Lincoln, il classico Spielberg

Nessuno come De Mille sa cosa vuole il pubblico americano e nessuno come lui sa come darglielo.

Questa frase, pronunciata da Jonh Ford durante una riunione della Screen Director Guild (per i particolari vedi la nota in fondo) (*) ci racconta molte cose sull’industria del cinema americano di tanti saggi critici.
Questa frase, lo pensammo anche vedendo il precedente War Horse, può oggi essere applicata a Steven Spielberg.lincoln3

Il grande problema che ha la critica europea, in particolare quelle italiana e francese, con i registi americani, è che si trova in grande imbarazzo nel capire perché un regista americano non si consideri Autore. E perché gente come Howard Hawks considerasse il cinema intrattenimento e non arte. E ancora perché tutti i registi – almeno quelli il cui pensiero ci è stato dato conoscere – hanno considerato film “brutti” quelli di scarso successo, a dispetto di quello che ne pensava e ne pensa il pubblico cinefilo. E infine perché Hitchcock avesse confessato a Bogdanovich di avere preso un po’ in giro quel regista francese intellettuale che gli faceva tutte quelle domande (da cui peraltro uscì un libro godibilissimo del quale Hitchcock siamo convinti era contento se non altro per il recupero in fama europea e quindi in rilancio durante un periodo non troppo felice).

Ecco perché siamo sicuri che parlare di Lincoln come di grande cinema popolare, come quelli che De Mille sapeva fare, come quelli di un Fleming, di un cinema consapevole delle proprie potenzialità e del “servire” una industria, sia considerato dai critici una offesa, mentre per chi scrive è un gran complimento.lincoln6
Loro preferiscono trovare involute giustificazioni polisensi per un cinema dichiaratamente straight, totalmente assertivo, formidabilmente micidiale nella costruzione della “sequenza per” (piangere, ridere, entusiasmarsi). Financo piacevolmente esagerato nella drammatizzazione, come l’entusiasmo con cui quel democratico incerto vota sì alla introduzione del XIII emendamento alla Costituzione.lincoln5

Di questo tratta Lincoln, con un divertente fuori pista per il pubblico. Non è la biografia del grande presidente repubblicano, quello che abolì la schiavitù (semplificano i sussidiari), piuttosto della storia degli Stati Uniti d’America e del popolo che essa rappresenta.lincoln4
La guerra di secessione, come in Via col vento, diviene uno sfondo (tracciato però con mano decisa nel formidabile inizio del film) su cui collocare i personaggi e persino la famiglia Lincoln; la moglie, cui Sally Field riserva il consueto repertorio di “facce”, il figlio maggiore in modo particolare, assumono contorni sfumati, dedicando attenzione Spielberg solo al figlio minore (i secondogeniti e comunque i bambini sono il motore narrativo spielberghiano da sempre) indispensabile per fare scattare la lacrima.

Se ci troviamo a fare paragoni tra The Master e Lincoln non è solo perché i due film sono usciti in Italia a breve distanza uno dall’altro né perché si trovano a (non) competere per gli Oscar (Spielberg ha già stracciato Anderson), piuttosto perché si sono trovati a rappresentare due modi di raccontare/ricostruire la Storia americana.lincoln1
A parere di chi scrive, che non è un critico e quindi passibile di dire enormi sciocchezze, mentre Anderson pare continuare nella scrittura di un poema omerico sulla Hybris che ha reso grande l’America, Spielberg sembra più scrivere l’Eneide. Tutti l’abbiamo letta, tutti l’hanno studiata e la studieranno. Ma non si può tacere che fu scritta – benissimo – per esaltare la classe politica al potere in quel momento. Parlando di Enea in realtà di parlava di Augusto imperatore.
E così Spielberg rende onore alla industria del cinema americano, alla straordinaria macchina da intrattenimento, alla possibilità che questa formidabile organizzazione dell’intrattenimento di massa dà a un bravo regista di fare un grande film popolare che racconti la leggenda che diventa storia (e storie, da narrarsi intorno al fuoco della tradizione che continua, sempre un po’ modificate, aggiustate, limate).

E per fare questo si serve della fotografia “posh” di Janusz Kaminski, della garbata partitura di John Williams, evitando però le derive del “period movie”, quello di fronte al quale ti addormenti la domenica pomeriggio. Gliene siamo grati. Come ha scritto Katey Rich del Guardian, “Lincoln’s smarty-pants pleasures manage to outweigh its stuffy drawbacks”.lincoln2

E poi c’è il dato politico, che corre sottotraccia (per irrompere invece a volte in modo didattico). Vedere Lincoln e assistere al giuramento del Presidente Obama per il suo secondo mandato ha colorato di un nuovo aspetto la pellicola.
Lincoln è un film politicamente trasversale, da “secondo mandato” (come, del resto, è quello nel quale il Presidente repubblicano ha realizzato quella svolta storica). Un secondo mandato dove le riforme che si hanno in mente si fanno con il voto di tutti.
Durante il discorso di insediamento il Presidente ha rimarcato la necessità di lavorare insieme, senza tessere di partito, per rendere operativi i valori scritti nella Costituzione. E ad un certo momento ha detto che il cammino non sarà concluso finché i nostri fratelli e sorelle gay non saranno uguali “under the law”. Cioè davanti alla legge.

Che poi sono le stesse parole che in Lincoln Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones), repubblicano che da anni si batte per la fine della schiavitù, pronuncia davanti al Congresso che lo ha accusato di volere in realtà che bianchi e neri siano uguali davanti a Dio.
I tempi sono sono (erano?) maturi. “Non ho mai detto che bianchi e neri sono uguali” chiosa Stevens in un discorso sofferto ma necessario. “Ho detto che devono essere uguali davanti alla legge”.
E così Obama. Non ha mai detto che gay e lesbiche sono uguali agli etero. Ha detto che devono esserlo under the law. I tempi non sono maturi per pretendere altro.

