Amour, e la bella stanza è vuota

Altro che straordinaria storia d’amore, Amour di Michael Haneke è un formidabile film sulla crudeltà della vecchiaia e su quanto essa restringa il nostro spazio vitale.

Georges e Anne, due insegnanti di musica in pensione, coltissimi, divertiti, vivono la vecchiaia con una piacevole serenità. Finché Anne non viene colpita da una malattia degenerativa e Georges deve prendersi cura di lei.

Haneke lavora sugli spazi, apre in esterni (Georges e Anne al concerto di un loro ex allievo) per chiudersi poi in soffocanti interni, una piccola cucina, un bagno minuscolo, una camera da letto che diventa presto stanza da ospedale. Del salotto vediamo le due poltrone, spazio di ascolti musicali e letture. E la mdp si sposta sul grande pianoforte dall’altra parte della stanza solo in pochi casi, affidati ai ricordi di Georges, di come era. Un tempo.

Ritratto di coppia in un interno, eutanasia di un amore, casa che diviene tomba quando non si ha più la libertà di uscire, la precisione e l’asciuttezza, tutta tedesca, ci sia consentito dire, con cui il regista racconta l’irrompere della vecchiaia con le sue miserie sono formidabili.

Senza risparmiarci le sgradevolezze, sfuggendo al ritratto agiografico della terza età, scoprendone i dolori, le impotenze, le stanchezze, i desideri di farla finita.
Diventare vecchi, ammalarsi, è brutto e pian piano evapora anche il desiderio di leggerezza che colora l’avanzare degli anni. Haneke sembra volerci ricordare di non abbandonare questa leggerezza in favore di una triste malinconia che quando si è giovani appare così tanto una posa (Anne chiede al suo ex allievo divenuto un importante concertista che è passato a trovarli, di suonare per lei una bagatella e lui afferma di non ricordarsela, ma di rammentare quanto lei lo avesse rimproverato da allievo per non volerla suonare). La voglia di bagatella è l’ultima resistenza di Anne, in un momento successivo sarà lei a chiedere a Georges di spegnere il cd che l’ex allievo ha spedito loro. 

Inevitabilmente, oltre ai due magnifici interpreti, Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, che ad accompagnare questo film ci sia la musica romantica ma profondamente malinconica di Schubert (e di Beethoven naturalmente, cui Schubert era molto legato), il compositore che mai conobbe amore ricambiato.

Solo quando i due vecchi coniugi non ci sono più, la macchina da presa di Haneke ci apre alla stupefacente grandezza e bellezza del loro appartamento parigino. Solo in questo momento ci accorgiamo quanto la vecchiaia sottragga spazi, movimenti e libertà e quanto doveva essere bella la vita di Anne e Georges fuori e dentro il loro grande appartamento. Un tempo. 

Annunci

Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in amore, cinema 2012, maschi e femmine, scrittura e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Amour, e la bella stanza è vuota

  1. Ismaele ha detto:

    l’ho visto ieri, è un film eccezionale, sembra un documentario, ed è un regalo che due attori vecchi, non stiano in ospizio, ma si facciano filmare ai nostri occhi, ci fanno vedere l’invisibile, al cinema, la crudeltà della vecchiaia, come hai centrato il punto

    • Souffle ha detto:

      Ti ringrazio molto. Sono due attori oltre che bravissimi, assai vitali e vogliosi, a mio parere, di dare moltissimo ancora a cinema. Grazie a film come questo ci danno la possibilità di ammirarli ancora. Un saluto e grazie di essere passato.

  2. Souffle ha detto:

    grazie Attilio per il tuo commento, la lettura, essere passato di qua. ^^

  3. Anonimo ha detto:

    Haneke negli ultimi due film è riuscito a mettere a punto uno stile di una pulizia chirurgica. Adoro i primi suoi film e anche quelli più contemporanei (La pianista, Caché), ma con Il nastro bianco e Amour c’è una maturità, una consapevolezza, un’asciuttezza nella composizione del quadro inedita, quasi kubrickiana, se si prende un po’ con le molle quest’aggettivo.
    Macchina fissa quasi sempre, lunghi piani in cui il profilmico sovrasta la percezione spettatoriale e si presta al montaggio interno, uno spazio tangibile abitabile dai personaggi come dallo spettatore. Alla fine del film sapevo perfettamente di quanti centimetri la sedia a rotelle passa attraverso la porta, abitavo quella casa (seppure nella parzialità offerta dal film) come i protagonisti.
    Tutto questo senza considerare la potenza empatica del film, per cui qualsiasi persona che abbia anche in minima parte vissuto una cosa simile vive un’esperienza di visione emotivamente “impegnativa”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...