Promise Land, il Van Sant su commissione che (ci) piace

Gus Van Sant è un regista che si tira dietro la delusione critica e cinefila che gli rimprovera spesso le opere mainstream, adorandolo quando fa le cose di nicchia accessibili a pochi. Sono in particolare le opere su commissione che si beccano gli strali maggiori.

Dimenticano costoro che George Cukor, uno dei più grandi registi americani di ognipromise4 tempo, era nostraordinario regista su commissione. E che fare cinema nel sistema non è una parolaccia.

Promise Land parte da un racconto di Dave Eggers, diventa un progetto di John Krasinski che scrive la sceneggiatura insieme a Matt Damon che doveva anche dirigere il film. Poi arriva qualche problema produttivo e Damon chiama Gus Van Sant, con cui ha già lavorato. E il regista si mette a disposizione del solidissimo script.

Ecco, Promise Land è un esempio di solido cinema americano che sposa ideali ambientalipromise2 senza farsi soffocare dal messaggio perché crede prima di tutto nelle immagini, nella costruzione dei personaggi (che i due attori, Krasinski e Damon si tagliano su misura) in una regia che sa essere integrata al sistema del cinema di impegno per il grande pubblico senza svilirsi ma orgogliosamente esaltandosi nel partecipare all’impresa.

Promise Land ci parla proprio di integrazione, Matt Damon voce non di se stesso ma dipromise1 una multinazionale del gas naturale (propriamente Global) che strappa la terra agli agricoltori promettendo, in cambio di povertà, le (probabili) ricchezze del sottosuolo.
Steve Butler (Damon) crede in quello che fa, cioè che il gas naturale sia il futuro energetico del paese. Anche la sua collega Sue Thomason (Frances McDormand) crede, ma nel sistema capitalistico americano, nella conquista del west o nella ricerca della felicità, anche a scapito di quella altrui.

Due rette parallele quelle di Steve e Sue cui si unisce la perpendicolare di Dustin Noblepromise3 (Krasinski), l’ambientalista che giustifica la sua esistenza come necessaria parte del gioco. Senza avversari (già pronti o da costruire) non c’è partita (già vinta?) da giocare.

Queste geometrie dei personaggi sono restituite dalle formidabili geometrie macchina da presa di Van Sant, da sempre a suo agio negli spazi aperti della provincia americana, terra delle (in)opportunità.

Poi l’integrazione comincia ad operare in modo inverso su Steve Butler. Non è più lui, lapromise5 compagnia per cui parla, ad integrare gli agricoltori nel meccanismo del sogno americano in cui tutto e (im)possibile, ma è l’ambiente a integrare Butler, una presa di coscienza, un recupero di sé, mai descritti in modo così drammaticamente penetrante, una trivella che scende lentamente e profondamente nelle viscere del protagonista e diventa sfogo finale necessario. Questa volta la retorica non viene usata per strappare un pezzo di terra e regalarla alle multinazionali ma per restituire la dignità del possesso e del lavoro, rispetto alla scommessa del denaro facile (?), a chi aveva perduto il senso di quelle parole.

Se c’è una cosa che il Van Sant mainstream fa è non calcare mai la mano sull’enfasi, non cercare l’epica dell’immagine, come invece fanno altri registi, quelli sì mainstream che però non ricevono lo stesso biasimo.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Promise Land, il Van Sant su commissione che (ci) piace

  1. UnoDiPassaggio ha detto:

    Sai già che sono d’accordissimo.

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