The Master: yes master, no master

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir la via della conoscenza

La storia americana si scrive sulla pellicola. Paul Thomas Anderson, regista, sceneggiatore, autore di The Master non fa sconti al suo paese.
Non ne fece col Petroliere raccontando la nascita di una nazione, non ne fa affrontando gli anni ’50, quelli in cui la nazione postbellica fu plasmata e (ri)costruita.master6
Se pensiamo agli anni ’50 e alla (de)costruzione del maschio americano viene in mente Gore Vidal che lo dissacrò – lui e il suo mondo – in Myra Breckinridge, romanzo fondamentale per comprendere quell’America. E viene in mente anche Mad Men, la serie tv sui pubblicitari di NYC, che parte dagli anni ’50 per arrivare ai ’60 con uno sguardo di indulgente critica (risolto e riassunto nella frase: “quanto è fico Don”).master1
Anderson invece non è indulgente, non vuole essere fico, schiaccia il suo paese di fronte alle sue responsabilità come fa solo chi lo ama parecchio. Bigger than life, usa il formato panoramico per (con)tenere tutto, impedendoci nel contempo di tutto cogliere razionalmente col chiaro intento di farcelo sedimentare dentro.

Il rapporto maestro/allievo è chiaramente metaforico e davvero è solo marketing il riferimento a una nota setta americana.master2

È l’America stessa, il modello di vita americano ad essere “setta”, culto, impossibilità di essere altro.
Il “metodo” da insegnare, è il manuale del perfetto americano.
Il giovane marinaio reduce di guerra, ignorante, ubriacone, liberamente e felicemente sessuomane (in un paese sessuofobo), allergico alle relazioni sentimentali e alla famiglia, pratico, approfittatore, ladro, straight, e il tentativo di ricondurlo nella “norma”, nei codici (1).master3
L’esperimento da “ragazzo selvaggio” che il dottor Lancaster Dodd effettua sul marinaio Freddy Quell rimanda alla colonizzazione dell’uomo bianco su cui è stato costruito un pezzo d’America a spese degli indiani.
Reconductio ad unum, un solo credo, un solo modo di vivere, un solo modo di essere americano, un solo modo di percepire il tempo e lo spazio incastrati per sempre in un ritratto alla Rockwell, un quadro/fotogramma in cui si piazzano in modo diverso i due protagonisti (storto e incavato Quell, ritto e leggermente pomposo Dodd).
Non c’è falsa pista peggiore (e migliore allo stesso tempo) per il pubblico di quella usata da Anderson: farci pensare che il perseguitato sia Dodd, il santone, colui che vuole aprire gli occhi all’America e svegliarla dal suo sonno, in nome del diritto di ogni individuo di professare liberamente il suo credo in nome di quell’individualismo su cui è stata costruita l’America.master5
In questo modo il regista e sceneggiatore ci aiuta a comprendere che il sonno americano, in cui il popolo pare vivere benissimo, non è dato da una setta, ma da una cultura sedimentatasi e radicatasi negli anni ’50, che verrà spazzata via solo un ventennio dopo e pare ritornare oggi con la dittatura tecnologica che ti spinge al pensiero unico in funzione della necessità di targettizzazione. Una dittatura tecnologica cui il vero individualista, Quell, tenta di ribellarsi condannandosi all’isolamento sociale ad essere un maverick.

Nel raccontare un pezzo di quel libro meraviglioso che è la storia degli Stati Uniti d’America, Anderson prende una strada diversa da Spielberg (ed è per questo che l’Academy gli ha negato le statuette al lavoro di Autore, cioè regia e sceneggiatura).
Spielberg usa l’epica cinematografica per scrivere l’Eneide (che alla fine esalta una Industria e un modo di vivere come l’opera di Virgilio esaltò l’imperatore committente), Anderson scrive un poema omerico, sulla storia di un uomo (dell’Uomo) e della sua Hýbris.

