Una spia non basta, il mainstream conservatore

Ah, che nostalgia degli scontri maschio-femmina filmati da Hawks, che rimpianto per la perfidia delle battute dei film di Cukor. 
Quando ci si trova davanti a Una spia non basta (in USA intitolato in modo più fumettoso This Means War) si preferirebbe essere nati nell’epoca della censura, che partoriva copioni di maggiore sapidità.

Il film diretto da McG già noto per avere portato in scena le Charlie’s Angels (quantomeno con una ironia e incredulità sconosciute a questa pellicola) parte da un soggetto potenzialmente esplosivo: due agenti della Cia, giovani e belli, amici per la pelle SOno Chris fisicazzo Star Trek Pine e l’inglese Tom Hardy), in modo fortunoso si innamorano della stessa donna, ennesima replica della Liz Lemon di 30Rock (in carriera, intelligente, bella che nasconde il potenziale, lavoratrice indefessa, mangiatrice di schifezze e single che non trova un uomo nemmeno col lanternino) cui Reese Whiterspoon tenta di dare spessore.
I due useranno tutte le armi (segrete) a loro disposizione per farsi belli con la tipa, che dovrà scegliere il migliore. 

Purtroppo, il copione troppo “serio” (perché troppo maschile, le donne sanno essere decisamente più ironiche) butta nel cesso un soggetto potenzialmente esplosivo aiutato dal regista che (a differenza di quanto aveva fatto con Charlie’s angels) non lavora su sottigliezze ironiche (siamo ancora alle battute sulla dimensione del pene), non aiutato nemmeno dal cast, cui manca l’armatura iconica necessaria a occupare la scena come Bugs Bunny.

Al di là del casting, che è sempre una incognita, della necessità di accontentare il pubblico maschile che se non vede un po’ di azione si annoia (ma quanto erano action gli inseguimenti in Twentieth Century?), quello che sconcerta in questi prodotti è il loro conservatorismo. 
Se con Cukor (ma anche con Hawks) potevi godere della modernità delle figure femminili, donne “scandalose” che conducevano il gioco, in questo film che ammicca ai cartoon Warner fin dal titolo (originale) senza averne la dirompente anarchia, tutto è un inno alla conservazione: della famiglia dell’agente Tuck, separato ma in odore di riconciliazione, del corpo della nostra donna in carriera (che accoglie un uomo solo, altro che trasgressione) della istituzione matrimoniale (l’amica che la spinge a osare iscrivendola a un sito di ricerca anime gemelle – vedi alla voce scrivimi fermo posta – nonché a scoparsi entrambi i pretendenti, ma che si gode la tranquilla e poco erotica trasgressione matrimoniale).
E i due amici per la pelle in lotta per la donna (ma questo non cambierà la nostra amicizia!) non sono nemmeno capaci di giocare con allusioni bromance, credibili come quelle che potrebbero scambiarsi Stallone e Chuck Norris.

Perché vedere una tale ignobile e noiosa storia? Perché il cinema mainstream, anche film insulsi come questo, possono raccontare molto, non della storia del cinema, ma della storia della nostra epoca. Ah! se ci fossero stati Kate Hepburn e George Cukor, il diavolo e la femmina, quante gliene avrebbero cantate.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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Una risposta a Una spia non basta, il mainstream conservatore

  1. Johnd278 ha detto:

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