Tiny furniture, un film due palle

Arriva un tizio con un copione. L’ha scritto lui. Se glielo lasciano dirigere glielo vende. E quelli accettano.
Joseph H. Lewis 

Le ragioni per cui si affronta una pellicola, almeno da queste parti, è curiosità per l’altro da sé. Non amando fossilizzarci sempre nella visione dello stesso tipo di cinema, come pigramente fanno molti appassionati, si viaggia verso territori inesplorati. A volte ci va bene a volte male.

Tiny furniture parte da un presupposto rischiosissimo. Che della vita di Lena Dunham, 26enne attrice, regista, sceneggiatrice, produttrice, blogger, ecc., ci importi qualcosa. Gli abitanti di NYC, specie se colti, muoiono dalla voglia di parlare di sé buttandosi addosso una macchina da presa e sono così egocentrici e autoreferenziali che nemmeno per un istante si domandano se quello che hanno da dire interessi a qualcuno. Ma pochi sono capaci, come il Woody Allen dei suoi film migliori – palesemente citato, non senza, forse, (in)volontaria ironia (il libro che leggiucchia Jed, lo pseudoartista che si installa in casa della protagonista) – di regalarci anche un pezzetto del mondo. 
Questi giovani dal talento da (di)mostrare sono ansiosi di far vedere quanto fingano di non essere fichi pur sperando che ci accorgiamo di quanto lo siano (un po’ come Tina Fey, dopo un po’ via il maglione pesante, sotto col rossetto e un tocco di phon, che non si pensi che sono brutta davvero).

Come Allen, la Dunham mette senza pudori il suo fisico sgraziato davanti alla camera, ha qualche felice battuta (il personaggio di Jed, l’artistello famoso “per avere fatto quel video su youtube” è piuttosto ben costruito) e diverse infelici senza essere cattive come da tradizione. E finisce per essere più insopportabile della madre famosa fotografa e della sorella adolescente proiettata verso i probabili successi che avrà al college.

Lei, dopo una laurea inutile, come tanti suoi coetanei, cerca di capire il suo posto nel mondo, dormendo fino a tardi, cercando di farsi scopare dai maschi che le capitano in zona, annoiando terribilmente dopo 60 minuti di film. E manca ancora mezz’ora.

Non c’è quella ironia costruita nei club negli anni ’70, dove rischiavi che il pubblico ti insultasse se non facevi ridere, piuttosto quel mood televisivo accomodante con le citazioni patinate pronte per piacere al pubblico “indipendente” ma non troppo, e quel fancazzismo cool che è così stanco che nemmeno si sforza di essere cifra del (piccolo) mondo.
Probabilmente il fatto che di Lena Dunham ne vediamo così tante in giro ci ha portato a ritenere che vederne una di più al cinema non abbia aggiunto nulla alla comprensione di una generazione, di una città, di un mondo, nemmeno di quello autoriferito e solipsistico in cui naviga l’autrice. 

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2012, media, scrittura e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Tiny furniture, un film due palle

  1. Pingback: Recensione: TINY FORNITURE di Lena Dunham (USA, idem, 2010). | CinemaOut: film (mai) visti.

  2. Souffle ha detto:

    @laulilla: grazie. 🙂 Ciao, buona giornata.

  3. laulilla ha detto:

    Bella recensione molto divertente! Ciao.

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