The Newsroom, un classico pasticcio

Aaron Sorkin torna alla televisione e ci si aspettava tanto, specie gli appassionati delle storie di giornalismo da questo The Newsroom che ha da poco chiuso la sua prima stagione di 10 episodi (HBO).

Senza scomodare His Girl Friday, Tutti gli uomini del presidente, Prima pagina, o, se parliamo di giornalismo televisivo, Broadcast news o The Insider, l’aspettativa che l’autore di The West Wing tirasse fuori una gran serie sul modo di fare giornalismo televisivo in USA, raccontando, attraverso le notizie, il Mondo, era forte.

Attenzione: le considerazioni che seguono conterranno possibili e probabili SPOILER. Chi non ha visto la serie e non vuole rovinarsi la visione, non prosegua nella lettura. Grazie

La premessa ingannatrice della sigla

La sigla di un telefilm di solito – quando c’è – presenta i protagonisti e il mood in cui operano, anticipando allo spettatore suggestioni, veicolando promesse da mantenere.
Nella sigla di The Newsroom compaiono i giornalisti televisivi che hanno fatto la storia dell’informazione credibile, si respira l’atmosfera della costruzione di un programma di approfondimento, si spinge sulla “retorica” del passato. Chi si appresta a vedere la puntata si aspetta un clima di questo tipo.
Le cose purtroppo non stanno così.

La Storia nella storia

La scommessa maggiore dello script di Sorkin è quella di usare avvenimenti importanti nella storia del recente giornalismo americano come plot dei singoli episodi, con tanto di didascalie che ci avvisano in che periodo siamo – sacrificando la “attualità” della serie (che di solito, se “contemporanea” ovviamente, è ambientata nel presente vissuto dal pubblico che la segue da casa) in favore dell’urgenza della “lezione di giornalismo”.

Il rischio preso da Sorkin è, appunto, quello di usare fatti “veri” (l’esplosione della piattaforma petrolifera nel golfo del Messico, l’uccisione di Bin Laden, l’ascesa del Tea Party, nonché vari fatti di cronaca nera), non tanto per “riassumerli” al pubblico americano che non li ricorda, ma per riflettere sul modo in cui la televisione li ha raccontati. Tra fiction e realtà, mischiando fantasia e dati autentici (più o meno, le pulci sono state fatte subito a Sorkin evidenziando una certa imprecisione nelle cifre spacciate per vere), giocando tra saggio sulla televisione e romanzo, tra pedagogia dell’informazione e intrattenimento.
Il risultato è ambiguo, spesso pasticciato, e sopratutto non indispensabile allo scopo. Se la politica di The West Wing era molto autentica in quanto pura fantasia, qui la foga del raccontare fatti veri determina uno sfocamento dello scopo, la perdita di vista dell’obiettivo, il racconto sulla notizia e le sue modalità di veicolamento al pubblico.

Questa urgenza si mangia anche quella che mi piace chiamare la parte “action” della serie, cioè la retorica della costruzione della puntata dello show giornalistico, e la presenza di Greg Mottola come produttore/regista a mio parere non ha aiutato. La fase preparatoria, la scelta dei blocchi di notizie, i dialoghi regia/anchorman, tutto quello che James L. Brooks 25 anni fa in Broadcast News seppe rendere magnificamente per farci respirare l’aria della realizzazione del programma (li si trattava più specificamente di un notiziario, qui di un approfondimento, ma le dinamiche sono le medesime).

Il casting

In un’opera corale (sia essa un film o una serie) il casting, un buon casting, si rivela fondamentale. Quello di The Newsroom non è del tutto azzeccato.

Se Jeff Daniels è naturalmente in parte, Jane Fonda alza il sopracciglio al momento giusto, Sam Waterston assume la giusta aria pensierosa di chi si ricorda di come era una volta, gli altri membri del cast principale non appaiono sullo stesso tono.
Gli altri personaggi femminili di primo piano sono delle isteriche, a dispetto del ruolo (anche di potere in alcuni casi) che ricoprono. Quanto la presidente del Network Leona Lewis (Jane Fonda) sia fredda e emani potenza, tanto le altre donne dello show appaiono preda dei loro ormoni, schiave di maschi per cui sbavano senza essere corrisposte, preda dell’overacting, in una parola empaticamente respingenti.

