Edoardo II, venti anni dopo

Edoardo II ha compiuto 20 anni. Venti e un pezzetto, d’accordo. Il film è del 1991 ed è il culmine del Jarman più “commerciale” (se mai questa parola si può usare nel suo caso), meno ostico, punk, criptico, ma ugualmente furioso.
Jarman prende il testo di Marlowe e ne mette in scena l’essenza, figurativamente e politicamente.
La scenografia, spoglia, elisabettiana richiama volutamente il mondo esterno come teatro. L’assenza di elementi scenografici ulteriori impedisce di distrarsi dal testo e dalla sua rappresentazione.
L’inserimento di elementi scenici contemporanei avverte lo spettatore dell’assolutismo storico della vicenda. Non ti sto raccontando una storia antica, la storia, questa Storia è qui, ora.
L’aspetto principale dell’opera che interessa Jarman è la storia d’amore amicizia e comunione tra Edoardo e Gaveston, due uomini non possono amarsi, sopratutto se uno è il Re. La società pretende un matrimonio, la discendenza, una vita regolare.
E l’affermazione “politica” del regista è il rifiuto del compromesso, sbattere in faccia al pubblico (e quindi al mondo) la propria condizione, la voglia di essere se stesso accompagnata dalla consapevolezza della inevitabile morte (per sé e per il suo amante) che l’ipocrisia avrebbe forse consentito di evitare.
E insieme la voglia di combattere per un cambiamento della società e per ciò in cui si crede, per (ri)fondare, (ri)dipingere la tela usando colori diversi.
Jarman è diretto, quasi brutale nell’affermare con immagini, in questo sposando l’etica di Marlowe (molto più diretto rispetto al contemporaneo Shakespeare).
La brutalità della polizia inglese, la ferocia unita all’indifferenza dei giornalisti, la punizione finale che attende il Re dopo la sua deposizione (impalato, così impara il frocio), tutto è esposto senza ambiguità e senza correttezza politica.
Jarman era politicamente attivo nella vita e nel suo cinema.
Il suo è stato da sempre cinema pittorico, in cui la composizione del quadro sostituisce lo script quasi sempre frutto di improvvisazione e ispirazione, come le pennellate sulla tela. L’amore di Jarman per il Super8 e la sua profondità di campo, il suo mettere tutto a fuoco, e quindi dare pochi problemi tecnici all’artista che si sente completamente libero – rispetto al 35 mm – di impugnare la mdp come un pennello.

L’altro aspetto che interessa il regista in Edoardo II è la distruzione dell’Arte e della sua libertà da parte del governo britannico conservatore.
Gaveston e il suo Re vogliono godere le cose belle, divertirsi, amarsi e stare nella pace. Al contrario, la Regina, il suo amante e i Baroni che tramano contro il Sovrano sono gretti, incolti, avidi, incapaci di comprendere il linguaggio dei due amanti il loro messaggio di pace, la guerra, il conflitto come necessità ed espressione di virilità, il nemico da individuare come esercizio del potere.
L’educazione, fin da piccoli alla virilità espressa attraverso l’uso della forza è tema molto sentito da Jarman, che era figlio di un militare e che nell’infanzia e adolescenza aveva subito le pesanti conseguenze dell’educazione familiare e di quella scolastica del collegio che non tolleravano il suo essere diverso.
Jarman, alcuni anni prima con The Last of England (1) aveva raccontato in modo magistrale la distruzione dell’Inghilterra ad opera del thatcherismo, l’arte abbandonata, lo sperimentalismo lasciato spegnersi lentamente, come i fuochi che si scorgono ogni tanto, segnalati da rivoli di fumo.
E poco prima di Edoardo II abbiamo l’importante The Garden dove il privato del regista diviene pubblica affermazione della propria lotta contro l’aggressività dei media e della società mischiando docu e fiction.
Edoardo II prosegue in questo discorso e si fa più mainstream, meno volutamente criptico perché è necessario che tutti comprendano.
Perché parlare di Edoardo II dopo 20 anni? Per ricordare a chi non lo ha visto un gran pezzo di cinema da recuperare e per sottolineare con una certa malinconia che il suo messaggio non è invecchiato.
Il Potere si nutre di una sola virilità, pretende un unico stile di vita, non concede nulla a chi si (di)mostra diverso.
I media si nutrono del diverso finché fa vendere copie, poi passano ad altro, il potere lo cancella, lo anestetizza nel ricondurlo alla Regola, lo ingabbia come eccezione depotenziandone la portata rivoluzionaria (l’innocuo sissy) e se Egli si ribella, se vuole farsi Altra Regola, lo sopprime.
E l’Arte gode dello stesso trattamento, ingabbiata dalla sua rappresentazione mediatica, smussata, addolcita, levigata per non pungere. Innocua perché non scuote. Se si piange o si dichiara di averlo fatto, è pianto comandato dalle regole del marketing del pianto.
L’affermazione della Alterità, la rivendicazione di un posto sul palco della rappresentazione rimane impossibile, confinata ancora negli spazi che il mainstream le concede. Fate quello che volete, basta che lo facciate a persiane chiuse. La regola di governo dell’eterosocietà non può essere cambiata. Nemmeno da un Re.

(1) The film is like no other; occupying its own space; usually when you’re told this it’s a publicity stunt; but with this film it’s true; but don’t think I feel novelty a virtue. The Last of England is exciting because it makes all recent British Cinema look very tired. It makes the work of my contemporaries pale into conformity.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Edoardo II, venti anni dopo

  1. Souffle ha detto:

    Grazie, sei davvero gentile. 🙂 Buona domenica.

  2. laulilla ha detto:

    Non conosco questo film, ma apprezzo la tua scrittura: leggerti è molto piacevole!

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