Molto forte, incredibilmente vicino, il cambiamento è accettarsi

Try again. Fall again. Fall better
 (Parafrasando Beckett)

A Stephen Daldry piace confrontarsi con i libri di successo, siano essi il meno conosciuto romanzo di Bernhard Schlink (The Reader), o il fenomeno mediatico/letterario The Hours di Cunningham, fino al ROMANZO dell’11 settembre, quel Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, tra i primi a fare letteratura e riflessione politica dalla tragedia dell’11 settembre.

Thomas Schell, eccentrico padre di Oskar, col quale il bambino ha un rapporto di complicità e comprensione speciali, muore nel crollo delle torri gemelle. Il padre spesso coinvolgeva Oskar nella soluzione di “misteri”, stimolando e facendo leva sulla innata curiosità scientifica del figlio per spingerlo inconsciamente a lavorare sulla sua difficoltà nei rapporti con le persone.

The Hours lavorava sulla perdita, sull’abbandono, su una morte misteriosa e sul tentativo di scomparire per rifarsi una (possibilità) vita.  The reader sulla impossibilità di scegliere chi amare. Anche in questa ultima pellicola Daldry richiama i temi di suo interesse maneggiando con cura un romanzo difficile, ricco e stratificato, con un protagonista bambino intelligente, curioso pertinace e teso a migliorare come uomo (non sarò più maschilista, razzista e omofobo, dichiara il piccolo Oskar del libro) e a scoprire la verità.

La ricerca delle risposte, anche sgradevoli (mi dirai la verità, anche se questa potrà ferirmi?), il confrontarsi con la verità (“Vorrei ci fossi stata tu al suo posto nella torre” – Oskar a sua madre) e andare avanti. Nel mistero che Oskar deve sciogliere – una misteriosa chiave – ritrovata in un vaso appartenuto al padre dentro una busta col nome Black scritto sopra -, chiave da inserire in una serratura che forse non si troverà mai è l’ultimo possibile gioco tra Oskar e l’anima di suo padre ma è anche metafora delle modalità del superamento della tragedia, di Oskar e dell’America. Siamo, sono pronti per non sapere mai la verità?
La seconda grande metafora su cui Daldry decide giustamente di puntare è legata alla leggenda del Sesto Distretto di New York, l’ultimo mistery game che Thomas Schell ha giocato con sui figlio prima di morire.
Nel romanzo di Foer  sono forse le pagine più belle. Il Sesto distretto che pian piano si allontana da Manhattan, e per quanto gli abitanti cerchino di trattenerlo, scivola via e sparisce per sempre. Solo raccogliendo indizi sparsi per tutto Central Park sarà possibile tenerne un ricordo. La memoria unita alla fede, che nel caso degli atei Thomas e Oskar Schell, significa semplicemente avere fiducia. Perseverare. Superare ma non dimenticare.

Sul romanzo di Foer Daldry fa delle scelte, discutibili forse, ma indubbiamente efficaci (persino quelle più strappalacrime probabilmente fortemente volute dal furbo produttore Scott Rudin). Alla storia d’amore tra Thomas Schell e sua moglie, Thomas e suo figlio, Oskar e sua nonna, non era necessario aggiungere quella tra i nonni di Thomas, sotto i bombardamenti tedeschi a Dresda. A Foer interessa legare tre generazioni dalla guerra, dall’abbandono, dal rifiuto di superare le tragedie, dalla difficoltà di ricominciare. Nella architettura del romanzo erano indispensabili, nel film ribadirebbero il già detto.
E così Daldry e il suo sceneggiatore, l’abile Eric Roth, decidono di raccontare in altro modo questo dolore generazionale di fronte alla tragedia dell’inaspettato (*)  che colpisce innocenti civili (i bombardamenti di Dresda del 1945, l’attacco alle torri del 2011).
Se nel libro era l’ottuagenario Mr Black (uno dei tanti Black da cui Oskar si è recato per avere notizie sulla chiave) ad aiutare Oskar nella ricerca della serratura per la chiave misteriosa, nel film, con una scelta necessaria, è il nonno di Oskar, il misterioso inquilino nell’appartamento della nonna, ad affrontare il viaggio nel ricordo, nel senso di colpa, nella richiesta di perdono, nel superamento.
La forte scelta cinematografica di Daldry, è proprio quella di narrarci un viaggio parallelo in cui un vecchio aiuta un bambino per poi essere aiutato da lui. 