In campo maschile, Sorkin costruisce i due “galli nel pollaio”, topos che è facile far funzionare. L’ex producer del programma giornalistico (The news Night) e il “nuovo arrivato”. Il primo crede negli indici di ascolto, il secondo nel buon giornalismo.
Il primo sta con una donna, il secondo è attratto da quella stessa donna.
Il primo sembra uno stronzo, il secondo il bravo ragazzo Democratico.
Peccato che poi Sorkin aggiusti il tiro, cambi idea e procede, puntata dopo puntata a rendere meno stronzo il primo e più viscido, vigliacco e squallido il secondo, tanto che ci domandiamo come mai la giovane produttrice associata (la donna contesa) possa anche solo essere attratta da quell’uomo.
Avere abbandonato la competizione – peraltro sempre usata da Sorkin nell’area romance con pochissime concessioni all’ambito lavorativo – non ha giovato.

Drama and Comedy

Il tono da commedia quando inserito nel drama deve giocare con le sue regole “drammatiche” (vedi i citati His Girl Friday o Broadcast News). Qui risulta fuori posto, rallenta l’azione, rompe la drammaticità del momento con un cambio di registro poco fluido e spesso fastidioso, togliendo credibilità all’assunto drammatico e, ciò che è peggio al suo sottotesto.

La lezione morale

Infine, non aiuta lo show la lezione morale che Sorkin impartisce pedissequamente in ogni puntata. Diretta, pedante, for dummies, è più l’urgenza di fare “politica” che quella di fare (buona) televisione.

Conclusioni

Volendo amalgamare la parte alta (giornalismo) con quella bassa (le relazioni romantiche tra i personaggi), Sorkin combina un pasticcio di registri che si pestano i piedi e tradiscono le aspettative di un prodotto dal quale, essendo pensato per la HBO, ci si aspettava altro: attraverso il come si danno le notizie il racconto di come viene raccontata l’America.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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3 risposte a The Newsroom, un classico pasticcio

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    Sì, Noodles, in effetti hai messo in luce un aspetto che inquina lo script. Se The West Wing era chiaramente “democratico” ma non lesinava bastonate ai Democratici – anzi era spesso bipartisan – qui siamo all’attacco ai Repubblicani mascherato. Un po’ come se l’autore si fosse sforzato di pensare come un Repubblicano ma non ci fosse riuscito e si vede dal personaggio che ha scritto, la cui coerenza va un po’ a pallino.
    Allo stesso modo i due giovani producer in “lotta” per la femmina seguono un percorso del personaggio che va in una direzione per poi sterzare bruscamente in un’altra. E purtroppo non hanno il carisma giusto per reggere, eppure sarebbe stata una storia laterale efficace su cui puntare (magari puntando più sulla sfida professionale che su quella amorosa).
    Si spera che con la seconda stagione Sorkin lasci da parte le storielle romantiche e le chiacchiere da cortile, e si concentri di più sulla costruzione di un programma giornalistico, sull’atmosfera (gli applausi per la riuscita dello show da parte della redazione appaiono forzati proprio perché prima non si è costruita per il pubblico da casa la ragione di quell’entusiasmo).
    Vorrei più The Insider, meno donne isteriche preda di ormoni incontrollati e meno storielle da macchinetta del caffè. Siamo sulla HBO e mi aspetto un copione più serio, più drama meno comedy.
    Grazie per il tuo commento e per essere passato.

  3. Noodles ha detto:

    Perfettamente d’accordo. Ero partito on buone intenzioni, soprassedevo sui difetti, ma ho la sensazione che negli ultimi episodi The newsroom sia peggiorato, o forse abbia continuato su quella linea con difettucci che una volta accumulatisi son diventati insopportabili. Almeno a me. La retorica (molto americana) è salita alle stelle con lo snocciolarsi degli episodi, scenate da soldat a cavallo, will che molla l’ospedale per fare la cosa giusta e difendere il diritto della zia dell’infermiera o la sparata sentimentale di Maggie davanti al bus di Sex and the city dove poi ovviamente appare il suo innamorato.
    Ma quello che proprio non reggo più è la paraculaggine di un personaggio repubblicano che lo è solo perché lo dice (aka glielo fa dire il suo autore). Will non fa altro che mazzolare i repubblicani, e non me la bevo la cosa del repubblicano troppo onesto che quindi cerca di far pulizie in casa. Ci starebbe, se non fosse che non accusa MAI, non parla MAI male di qualche democratico, mentre non perde occasione per spalare cacca sui repubblicani.
    La cosa mi fa rabbia perché le potenzialità del serial sono sempre lì e molti dialoghi sono sempre al massimo e Jeff Daniels è bravissimo, e Sam Waterston ha costruito un personaggio cui stringerei la mano ogni secondo. ma la retorica sta soffocando tutto, le pacche sulle spalle e gli abbracc a ogni fine trasmissione mi hanno davvero disgustato, non li reggo più. sono le classiche americanate retoriche che non subisco
    spero vivamente che la prossima stagione raddrizzerà il tiro… e non sbaglierà il bersaglio

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