Dobbiamo parlare di Kevin

L’amore è un dardo. Uccidere come unica possibile manifestazione di un amore inesprimibile se non nel conflitto, soffocante eppure necessario. E ora parliamo di Kevin (ma in inglese suona più come “dobbiamo parlare di Kevin”) della regista Lynne Ramsay ci parla di figli e incapacità di gestirli, egoismo e, prima di tutto di maternità, non voluta, sopportata, elaborata, cercata e infine (ri)trovata.

Kevin fin da piccolo, con quella intuizione che hanno i bambini di grande intelligenza, capisce che sua madre, donna votata alla azienda e a se stessa, non lo ha voluto, ha difficoltà ad accettarlo e a (capire come) amarlo, e che l’unica possibile difesa/offesa è una sottile guerra con la genitrice, esasperandone la già fragile pazienza, svelandone l’ipocrita tentativo amore filiale, smontandone i “discorsi da madre”, già noti prima di essere cominciati. Se da piccolo era un gnè gnè gnè a chiudere l’argomento, da adolescente è la formidabile messa in scena del copione da “madre-che-vuole-passare-una-serata-col-figlio-e-fare-i-discorsi-da-grandi” che uccide una conversazione, svelandone la falsità e manifestando la difficoltà di uscire da codici del discorso fossilizzati dalla incapacità, stanchezza, dei genitori a rappresentare qualcosa di diverso. Non ha forse diritto un figlio, di maggiore sforzo da parte di una madre? E non ha una madre il diritto di fare errori, di aggrapparsi al luogo comune, per non annaspare nella difficoltà di amare un figlio?

Sottopelle Kevin rispetta più Eve che accetta il combattimento, di suo padre Franklin che ignora i problemi e colma la sua assenza cucendola col quality time. Sarà lui a dare a Kevin arco e frecce, e non possiamo non sorridere quando dice al figlio “sei molto portato”.
L’arrivo della sorellina di Kevin produce un ribaltamento. Eva, ora pronta per essere madre, riversa su di lei le attenzioni che non riusciva a dare a Kevin, mentre per Franklin è all’inizio una sorpresa sgradita (quando pensavi di dirmelo? tuona in camera da letto).

Il film della Ramsay (anche sceneggiatrice) ci racconta la famiglia come campo aperto, in cui ognuno marca il suo territorio, rivendica posizioni e attenzioni, non è disposto a cedere la sua indipendenza per donarla a qualcun altro, ogni egocentrismo pretende vittoria. Nella battaglia per la conquista del posto e dello spazio nel teatro familiare, a Kevin non interessa avere su di sé l’attenzione del padre o della sorella, (già) conquistate e per questo fatte fuori, ma quella della madre, origine della vita (e della morte), con lei l’adolescente maschio ha quel rapporto speciale biologico che è insieme rifugio e prigione. I destini segnati di Eva e suo figlio Kevin (lei marchiata a vita nel quartiere come madre del killer, lui nella prigione che segna per sempre) si ricongiungono in un abbraccio che è insopprimibile necessità di stare insieme. Rapporto madre-figlio, rifugio e prigione.

La Ramsey rinuncia saggiamente alla narrazione classica da procedurale (avremmo avutouna ennesima Columbine) con i tradizionali flashback, preferisce giocare fluidamente coi piani temporali che divengono il flusso di ricordi di Eva storicizzato in un presente che è insieme passato da cui non ci si libera. L’uso abile degli spazi, il sonoro (e la sua assenza) protagonista della scena, la precisione chirurgica dello script e un cast strepitoso (Tilda Swinton, John C. Reilly, Ezra Miller e i due piccoli incredibili Kevin, Jasper Newell e Rock Duer) ci fanno chiedere: e gli Oscar? Nessuno? Nessuno.

Annunci

Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2012, infanzia, maschi e femmine e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Dobbiamo parlare di Kevin

  1. Pingback: Classifica di fine anno cinematografico | Percorsi diversi

  2. Souffle ha detto:

    Sì, potremmo farlo, quest’anno sopratutto.

  3. laulilla ha detto:

    Si potrebbe ipotizzare una specie di “legge degli Oscar” il cui numero sia direttamente proporzionale al vuoto più o meno spinto dei film?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...