Steven B. De Mille

Nessuno come De Mille sa quello che vuole il pubblico americano e sa come darglielo.
Nessuno più di Steven Spielberg ha meritato il Cecil B. De Mille Award. Questa sua ultima opera War Horse, trasuda la spettacolarità popolare del cinema americano, scevra da messaggi da mandare, in favore di inquadrature da sostenere.

“If you want to send a message, use Western Union”, pare chiosasse Sam Goldwyn, uno di quelli della MGM. E De Mille sposò in pieno l’etica di Goldwyn (e di Meyer) facendo quel cinema popolare che forse non sarà ricordato dai cinefili ma certamente dal pubblico (e dai produttori) sì.
E così Spielberg non è l’erede di John Ford,  ma è certamente il nostro De Mille 2.0, colui che ha saputo (e sa) fare cinema per portare gente al cinema, incantando un nuovo pubblico popolare. Analogo tentativo lo ha fatto Scorsese con Hugo Cabret (1), avvicinarsi a un pubblico diverso, mostrare il giocattolino magico fine a se stesso, meraviglia per la meraviglia. Una serie di apps splendidamente inutili e rapidamente noiose, subitamente abbandonate per nuove che incalzano sulla home page del mio i-phone/i-pad.

Spielberg è poco interessato a raccontarci la guerra e i suoi orrori (e del resto già lo ha fatto per un pubblico adulto molti anni fa), cerca di non addentrarsi troppo in indagini filosofiche su uomini e animali (questi ultimi sono inferiori, eccezion fatta per quelli chiaramente eccezionali, uomini ad honorem – da Buck in poi, nevvero?), evita di scendere nelle profondità dei sentimenti nascosti di un padre che visse la guerra (anglo-boera) ma non volle raccontarne la vergogna e l’orrore al figlio.
Più che dare spessore ai personaggi, il regista è interessato a dare spessore ai tramonti, (ri)costruire in studio il melodramma “ragazzo incontra cavallo” che si appresta a narrare alle famiglie. Certo, ci sono i morti e c’è la morte, ma si tratta dei confederati di Via col vento, la mdp si alza a scoprire i cadaveri di uomini e cavalli, insieme in pace, insieme in guerra.

Il nostro cavallo da guerra passa di mano in mano in rapida successione di storie che fanno da sfondo a una corsa verso il ricongiungimento familiare in un finale già scritto. 

Le scene madri sapientemente costruite, fanno piangere il pubblico più disposto e, forse, meno cinico di chi scrive queste note. La narrazione prosegue semplice, facile da seguire, muovendosi su binari solidi che non confondono l’audience.
La famiglia si riunisce alfine – cavallo compreso – sotto un cielo rosso fuoco. Domani, in fondo, è un altro giorno.

(1) Hugo oltre 100 milioni di dollari incassati finora, War Horse oltre 126 milioni di dollari (fonte: Boxoffice Mojo).
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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9 risposte a Steven B. De Mille

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  2. Noodles ha detto:

    War Horse è la dimostrazione che a volte Spielberg va salvato da Spielberg. Panorami e buoni sentimenti che però non riscaldano mai, non colpiscono mai davvero. è la cartolina patinata del cinema di Spielberg. da dimenticare subito.

  3. Alessia ha detto:

    eravamo solo in dieci ieri in sala…avrei tanto voluto che fossimo molti di più. Perché questo per me è un grande film, commovente classico e antico in ogni senso, ma è proprio il fatto di saper raccontare magnificamente ancora oggi una storia di questo tipo e in questo modo(praticamente senza mostrare una goccia di sangue, ma riuscendo a darmi lo stesso brividi ed emozioni intensissime), a rendere il film così forte. Spielberg sa ancora raccontare ed è ancora un grande regista.

    • Souffle ha detto:

      @Alessia: indubbiamente classico. Ma non del classico che emoziona me. Naturalmente abbiamo opinioni differenti ed è bello che sia così. Ecco, il preferisco che il sangue il sudore e le lacrime si vedano sullo schermo, non siano una riproduzione. Non so se riesco a spiegarmi, è un po’ difficile farlo.
      Tu rimarchi come un pregio il non avere mostrato una goccia si sangue, io lo ritengo un difetto. Cioè non è che sia un difetto, semplicemente indica una modalità di raccontare, avendo presente un pubblico da raggiungere, che non è quella che interessa o emoziona me.
      Io preferisco il sudore addosso a Mitchum, la polvere addosso a James Stewart “vere”, la vera sofferenza sul volto di Bogart, più che questi volti da Studio, come nei film di De Mille, commoventi, spettacolari, magnificamente realizzati ma che non riscuotono il mio entusiasmo.
      grazie per il tuo commento e per essere passata di qua.

      • Alessia ha detto:

        si si capisco il tuo punto di vista…ma come hai detto tu per l’appunto ha scelto un modo di raccontare diverso legato a un target di pubblico più ampio… personalmente non mi aspettavo un altro salvate il soldato Ryan(perché avrebbe dovuto esserlo?quel film come hai giustamente sottolineato era già stato fatto)e secondo me le soluzioni utilizzate per non mostrare mai direttamente la morte di alcuni personaggi non solo non hanno tolto forza al momento ma lo hanno amplificato: è facile sconvolgere con un corpo straziato, ma farlo usando semplicemente un cavallo che corre all’impazzata senza più in groppa il suo padrone per me è straordinario. Comunque ne scriverò prossimamente e cercherò di spiegarmi ancora meglio in merito!grazie a te per la pronta risposta:)

  4. Souffle ha detto:

    Ti ringrazio molto ^^
    Ti auguro una buona serata.

  5. laulilla ha detto:

    Molto, molto d’accordo e molto ben scritto. Complimenti!

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