Chronicle, il lato oscuro del teen superhero

Qui non si scrivono recensioni, si scrivono pezzi di vita o pezzi di torta, fatta in casa naturalmente. Così se devo raccontare a chi capita da queste parti Chronicle, l’esordio di di Josh Trank – figlio d’arte – scritto da Max Landis – figlio d’arte (nel mondo dei media si entra per cooptazione) comincerò da Dane DeHaan. Chi è? diranno i più attenti tra voi.

Se foste dei fan di In Treatment avreste capito subito. Il giovane Dane (classe 1987) si è fatto conoscere come Jesse, l’adolescente gay in terapia dal Dr Weston (David Byrne) dove ha stupito tutti per la potenza della sua interpretazione, guadagnandosi notorietà e il posto da protagonista in questo film low budget (15 milioni di dollari) dove probabilmente tutti hanno lavorato a paga sindacale e il grosso dei soldi se ne è andato negli stupefacenti effetti speciali.
Grazie a Dane, di cui ricevo gli aggiornamenti su Facebook ho saputo del film diversi mesi fa. Uscito a maggio 2012 in USA ha già incassato worldwide più di 120 milioni di dollari, ripagando ampiamente i finanziatori e assicurando un futuro al regista e allo sceneggiatore, oltre che al nostro Dane che speriamo lo capitalizzi bene (per il momento lo vedremo in un film sulla beat generation dove Daniel Potter Radcliffe fa Ginsberg – aiuto). 

Insomma un successo e siamo sicuri che Max Landis avrà chiesto qualche consiglio a papà John per imbastire uno script che capitalizza tutti i topoi del genere e sa dove andare a parare per chiudersi nel modo dichiarato all’inizio (il che vuol dire, nell’ottica industriale americana, nel modo giusto).

Allora, il nostro giovane e bel Dane è Andrew, un adolescente nerd, si sente sfigato ha la madre bloccata da una malattia e il padre alcolizzato che lo picchia. Suo unico amico è il cugino Matt (Alex Russell, già super hot protagonista del magnifico Wasted on the young), che è invece bello e popolare. Andrew non fa che riprendere gli altri con una videocamera vintage per rivedersi pezzi di vita altrui (la vita che vorrebbe vivere) in televisione (e qui tralasciamo tutti gli ovvi discorsi sui social network, sul solipsismo, sulla vita vissuta in differita, sui dialoghi solo in chat, sulla difficoltà di comunicare se non manifestando se stessi). 
Come nei classici di fantascienza Andrew, Matt e un amico di quest’ultimo, già candidato a presidente del consiglio studentesco o whatever, scoprono una caverna, ci si buttano dentro e vengono investiti di una serie di superpoteri (telecinesi e volo) in stile Superman.
Accantonata la iniziale fase ludica (giochiamo a fare i supereroi per divertirci) si sa che da grandi poteri derivano grandi responsabilità.
Andrew, il nostro protagonista però non è Peter Parker, piuttosto il lato opaco della medaglia.
Più che nascondere la sua identità, vuole esibirla, più che aiutare gli altri desidera capitalizzare se stesso. Adolescente dei suoi tempi, vuole apparire per essere e ne ha le facoltà. Chissà se ora che può fare cose fighe le ragazze gliela daranno, chissà se ora che può distruggerli gli adulti lo ascolteranno?
L’aspetto che mi ha colpito è che la rabbia di Andrew diretta a che il mondo si accorga di lui non ha dietro nulla. Andrew non ha particolari qualità né pare diretto a ottenere alcuno scopo se non quello di essere notato (e di riflesso apprezzato pro forza). In questo senso l’obiettivo, condiviso coi due compagni di avventure, di ritirarsi in Tibet per scoprire la meditazione e l’alienazione dal mondo, è semplicemente una posa, una moda, labile e vacua come uno status su Facebook, alla quale non crediamo nemmeno per un secondo.

I due autori – regista e sceneggiatore – classe 1985, paiono suggerirci che la rabbia giovane è potente, incontrollata e inarrestabile.

Landis e Trank lavorano su metafore consolidate, con un apparato iconico tradizionale, non rischiano molto se non nelle sottigliezze che regalano al pubblico più attento e portano a casa la pagnotta, evitando discorsi troppo profondi e complicazioni filosofiche, lasciando che la pura meraviglia visiva e i combattimenti fumettosi si mangino a volte la solidità dell’assunto. Però in questi casi verrebbe da dire ai giovani registi italiani 27enni come i due autori, citando il De Fornari:  vedetelo e vergognatevi.
Il nostro adorato Dane è bravo e lo attendiamo in nuove prove e in futuri servizi fotografici in cui posa, bello e tenebroso, per le riviste cultural chic.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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