C’era una volta (e c’è ancora) in Anatolia

Quando un territorio, un paesaggio, una cultura impressionano i fotogrammi di una pellicola, impregnandola di odori forti, attraenti e nostalgici eppure amari e difficili da scacciare da mente e cuore se anche lo si volesse fare.

Il plot di C’era una volta in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan è semplice fin quasi all’offesa, volutamente inesistente, un reo confesso di omicidio e il suo complice vengono portati in giro per l’Anatolia da una squadra di polizia con procuratore aggiunto e medico legale per individuare il luogo in cui giace il cadavere dell’ucciso. Chi si aspettava la detection rimane deluso. L’investigazione, mcguffin del quale ci si disinteressa immediatamente, è mero pretesto per mettere mettere al centro della scena il territorio, le sue asperità e le sue miserie (qui tutti i posti sono uguali, chiosa un poliziotto dando il senso a tutto), la (im)possibilità di una evoluzione di costumi, e di libertà, le disillusioni (il commissario schiacciato da una vita famigliare che lo inchioda in un posto dimenticato da Dio, la figlia del sindaco del paese da cui sono fuggiti tutti, giovane e bella, destinata a sfiorire in the middle of nowhere, il  giovane medico, che deluso dalla grande città viene nel piccolo centro nel mezzo della steppa solo per acquistare la disillusione definitiva, il procuratore che riflette sulla parità nella coppia, la disconosce, si giudica e si assolve da omissioni e peccati con la complicità della scienza).

Come il territorio, giallo, incolto, arido, bello (ottima la fotografia di Gökhan Tiryaki) solo per il turista o il cinefilo che non ci vive o vivrà tutta una vita, C’era una volta in Anatolia è un film amaro e rassegnato come la sua gente, di grande durata (2h40) come lunghi sono i tempi nel meridione del mondo, dove si va piano perché fa troppo caldo per correre. 
Il regista pare mettere la mdp nelle mani dello spettatore, scoprendo insieme a lui l’andamento della storia, i pezzi mancanti, ma – attraverso l’uso frequente di riprese in campo lungo o lunghissimo – non dimenticando mai chi comanda. La terra.
Perdendosi nel territorio lo si scopre (e lo si fa scoprire al pubblico), se ne mostra la capacità di inchiodarne gli abitanti, il tempo dilatato si impadronisce del film facendolo durare quasi oltre la sopportazione – dei personaggi e del pubblico (nessuno vuole stare in giro per ore, sono tutti esasperati). Empatizzare (che non significa simpatizzare) con la dilatazione del tempo che trancia in due quella dello spazio e con la rassegnazione dei personaggi che hanno rinunciato a combattere con la terra, accogliendone la durezza.

Il vero mistero, il vero giallo da sciogliere non è come è morto quel cadavere disseppellito in Anatolia di cui non ci importa nulla, né tanto cosa nascondono il commissario, il procuratore e il medico (le tre figure istituzionali delle piccole comunità) le cui vicende vengono svelate allo spettatore con piana semplicità senza che sia richiesto uno sforzo di comprensione oltre il normale.
Il mistero da capire è se l’Anatolia c’era una volta o c’è ancora, se e quando la Turchia – che vorrebbe far parte dell’Unione europea supererà le asprezze della sua terra, della sua cultura, della sua tradizione – le battute comicamente tristi allentano la tensione, come quella sulla disapprovazione del commissario per lo yogurt “magro” – o resterà prigioniera del suo passato, come la bella figlia del sindaco del paesino, destinata probabilmente a morire nella steppa.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a C’era una volta (e c’è ancora) in Anatolia

  1. laulilla ha detto:

    Bella recensione, che largamente condivido, di un film che ho molto amato e che ho a mia volta recensito, qui:
    http://laulilla.wordpress.com/2012/07/13/un-viaggio-alla-ricerca-di-se-cera-una-volta-in-anatolia/
    Mi farebbe piacere un tuo commento, ma solo se vuoi farlo, s’intende.
    Complimenti, in ogni caso.
    Buon pomeriggio.

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