Venezia 2012 a Milano, brevi note

Qualche nota sui film dell’ultimo festival di Venezia (anno 2012) visti a Milano alla consueta rassegna settembrina.
In qualche modo, tutti i film che ci è capitato di vedere ci sono apparsi – a posteriori – la risposta alla forte richiesta di Assayas ai suoi giovani di Après mai, di esseri rivoluzionari prima di tutto nel linguaggio.

L’intervallo di Leonardo Di Costanzo

Prodotto insieme a tedeschi e svizzeri, in collaborazione anche con Arte, è una sorpresa per gli occhi. Due adolescenti a Napoli imprigionati in un casermone abbandonato (uno carceriere, l’altra prigioniera) metafora della loro esistenza senza sbocchi nel quartiere controllato dalla camorra. La macchina da presa di Di Costanzo si muove agile e improvvisa con grazia, come i dialoghi tra i ragazzi, script uscito da un laboratorio teatrale. Cinema di strada e nella strada di grande precisione e libertà, che non ha bisogno di una roboante colonna sonora (assente) per imprimersi nella mente dello spettatore.

Low tide di Roberto Minervini

Regista di origini italiane emigrato negli States da bambino, Minervini filma la desolazione rurale del Texas dove un bambino con madre single inserviente in un ospedale e preda di alcol, stanchezza e avventure, cerca qualcuno con cui dividere la sua solitudine, adulti con cui parlare, crescere, uscire dall’apatia di ritmi di vite che girano a vuoto. Gli adulti non danno risposte e l’unico contatto è quello con la terra, gli animali, la aspra natura del sud degli Usa.
Finché nuota in questa ripetitività afasica regalando allo spettatore autentico disagio, il film – che si nutre efficacemente di poche parole (che cosa si potrebbe dire che già non si veda?) – funziona. Un finale consolatorio “classico” – apice dello sconforto, gesto tragico, salvezza, presa di coscienza, possibile cambiamento – nel smorzano un poco l’efficacia.

La cinquième saison di Peter Brosens, Jessica Woodworth

Che questo magnifico film non abbia preso nemmeno un premio grida un po’ vendetta. Che la sala dell’Auditorium San Fedele avesse ancora diversi posti liberi fa pensare che la rivoluzione nel linguaggio chiesta da Assayas ai suoi giovani (vedi sotto) non possa trovare un pubblico complice.

Grande metafora, più che sulla fine del mondo sulla ribellione della natura all’uomo (da controllore a controllato), la cinquième saison, quella della aridità dei cuori bruciati dal freddo, l’inverno del nostro scontento che tira fuori la malvagità delle piccole comunità, giudizi e giustizia sommari, amore (s)venduto, attacco al diverso. Si potrebbe continuare.

La “granda metafora” non è una novità e oltretutto stupisce che nessuno o quasi abbia notato i debito di questo film con Io sono febbraio, straordinario romanzo di Shane Meadows. Ma davvero importa?
Il cinema abbandona la schiavitù dello script per abbandonarsi alla pura sensorialità, ricerca de rerum natura flusso visivo, (in)controllato, (in)consapevole, mai gratuito. Architettura e pittura si appropriano della pellicola, pretendono attenzione (ir)razionale.

Non posso non rimandarvi al trailer

Après mai di Olivier Assayas

E dopo la rivoluzione? Assayas riflette sul ’68 (meglio: sul subito dopo il), sfrondandolo della patina romantica e dell’ottimismo modaiolo di molta agiografia, riducendolo – un po’ partigianamente – a lotta di intellettuali figli di borghesi con tanto tempo da buttare, noia esistenziale senza vera creatività, annunciando che la rivoluzione politica ha fallito (ed è così) e che la vera rivoluzione, più difficile e coraggiosa, sta in quella del linguaggio.

Lottano contro le multinazionali ma bevono Coca Cola, hanno i soldi per viaggiare e prendersi anni sabbatici, attaccano i manifesti al muro ma poi tornano a casa nella libreria immensa di papà. 
Se i giovani “rivoluzionari” sono stati spesso descritti come (già) consapevoli sicuri di quello che volevano, pre-destinati, Assayas ne fa emergere tutta la confusione e il disordine, politico e amoroso, gli obiettivi sfocati e ambigui, la necessità di fare “arte” ma spesso senza vero talento.
Vivo nella mia immaginazione, dice Gilles, il protagonista. Se la realtà bussa non apro. Una piccola ammissione del regista, l’arte come rifugio e protezione dalla vita vera. E il film si nutre di molte di queste ambiguità, un po’ confuso e sincero come i suoi giovanissimi protagonisti.

Sospeso tra desiderio di lotta fisica e ribellione intellettuale, resa (in)condizionata alla regole del mercato artistico e desiderio di indipendenza, il film può lasciare insoddisfatti proprio per questo continuo conflitto (reso magnificamente dal furore documentaristico con cui Assayas riprende gli scontri tra polizia e manifestanti e la tenerezza avvolgente con cui la sua mdp accarezza i suoi attori).
Ma credo che più di tutto disturbi la costante malinconia che attraversa la pellicola, lontana dagli entusiasmi patinati di Bertolucci, e la consapevolezza di una sconfitta.

O Gebo e a sombra di Manoel De Oliveira

De Oliveira, ovvero della necessità del narrare (e del sentire narrare), e del mentire nella parola e nella luce (che nasconde, deforma, modifica, spaventa, illude e sorprende). Solo quando si mente, a se stessi, agli altri e al pubblico, si smette di essere figurine intagliate su uno sfondo e ci si leva in piedi. Cinema quasi immobile che torna alle origini della lanterna magica, del meraviglioso (e quindi del mostruoso). Sipario. Applausi.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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