Leviathan, quando il racconto (s)fugge (d)all’autore

Finalmente riesco a vedere questo documentario del 2012, Leviathan, che tutti i cinefili, appassionati e accreditati, hanno visto ai Festival di Locarno e Torino e tutti gli altri ciccia. Lo ho recuperato alla cineteca di Vancouver.

Lucien Castaing-Taylor e Véréna Paravel i registi/autori hanno seguito per alcune settimane una ciurma di pescatori d’altura al largo del Massachusetts nel tentativo di raccontare l’industria della pesca, l’eterna lotta dell’uomo contro la natura, la caccia al “leviatano” senza però troppi echi melvilliani. Uccidere pesci è un lavoro – impressionanti le scene di taglio e sistemazione del pesce ancora vivo, impeccabilmente professionali – non una questione personale. leviathan01

Un horror, oseremmo dire se volessimo appiattire il lavoro dei due registi, costringendolo in gabbie che non gli appartengono. Un horror deprivato del compiacimento estetico, del gioco su e con il genere, formidabilmente vero nella sua (ri)costruzione, quanto la fiction risulta inevitabilmente falsa.

La descrizione documentaristica delle giornate di pesca, dei riti, della fatica, laleviathan02 drammatica violenza delle inquadrature, esaltata da angolazioni di ripresa letteralmente in balia dei flutti, danno la sensazione che l’ambiente abbia preso presto il sopravvento sull’Autore, che il racconto si sia presto liberato dalle necessità strutturali del genere e sia stato lasciato libero dai suoi creatori, di muoversi portato dal mare o dal vento, come i gabbiani che vigilano, spazzini del mare, sugli scarti della pesca rigettati in mare dalla barca. 
L’imprevedibilità delle giornate in mare (quanto pescheremo?, torneremo vivi?) sposa????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????? quella della messa in scena, che rifiuta una dogmatica e riconoscibile impaginazione alla National Geographic, forse più che per precisa scelta autoriale a priori, per successiva imposizione necessaria data dagli eventi.

Il film sembra così farsi da sé, privo di un forte punto di vista autoriale, per sposarne diversi (o nessuno?) e slegato dalla necessità di una impaginazione standard, incerto nei risultati come la pesca, il caso che (ri)scrive la trama, solida come le reti tirate a bordo. 
Un prodotto nato probabilmente come documentazione del lavoro faticoso e incerto nei risultati dei pescatori, diviene fortunatamente qualcos’altro; diario sensoriale di lancinante penetrazione emotiva senza necessità di mediazioni, senza enfasi posticcia. Definirlo cinema immersivo, stavolta non è una esagerazione.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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