In questo viaggio della (e nella) memoria di un vecchio e un bambino (gli straordinari Max Von Sydow e il bravissimo Thomas Horn) il cinema è magnificamente protagonista. Accettare il dolore, (mai smettere di) cercare risposte, non nascondere la verità, comprendere le metafore, non dimenticare, avere fede (nelle persone), superare le proprie paure, tornare ad essere ottimisti e fiduciosi, accettare se stessi  (e quindi quello che necessariamente si è, come persone e come Paese), con le proprie fragilità mentre si vola in alto sospinti da una altalena.

(*) Tragedia che lascia senza parole o ne fa consumare troppe. Anche qui (vedi paragrafi successivi) il racconto lavora sul confronto tra opposti – vecchio/bambino, straniero/autoctono, colui che non parla/colui che ha bisogno di parlare tanto. Oskar racconta al vecchio tutta la storia travolgendolo di parole che si accartocciano rispetto a immagini troppo veloci per essere narrate, Oskar Schell oltre ad avere una superimmaginazione, è decisamente un visivo (sistemi rappresentazionali della realtà: visivo, auditivo, cinestesico – Bandler e Grinder, La struttura della magia), mentre il vecchio è un cinestesico, di nuovo due “opposti”. Il lavoro sugli opposti si – ulteriore – grande metafora nel rapporto tra Oskar e il padre. Il secondo ottimista, fiducioso, coraggioso, il primo impaurito, diffidente. Il padre amante della verità, il figlio che nutre il suo cammino di ricerca di bugie. Il risultato della ricerca non sarà il cambiamento, ma l’accettazione di sé, ben più difficile.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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3 risposte a Molto forte, incredibilmente vicino, il cambiamento è accettarsi

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  2. Souffle ha detto:

    ho letto la tua bella recensione e mi sembri fin troppo severa (probabilmente perché hai amato molto il libro). Certo, il romanzo è così “forte” che la sua traduzione cinematografica inevitabilmente risulta un “tradimento”.
    Ma a me è invece piaciuto questo coraggio del regista nel rischio del confronto. Rischio oltretutto che si corre solo con chi ha letto il libro. E il film naturalmente in alcuni punti soffre, non lo nascondo né mi pare averlo nascosto. Però proprio laddove il cinema torna a farsi protagonista, nella storia tra Oskar e il nonno, che Daldry pare cogliere il senso del romanzo. Daldry è un impaginatore, lo è stato per Billy Elliot e The Hours, dove, specie nel primo, le scene madri erano sapientemente costruite per un pubblico disposto a piangere.
    Scott Rudin alla produzione sa cosa offrire al suo pubblico. Peraltro, nel romanzo di Foer le “scene madri” sono giustamente presenti.
    Non so, da Daldry mi aspetto una elegante impaginazione di un romanzo e tale ho avuto. ^^
    Grazie per il tuo commento, buon pomeriggio

  3. Sara Marmifero ha detto:

    Ciao, interessante questa interpretazione, anche se a me il film non ha convinto, pur avendo apprezzato gli attori e in particolare Horn: trovo che Daldry, cercando di restare il più fedele possibile al linguaggio letterario di Foer (o meglio di Oskar), abbia perso di vista le specificità della grammatica filmica. Ad esempio sottolineando con troppa retorica i momenti drammatici, oppure al contrario insistendo nel mostrarci le immagini ormai inflazionate dell’11 settembre. Il libro cercava com’è ovvio di verbalizzare la tragedia, ma quando si tratta di immagini, bisogna far attenzione a quel che si mostra, soprattutto se si tratta di dolore, perchè si rischia di scadere in una sorta di “pornografia” dei sentimenti. Il risultato è fin troppo patetico, che conserva dei bei momenti nella costruzione del rapporto con il nonno, ma nel complesso procede con troppa pesantezza visiva, verbale ed emotiva. The hours e Billy Elliot restano di gran lunga secondo me i suoi film migliori.
    Sara

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