(*) Durante quella riunione della Screen Director’s Guild ci furono ennesimi tentativi di De Mille di detronizzare il presidente Joseph Mankiewicz. Attacchi particolarmente duri, oltretutto mentre il diretto interessato era in Europa. Così Ford, che finora non aveva preso le parti di nessuno dei due contendenti, fece il suo famoso discorso su quanto ammirasse De Mille come regista ma su come non gli piacesse per nulla il modo in cui si stava comportando. Chiese una mozione di fiducia per Mankiewicz e le dimissioni di De Mille e del consiglio direttivo. La mozione fu accolta.
Annunci

Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2012, classici, politics, scrittura e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

7 risposte a Lincoln, il classico Spielberg

  1. Noodles ha detto:

    bellissima recensione. Il film non l’ho ancora visto ma mi piace molto l’accostamento che hai fatto, come chiosa al tuo discorso sull’autorialità di certo cinema americano, con l’Eneide. Ho letto e tradotto giusto due canti dell’epopea virgiliana, e confesso pure che se la vicenda di Didone mi aveva preso molto, il canto precedente fu abbastanza penoso da affrontare; vorrei però correggere il punto solo su un aspetto che si rifà anche a ciò che scrivevi dei registi americani: l’esaltazione di Augusto nell’Eneide non è formale, ma un omaggio convinto e sentito; Virgilio non sale sul carro del vincitore alla fine, ma ci stava già durante gli scontri precedenti che avrebbero portato il principe lì. Proprio come Spielberg (fatte le ovvie differenze) crede davvero in ciò che fa anche se spesso al pubblic europeo non piace troppo (e anche a me, lo confesso: War Horse mi era sembrato troppo “patetico”).
    scusa l’intervento al limite dell’off post. 😛

    • Souffle ha detto:

      grazie Noodles del tuo intervento, e dell’appunto, che non solo accolgo ma condivido. Anche se forse non sembrava dal pezzo, anche io sono convinto che Spielberg creda in quello che fa e sopratutto creda nel sistema industriale americano dell’intrattenimento. E proprio per questo la critica, che spesso non crede in questa posizione sincera e forte, tenta di sopire il senso di colpa dato dal piacere della visione, ammantando le recensioni dei film del regista di un linguaggio involuto, che più che fare bene a Spielberg, fanno bene al critico. ^^ Un saluto

  2. Paolo1984 ha detto:

    per me l’importante è che un film sia efficace cioè che racconti ciò che vuole raccontare nel modo in cui l’autore vuole raccontarlo e che il tutto abbia una sua intrinseca coerenza..se Lincoln ha queste caratteristiche è un film riuscito. Che poi Spielberg sia un regista “hollywoodiano” (nel senso migliore del termine) non è una sorpresa e non significa che le sue opere non abbiano dei significati anche profondi e non banali (penso a Schindler’s list, Amistad e sopratutto Munich)

    • Souffle ha detto:

      Paolo, provo a rispondere a quello che dici supponendo delle cose (che sarai gentile da correggere se ho sbagliato). Dal tuo commento supponi che il film non mi sia piaciuto. E non è così. Mi sono perfino commosso in alcuni punti. Ciò non toglie che rimangano le differenze, specie con un altro film che prova a riflettere sulla storia americana. Si tratta di due “visioni”, entrambe meritevoli di attenzione, ma a mio parere una superiore all’altra. I paragoni è lecito farli nella grande savana del gusto cinematografico.
      Grazie a dio il cinema non è matematica cioè se un film è così allora è riuscito. Una torta può essere fatta con tutti gli ingredienti giusti ma risultare poco interessante, rispetto magari a una torta non precisamente calibrata ma più intraprendente. (cito la pasticceria perché quella sì, è un po’ matematica).
      Altra cosa che ti sorprenderà è che considero lo Spielberg più “serio” e “impegnato” il meno sincero con se stesso e col “sistema” che egli volentieri rappresenta. E quindi, paradossalmente, preferisco le virate alla Via col vento di questo Lincoln o di War Horse che non le tirate un po’ ricattatorie di Schlinder’s List, un film fatto per prendere i premi e pagare i debiti di ebreo con la comunità.
      Considero le opere sinceramente cinefile come Always, gli omaggi al genere come i Predatori, Incontri ravvicinati e la sua formidabile mediazione tra fantascienza giocattolosa anni ’70 e nostalgica anni ’50, la consapevole macchina da soldi (parole sue) Lo squalo – che (ri)apre un genere, le sue cose a me più vicine.
      E, per quanto riguarda quello scarto segno dei tempi, che ho avvertito, magari solo io, mi pare ci sia un abisso tra Il colore viola e Lincoln. Sono anche passati diversi anni.
      Grazie per il tuo commento.

      • Paolo1984 ha detto:

        capisco..non volevo dire che un film è come la matematica..ma non riesco a spiegarmi meglio.
        io apprezzo molto entrambi gli Spielberg..anche quello che riesce a coniugare il racconto “hollywoodiano” con i suoi pregi e i suoi limiti con tematiche serie senza banalizzarle e costruendo comunque personaggi di spessore e profondità (poi tra Schindler’s list e Il pianista di Polanski per me il secondo è superiore ma è davvero questione di gusto personale)

  3. lepaginestrappate ha detto:

    Bellissimo articolo. E il paragone con l’Eneide vale più di mille parole, azzeccatissimo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...