Cast riuscito e, come accade spesso, per mera fortuna. Joaquin Phoenix fu seconda scelta dopo la rinuncia per impegni di Jeremy Renner.

 
(1) Viene in mente sotto questo aspetto, virato però in commedia, Human Nature, fondamentale film di Gondry.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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10 risposte a The Master: yes master, no master

  1. laulilla ha detto:

    Ho risposto al commento di una mia follower, circa questo film, sul quale continuo a interrogarmi, lasciando una mia probabilmente discutibilissima interpretazione. Se ti interessa potresti vedere sul mio blog, se vuoi lasciandomi un commento. Ciao

  2. Paolo1984 ha detto:

    anch’io forse dovrei rivederlo..confesso di non averlo capito fino in fondo. Certamente l’idea di cinema di Anderson e la visione del mondo che la sottende è diversa, più irrisolta, maggiormente amara da quella di Spielberg..(Spielberg tende sempre ad essere consolatorio per quanto in Minority Report si sia sforzato di essere maggiormente cinico e in Munich di riflettere problematicamente su Israele, paese a cui comunque si sente legato e secondo me c’è riuscito in qualche modo) ma secondo me ugualmente interessanti e valide artisticamente

    • Paolo1984 ha detto:

      in riferimento a Mad Men, credo che anche se il protagonista è “figo” questo non sia necessariamente di ostacolo allo sguardo critico

      • Souffle ha detto:

        Sicuramente si impone una visione. Il cinema di Anderson, proprio perché più irrisolto, meno, come dire, “sicuro” (pur nella sicurezza della sua insicurezza) pone più domande di quanto non dia risposte. Spielberg, specie nei suoi due ultimi film, War Horse e Lincoln è entrato nella fase De Mille, straordinario naturalmente, ma per me meno interessante. Si tratta di cinema consapevole di essere Industria, mai dimentico di quello che vuole il pubblico americano. E lui sa come darglielo naturalmente. Per me rimane una sorpresa il fatto che Spielberg sia in qualche modo diventato un conservatore.
        Quanto a Mad Men (serie che adoro peraltro), un personaggio indubbiamente di fascino fa abbassare le difese “critiche” (so che Don è un mascalzone ma sono disposto ad essere indulgente) come ci accade con tutti i personaggi “seducenti”.
        Grazie per i tuoi commenti e per essere passato.

      • Souffle ha detto:

        “si impone una NUOVA visione” (refuso) 🙂

      • Paolo1984 ha detto:

        ma una serie-tv con una protagonista completamente privo di fascino non avrebbe appeal verso il pubblico. Scusa l’OT

  3. Noodles ha detto:

    Più ci penso più vorrei rivederlo. Mi sa che non scriverò nulla proprio perché avrei bisogno di riguardarlo. Secndo me non è esente da difetti, forse l’autorialità di Anderson qui diventa anche trppo autistica, ma vivaddio che tensione, che hybris che ha l’Autore stesso di quest’opera. Per cui, pur in alcuni aspetti che non mi convincono (ancora), non posso che ammirare un’epopea di questo genere raccontata senza freni e senza timori.

    • Souffle ha detto:

      giusto quello che dici. Al di là dei difetti e dei rischi che un’opera del genere inevitabilmente si prende (e ci sono) non si può non ammirarne l’assenza di remore. Se devo difendere un cinema tra il suo e quello di Spielberg, Anderson tutta la vita 🙂
      Ciao Noodles, grazie di essere passato.

  4. Souffle ha detto:

    Buon 2013 anche a te. 🙂 Sì, l’ho letto. Interessante la tu notazione sull’individualismo americano rappresentato dal nostro protagonista,che il “dottore” tenta di guarire, ma connota questa nazione

  5. laulilla ha detto:

    Intanto buon 2013! La tua lettura mi piace molto, perché spiega in qualche modo l’ambiguità che secondo me connota il film e i due protagonisti. Certo il film va molto meditato e possibilmente rivisto, al fine di coglierne la complessità e anche la pluralità dei significati. Hai letto il mio commento?

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