Skyfall, 007 resiste all’Autore

James Bond, l’agente 007 con licenza di uccidere e di farci viaggiare per il mondo come se fossimo rimasti negli anni ’60 ne ha passate e ne passerà parecchie, come i concorsi di bellezza. Invecchia ma non muore, prende colpi dal cinema spettacolare che si prende (troppo) sul serio, ma si rialza sempre in piedi, aggiustandosi leggermente la giacca, facendole ritrovare la piega perfetta.

L’ultima sfida del nostro Bond, 007 Skyfall è col cinema d’autore. Sam Mendes, noto sopratutto per American Beauty e Revolutionary Road è un regista britannico, sa come piacere ai critici e non scontentare il pubblico. E si è rivelato un altro formidabile esempio di come Bond e il suo immaginario pazientemente costruito dai suoi producer assorba velleità artistiche e uscite dal seminato.
I bondiani di gran memoria sanno che un Bond girato, se pensiamo al passato, da Guy Hamilton o dal migliore John Glen, oppure, se pensiamo al presente, da Martin Campbell è quello che funziona (citiamo Goldfinger, For Your Eyes Only, Octopussy, Goldeneye, Casino Royale) Certo, occorre un copione decente.

Quando il copione non è un granché e in più abbiamo, che so, un Lee Tamahori (Die Another Day) il film si rivela una porcheria.

Mendes si concede solo, quasi a vendicarsi, un incipit nel quale elimina la famosa “intro” di 007 e taglia di netto dopo due note, il celebre tema di Monty Norman, per riproporre però il tutto in coda. Per quanto li cacci, a volte (o sempre) ritornano.
Sembra essere questo il suggerimento e la cifra della pellicola. Il continuo gioco tra “vecchio” e “nuovo”, innovazione e cambiamento, giovane e anziano (il confronto tra il ragazzino “Q” e l’invecchiato Bond). Si combatte e si vince assieme. Ma  contemporaneamente, (ri)affermazione della tradizione nel cambiamento (M sostituita da chi le si opponeva ma si rivela poi sposarne lo stile, l’agente operativa che riconosce essere il suo posto dietro la scrivania). E rispunta la Aston Martin, esplicito messaggio del “ripulirsi” che segna tutta la pellicola. Lo sfasciacarrozze è lontano, il motore gira ancora, magari qualche ruggine c’è, ma si è pronti per tornare in azione.
Bond sposa i cambiamenti verbalizzandone l’esistenza necessariamente dentro uno schema immutabile. 
Se Mendes taglia l’incipit già visto più (troppe?) volte non rinuncia all’apertura classica dell’inseguimento iniziale (girato piuttosto bene) che tutti i fan si aspettano. E nemmeno ci  sottrae i titoli di testa tra i più bondiani e vintage di sempre (con le figure umane stilizzate) mentre Adele canta Skyfall in uno stile inconfondibilmente suo e contemporaneamente piegato agli stilemi della serie. L’unica che se ne discostò, e ce ne accorgemmo tutti, fu Madonna (nel pessimo Die Another Day).
Poi, è vero, tira il freno a beneficio dei non bondiani, ma segue con perizia uno script consolidato che stavolta funziona (*) – la storia edipica, il figlio buono e il figlio cattivo che si vendica – suggerisce (segno dei tempi) una attrazione erotica del villain (Javier Bardem, finalmente un bad guy bondiano che torna a funzionare) verso la nostra spia (in un dialogo che pare suggerire un passato bisessuale di 007 che non ci saremmo aspettato), costruisce un percorso di re-building  del protagonista che fa tanto Bat-Nolan ma si è visto peraltro già in altri Bond passati. 
L’idea che rimane, e lo dico a beneficio di noi bondiani, è che il sottotesto sia l’affermazione di un modo di essere e fare cinema che, per quanto lo si rinnovi giustamente a beneficio di un pubblico di nuova generazione e non appassionato della saga, rimane ben saldo su basi tradizionali.
Daniel Craig, già Bond cinico e spietato in stile fleminghiano, recupera una certa vulnerabilità alla Timothy Dalton (il “vero” Bond letterario con poca fortuna al cinema) si sottrae al fascino femminile, da tempo virato in una più corretta parità dei sessi, e lascia l’ironia agli altri. Ai giovani, Q (il nostro amato Ben Winshaw) e alla finta Bond-girl Naomie Harris.

(*) Ai due “sceneggiatori bondiani” Neal Purvis e Robert Wade dai copioni a volte eccellenti, a volte illeggibili, si è affiancato lo scrittore teatrale John Logan e la cosa ha funzionato.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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6 risposte a Skyfall, 007 resiste all’Autore

  1. Paolo1984 ha detto:

    mi è piaciuto molto questo Bond, anch’io ho colto la tensione continua tra vecchio e nuovo e ho apprezzato come Mendes e Craig abbiano innovato la tradizione dei Bond film senza snaturarla

  2. Noodles ha detto:

    cosa intendi per “il vero Bond letterario” a proposito di Dalton? (Ammetto di averne visto mezzo di quelli interpretati da lui, e neanche lo ricordo bene)

  3. Souffle ha detto:

    eheh, in effetti è dura affrontare un nuovo 007, ma ero incuriosito.
    Buona serata!

  4. laulilla ha detto:

    Grazie per essere passato da me! Ho visto troppi 007, perciò non ho più voglia di vederne, neanche se sono di Mendes!
    Buona giornata!

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