The Sitter non è lo spaventapassere

Posto che il marketing pur prendendo spesso cantonate, ritiene di sapere “fiutare l’aria”, deve essere davvero puzzolente l’aria emanata dai giovani maschi italiani se si pensa che per vendere sul mercato un film come The Sitter ci sia bisogno di chiamarlo “Lo spaventapassere”, un titolo fatto per richiamare un pubblico in buona parte diverso  da quello che meriterebbe questa pellicola (1).
Si rischia dunque di lasciare fuori il pubblico davvero interessante per una pellicola che non è il deludente Superbad – tre menti sopra il pelo,  se non altro perché il regista non è Mottola ma David Gordon Green.

Non lo sapremo mai, visto che il film che doveva uscire il 13 luglio è stato rimandato dalla Fox a data da destinarsi. Che ci sia stato un ripensamento del marketing?

Comunque, The Sitter non parla di “passere”, se non incidentalmente. Parla di rapporti, di relazioni di crescita. Del diventare adulti. E lo fa nel modo più classico, che poi vuol dire – nel vuoto pneumatico di idee dell’ultimo decennio – ricalcare gli anni ’80, vissuti dal regista e dagli sceneggiatori (tutti nati all’inizio degli anni ’70).

Di sicuro il film si fa apprezzare perché il protagonista è un ciccione (lo stesso di Superbad, di qui la splendida idea del marketing italiano). Un ciccione che verrà apprezzato proprio in quanto ciccione. 

Gordon Green e i suoi sceneggiatori lavorano su topoi consolidati, incastrano le problematiche dei personaggi (il background di infelicità dei bambini e quello del baby sitter di dipanano senza sorprese) nella strada verso la conclusione, lasciano intatta la patina tradizionale – le istituzioni e i valori sono fatti salvi, ciò che non si deve fare viene ribadito che non si deve fare. 
Il tono però funziona, il raccontino morale sulla importanza di accettarsi per quello che si è, lasciare per strada la trasgressione se è solo un modo per conquistare effimeri premi, e capire davvero cosa conta. Noi.

The Sitter recupera, e Gordon Green è bravo a farlo, l’ingenuità anni ’80, con uno sforzo di sincerità sconosciuto al Mottola di Adventureland (che fa la app vintage da scaricare per l’i-phone dei ragazzini, più che parlare ai suoi coetanei – cioè ai 40enni), guidando uno script che richiede adesione totale del pubblico alla favola urbana. Gli perdoniamo quel moralismo che è figlio di questa epoca ed era sconosciuto 30 anni fa e che peraltro il film non fa nulla per nascondere, a differenza di altre pellicole che dietro la  loro presunta “trasgressione” sono molto più conservatrici.
Jonah Hill – anche produttore esecutivo – è bravo a prescindere dai film che ha fatto.

(1) Lo stesso errore che fece il marketing della Eagles con le regole dell’attrazione. Sala piena di ragazzini annoiatissimi.

Annunci

Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2012, marketing, maschi e femmine e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Una risposta a The Sitter non è lo spaventapassere

  1. Pingback: Classifica di fine anno cinematografico | Percorsi diversi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...