventilato – inascoltato – l’ipotesi di una talpa che lavori per i russi all’interno dell’organizzazione. E non un tipo qualsiasi, uno di quelli dei piani alti, uno dei suoi stretti collaboratori.

Il film, certo, richiede attenzione per il dipanarsi della storia, perfettamente controllata da Alfredson, a cui però non interessa tanto sciogliere un nodo che sappiamo film dall’inizio verrà sciolto (scoprire chi è la talpa). La parte del whodunit è la più tipica e meno interessante. Ciò che interessa il regista svedese (e noi con lui) è il puro e semplice meccanismo scacchistico (nella casa di Control, Smiley tova le foto dei presunti traditori attaccate su dei pezzi degli scacchi) che Smiley gioca mossa dopo mossa, arrivando tenacemente e pazientemente alla conclusione (come negli scacchi, anche nello script, mosse apparentemente inutili o “noiose” rivelano alla fine tutta la loro necessità).
La contingenza che spinge a violare la riservatezza di vite private mai condivise segna ancora di più la cesura tra pubblico e privato, tra lavoro e casa.
Il forzato divertimento del party natalizio in ufficio e la vita vera affidata a brevi momenti di (in)visibilità nella storia. Il controllo da esterno diventa interno, l’indagine sui colleghi diventa ingresso di intimità nel mondo maschile di sentimenti trattenuti. 

Alfredson gira il film cogliendo lo straordinario amore inglese per il meccanismo perfetto, unito a quello per la riservatezza personale e l’imbarazzo per la necessità di violarla, muove la mdp come su una scacchiera (movimenti orizzontali o verticali precisi e sicuri) concentrando/costringendo gli attori/pedine su scenari chiusi ne fa esplodere l’uso del corpo, restituendoci la claustrofobia delle mondo autoreferenziale delle spie chiuso in orizzonti non rivelabili né dal altri conoscibili, fingere di non essere se stessi.
Il confronto nel prefinale, tra Smiley e la talpa è di una forza drammaturgica straordinaria. Due uomini che in pochi minuti tentano di entrare in un contatto (intimità sarebbe troppo) di cui prima non sentivano la necessità, spinti dalla contingenza (Smiley sciogliere un paio di ultimi nodi, la talpa affidargli due piccole commissioni). Per Smiley è anche il momento di scoprire quanto il lavoro avesse toccato anche il suo matrimonio. Due uomini, una stanza e l’uderstatement. Meraviglia.

La riconquista del Circus (nome in codice del servizio spionistico di ascolto) da parte di Smiley dopo che ha catturato la talpa, il suo sedersi nella poltrona che fu di Control, rivela un momento di orgoglio trattenuto (Oldman è più che bravo) ma non è sentimento derivante da superbia o ego, quanto l’orgoglio, tutto inglese, di un compito, ma anche dovere (duty), ben fatto.

(1) A beneficio della curiosità dei lettori citiamo: John Hurt, Gary Oldman, Toby Jones, Colin Firth, Benedict Cumberbatch.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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7 risposte a La talpa, o dell’ammirazione per il meccanismo

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  2. Noodles ha detto:

    Completamente d’accordo su tutto e in particolare su quel finale. Oldman è di una bravura mostruosa. Recita trattenuto eppure è facilissimo cogliere le emozioni che gli passano sul volto. Hai ragione, alla fine ha quell’espressione tutta “britannica”, che non lascia spazio all’egocentrismo, ma solo al professionalismo.
    Film molto complesso che richiede una grande attenzione, ma diretto magnificamente (per non parlare degli attori).

  3. Alessia ha detto:

    bellissimo…non capisco perchè tanti isistano sul fatto che la trama sia incomprensibile…ci vuole solo attenzione!mia recensione qui:
    http://firstimpressions86.blogspot.com/2012/01/tinker-tailor-soldier-spy.html

    • Souffle ha detto:

      Mah, non saprei, sai probabilmente è una questione di approccio al film. O ai film in generale… ^^
      Leggo la tua recensione. Grazie per il tuo commento!

  4. Souffle ha detto:

    @emmegi: quello che per te è un difetto, per me è un pregio e il cuore del film :).
    Grazie per il tuo commento e per essere passato di qui.

  5. emmeggì ha detto:

    Per me eccessivamente frammentato nella sceneggiatura, punteggiato com’è di dettagli poco pregni. E anche i personaggi non mi tornano, incompleti, sbilenchi, e poco partecipati dal cast. La prima parte è soporifera, poi si rianima un po’ la vicenda, e finalmente si riesce secondo me ad apprezzare l’ambientazione, la ricostruzione storica e sociale dello scenario.

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