God Bless America, ovvero: spegni quel dannato telefono

Dopo la visione di God Bless America di Bobcat Goldthwait le strade sono due. Scrivere pensando al film, ai suoi limiti, ai suoi pregi, o riflettere sul fraintendimento del suo pubblico.

Se ci si avventurassimo in questa strada dovremmo riconoscere che il film ha i suoi limiti, ha i suoi predecessori cui indubbiamente guarda e finisce per ribadire con fin troppa insistenza una tesi che si è compresa fin dall’inizio a volte cadendo in una retorica della indignazione che suona forzata. Inoltre è chiaro come il destino della pellicola sia quello di rivolgersi a chi ne condivide l’assunto (peraltro come qualsiasi prodotto culturale che racconta i “mali” della società: a chi si rivolge se non a chi ha i mezzi per leggere quel prodotto culturale e quindi non è parte – o lo è? – dei mali di questa società?).

La seconda strada è più interessante. Cercare di capire – al di là del valore della pellicola, la cui discussione lasciamo a critici e cinefili – se e quanto il regista si rivolga anche a noi (che in quanto colti e intelligenti possiamo usare il telefono cellulare al cinema) non solo agli altri (che in quanto rozzi e volgari, non lo possono usare).
Una premessa è necessaria, un piccolo sunto della storia. Un uomo di mezza età, Frank, divorziato con odiosa figlia PSP (o whatever) dipendente che se sta finendo il nuovo livello del gioco non può fermarsi e salutare il padre al telefono, e checcazzo, è stufo di vivere in una società che parla solo di televisione, che vede orrendi reality, che sguazza nel gossip, che non smette MAI di usare il cellulare, ecc. ecc. Il suo licenziamento innesca un percorso diretto e in parte involontario, a uccidere “chi non merita di vivere”. Affiancato da una ragazzina con la stessa visione del mondo si immolerà necessariamente (come nei tipici buddy movie criminali) in un martirio televisivo che non farà che confermare che la televisione ha vinto e la vita ha perso.

Ora, la maggior parte delle recensioni che mi è capitato di leggere in qualche modo richiamavano la “bellezza”, la figata di far fuori gli altri, quegli animali sociali che fanno parte di questo mondo insozzandolo, e che di certo non sono come noi.

Nessuno dei recensori si è posto il dubbio: ma il regista starà anche parlando di me?
Ebbene, non so a quanti di voi sia successo di essere a cena con persone che passano la maggior parte della serata a postare status su Facebook sull’andamento della stessa serata quasi un resoconto in diretta di un evento che si godranno poi da casa. E tu sei là che vorresti fare un minimo di conversazione ma vedi che è impossibile. 
E se si parla, di cosa si parla a cena? Beh di televisione. 

Esattamente quello che fanno i protagonisti del film. Che poi loro parlino di televisione bassa e tu possa essere anche coinvolto in discorsi di televisione alta, non cambia. 

Il declino dell’impero americano, e un po’ anche il nostro, se ne lamenta anche Frank, il protagonista del film, è la scomparsa di quella cosa meravigliosa che era fare conversazione. Riuscire ad affrontare un discorso, parlando di sé, di vita, di massimi sistemi, dando sapidità, mettendosi a nudo. 
A me capita ancora di fare conversazione, a parte col mio che col mio partner, con alcune persone che non hanno timore di mettersi a nudo, di esercitare il cervello in qualcosa di impegnativo e appagante.

Insomma, spegni quel dannato telefono e parliamo!

Assolversi da God Bless America pensando che parli di altri e non parli (anche) di noi, significa sposare quella linea critica che dice che il film sia fallito perché si rivolga all’America rozza e bassa, volgare e ignorante, razzista e distrutta dalla televisione, quando di quella America, spesso facciamo parte anche noi. 

Riconoscerlo sarebbe già un passo in avanti.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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